Il tifoso imbecille del ciclismo. Ovvero sul fallimento dell’educazione

Eccolo lì. Lo riconosci subito. In genere è vestito come a carnevale. Altre volte è mezzo nudo o in maglietta e calzoncini corti. Spesso tiene in pugno una bandiera, ma ormai si vede anche quello che, per rendersi ancora più appariscente e arrecare ulteriore fastidio, usa i fumogeni. Altrettanto spesso è armato di telefonino, per cogliere il campione nel momento del massimo sforzo o per farsi un selfie. Si mette ai bordi delle strade di montagna, dove i corridori non possono sfrecciare a velocità elevata, e aspetta. Quando i ciclisti arrivano, entra in azione e fa implacabile sfoggio della propria imbecillità piazzandosi in mezzo alla strada, o quasi. È il moderno tifoso del ciclismo, sempre più simile a un ultrà del calcio. E sempre più idiota. Che si tratti del Giro d’Italia, del Tour de France o di altre gare, ormai è diventato un pericolo incombente. Qualche giorno fa al Tour la maglia gialla, Chris Froome, ha dato un pugno a un tifoso colombiano che gli correva accanto, troppo vicino. Questo signore aveva una bandiera e Froome ha temuto che l’asta potesse infilarsi tra i raggi delle ruote, con le immaginabili conseguenze. Ma il campione britannico non è il primo a reagire. Sempre al Tour, il lituano Ramunas Navardauskas è riuscito ad afferrare al volo il telefonino di un tifoso che, per farsi un selfie, si era avvicinato troppo al gruppo. E il telefonino non ha fatto una bella fine.

Quando avvengono questi episodi, i commissari di corsa di solito infliggono al corridore una multa per comportamento scorretto, ma c’è da chiedersi se i campioni su due ruote non sarebbero piuttosto da assolvere in quanto costretti ad agire per legittima difesa. O magari da premiare per aver giustamente messo al suo posto l’imbecille di turno.

Un tempo i tifosi del ciclismo facevano tenerezza. Se ne stavano ore in attesa del gruppo o del campione solo al comando, e poi, nel momento del passaggio, eccoli ad acclamare, applaudire, sventolare bandierine. Una volta le maestre, quando passava il Giro, ci portavano le scolaresche, e i bambini se ne stavano giudiziosi al bordo della strada. In montagna, sulle salite più famose, teatro di imprese epiche, la gente era più scalmanata, ma raramente si vedeva l’invasato capace di gettarsi in mezzo alla strada o di correre per metri e metri accanto al ciclista, a pochi centimetri dal manubrio e dalle ruote, come avviene adesso.

Nell’era dell’immagine, abbiamo il trionfo dell’imbecille. A lui in verità non interessa l’impresa sportiva a cui sta assistendo. Non gli interessano nemmeno le condizioni fisiche e psicologiche del campione per il quale dice di fare il tifo. L’unica cosa a cui tiene è farsi inquadrare dalle telecamere oppure, grazie a telefonino, smartphone o tablet, scattare la foto o il selfie memorabile, da trasmettere subito agli amici.

Così, il tifoso imbecille del ciclismo dei nostri giorni diventa un po’ il simbolo della mentalità che si va diffondendo: l’importante non è più il fatto in sé, ma che io sia presente e che mi possa mettere in mostra. L’importante non è l’avvenimento in corso, ma la mia faccia sorridente,  da imbecille, in primissimo piano. Tutto il resto non è che cornice, non è che sfondo, non è che occasione perché il mio ego smisurato e ineducato possa manifestarsi e dar prova di sé.

A volte, vedendo l’aggressività e l’imbecillità di questi «tifosi», mi viene voglia di spegnere il televisore: non ce la faccio. Come si può arrivare a tanto? Sulle strade di montagna, questi pazzi riducono lo spazio a disposizione dei corridori a uno stretto budello, costringendoli a manovre impossibili per restare in equilibrio e non travolgere le persone. Le motociclette dell’organizzazione strombazzano in continuazione e cercano di aprire un varco, ma non c’è niente da fare: subito la folla si riporta al centro della strada. Il povero corridore, impegnato nello sforzo estremo, quando dovrebbe dare tutto, è inevitabilmente distratto e messo in difficoltà.  E conta i metri che lo separano dal tratto finale, quando finalmente, a fare da barriera fra sé e gli imbecilli, ci sono le transenne.

Ora c’è da chiedersi: perché tanta gente non è più capace di stare al proprio posto? Perché non c’è rispetto ma solo egocentrismo senza limite? Perché dalla passione si passa così facilmente all’esagerazione? O meglio: perché si utilizza la passione per fare sfoggio, sapendo di restare impuniti, della propria imbecillità?

Forse se le autorità, anziché multare i corridori, incominciassero a individuare e a punire gli imbecilli, qualcosa potrebbe cambiare. Ma un tentativo di risposta meno superficiale si trova probabilmente nell’etimologia della parola imbecille, che viene dal latino. Composto da in, senza, e baculum, bastone, imbacillum significa proprio questo: una persona priva di bastone. Una persona, letteralmente, inferma perché priva di sostegno, perché non ha mai avuto l’aiuto necessario per evolversi, per crescere, uscire dalla sua condizione di infermità e diventare una persona educata e responsabile, capace di gestire la propria libertà nella responsabilità.

Quando dunque, guardando il Giro o il Tour, assistiamo a certe deplorevoli scene, vediamo in azione tante persone impedite intellettualmente e moralmente. Ed è come se sfogliassimo un trattato sul fallimento dell’educazione in questi nostri tempi . Tutti quegli imbecilli sono lì a dimostrare che nessuno nei loro confronti ha usato il bastone. Ovviamente, sempre nel senso etimologico del termine.

Aldo Maria Valli