Dimissioni, papa emerito, Francesco. La versione di Joseph

Il libro Ultime conversazioni, nel quale Peter Seewald intervista il papa emerito Benedetto XVI, ha un grande merito: ci restituisce Ratzinger in tutta la sua umanità, tanto che, mentre si leggono le risposte, si ha l’impressione di averlo proprio davanti a sé, con i suoi sorrisi, le sue battute sottili, i suoi momenti di commozione e anche di pacata indignazione. Un bel libro, un bel regalo fatto a chi vuole bene a Ratzinger, a chi lo stima da sempre o ha imparato a stimarlo nel corso del tempo.

Fra le tante frasi notevoli, da sottolineare e conservare, ne segnalo solo un paio: «Se un papa ricevesse solo gli applausi, dovrebbe chiedersi se non stia facendo qualcosa di sbagliato». «E non conta il giudizio dei giornalisti, ma quello del buon Dio».

Quanto alla questione della rinuncia al pontificato, Ratzinger fornisce ulteriori elementi di comprensione. Ribadisce che la scelta è stata del tutto libera e che non è avvenuta a causa di costrizioni esterne né tanto meno per la vicenda della fuga di notizie dall’appartamento papale. Il papa, dice Benedetto XVI, non può andarsene nel momento della crisi: in tal caso si tratterebbe di una fuga. È stata invece una scelta meditata,  motivata dal fatto che il papa a un certo punto si è reso conto di non avere più la forza necessaria per esercitare la funzione di governo.  Tutt’altro che una fuga, quindi. Piuttosto, l’estremo servizio alla Chiesa. E le voci secondo cui Ratzinger avrebbe rinunciato perché sotto pressione, o addirittura perché sotto ricatto, «sono tutte assurdità».

Ma la diminuzione delle forze può essere un motivo valido per la rinuncia? Ratzinger non elude il problema e prende in considerazione anche le possibili obiezioni: «Qui si può muovere l’appunto che si tratta di un fraintendimento funzionalistico: il successore di Pietro infatti non è solo legato a una funzione, ma è coinvolto nell’intimo dell’essere. In tal senso la funzione non è l’unico criterio. D’altra parte il papa deve fare anche cose concrete, deve avere sotto controllo l’intera situazione, deve saper stabilire le priorità e via di seguito».

Evidentemente, anche se Benedetto non lo dice, nella scelta della rinuncia ha giocato un ruolo anche ciò a cui Ratzinger ha assistito durante la fase finale della vita terrena di Giovanni Paolo II, quando il papa, pur offrendo una grandiosa testimonianza di fedeltà e di sacrificio, per lungo tempo non è stato più in grado di esercitare le sue funzioni di governo. Aggiunge a questo proposito Benedetto: «Se non c’è più la capacità di farlo [cioè di svolgere l’incarico ricevuto] è necessario – per me almeno, un altro può vedere la cosa altrimenti – lasciare libero il soglio».

Benedetto si dichiara d’accordo con il cardinale Reginald Pole, secondo il quale il luogo autentico del vicario di Cristo è la croce («ritengo – dice – che questo sia valido ancora oggi perché il papa deve rendere quotidianamente testimonianza, incontra quotidianamente la croce», fino a vivere la dimensione del martirio), tuttavia «ciò non significa che deve morire sotto la mannaia».

Circa l’esperienza del suo santo predecessore, Benedetto dice che egli «aveva la sua missione» e si dichiara convinto che la sofferenza «fosse parte naturale del suo pontificato». A questo proposito aggiunge che la gente, in fondo, ha «incominciato a volergli davvero bene solo quand’era sofferente», ma «non si può ripetere a piacere una simile esperienza». Ogni papato, insomma, fa storia a sé, secondo la personalità e il carisma della persona.

Poi un’altra importante precisazione che fa capire come Ratzinger vede e vive la condizione di papa emerito: anche un padre, sostiene, a un certo punto «smette di fare il padre». Certamente «non cessa di esserlo, ma lascia le responsabilità concrete» e «continua a essere padre in un senso più profondo, più intimo, con un rapporto e una responsabilità particolari, ma senza i compiti del padre». Con i vescovi, spiega, è successo qualcosa di simile: se prima si pensava che non potessero mai lasciare il loro posto, con l’allungamento della vita media si è capito che un conto è la paternità nel senso più profondo, e questa non viene mai meno, e un conto è la funzione. Per questo, se il papa si dimette, «mantiene la responsabilità che ha assunto in un senso interiore, ma non nella funzione». Siamo all’inizio di un nuovo cammino: «A poco a poco si capirà che [con la rinuncia al soglio] il ministero papale non viene sminuito»; semmai «forse  risalta più chiaramente la sua umanità».

Dopo aver dichiarato di non essersi mai pentito della scelta («No. No, no. Vedo ogni giorno che era la cosa giusta da fare»), Benedetto risponde con poche parole alla domanda con cui Seewald gli chiede se l’arrivo di un papa da un altro continente è stata per lui una sorpresa: «Nella santa Chiesa bisogna mettere in conto tutto».

E qui si apre il capitolo Francesco.

Aveva un’idea di chi avrebbe potuto essere il successore?

«No, per niente».

Si dice che Bergoglio fosse uno dei favoriti già nel conclave del 2005. È così?

«Non posso dire nulla in proposito».

Si aspettava qualcun alto al posto di Bergoglio?

«Sì, non uno in particolare, ma altri sì». «Non ho pensato che fosse nel gruppo ristretto dei candidati», «pensavo che fosse acqua passata. Di lui non si era più sentito parlare».

Contento per il risultato dell’elezione?

«Quando ho sentito il nome, dapprima ero insicuro. Ma quando ho visto come parlava da una parte con Dio, dall’altra con gli uomini, sono stato davvero contento. E felice».

Papa Francesco è una novità sotto molti aspetti…

«Significa che la Chiesa è in movimento, è dinamica, aperta, con davanti a sé prospettive di nuovi sviluppi. Che non è congelata in schemi […] È chiaro che non è più scontato che l’Europa sia il centro  della Chiesa mondiale».

Si dice che ogni papa corregge un po’ il predecessore. In che cosa la corregge Francesco?

«Direi con la sua attenzione verso gli altri. Credo sia molto importante. È certo anche un papa che riflette. Quando leggo il suo scritto, Evangelii gaudium, o anche le interviste, vedo che è un uomo riflessivo, uno che medita sulle questioni attuali. Allo stesso tempo però è una persona molto diretta con i suoi simili […]. Forse io non sono stato abbastanza in mezzo agli altri, effettivamente. Poi, direi, c’è anche il coraggio con cui affronta i problemi e cerca le soluzioni».

Ma il suo successore non è un po’ troppo impetuoso ed eccentrico?

«Ognuno deve avere il proprio temperamento. Uno magari è un po’ riservato, un altro un po’ più dinamico di quanto si era immaginato. Ma trovo positivo che sia così diretto con gli altri. Mi chiedo naturalmente quando potrà andare avanti».

Poi altri giudizi: «Ognuno ha il proprio carisma. Francesco è l’uomo della riforma pratica. È stato a lungo arcivescovo, conosce il mestiere, è stato superiore dei gesuiti e ha anche l’animo per mettere mano ad azioni di carattere organizzativo. Io sapevo che questo non era il mio punto di forza».

A un certo punto Seewald gli chiede un’opinione sulla profezia di Malachia e l’interpretazione secondo cui il papato, almeno nella forma finora conosciuta, terminerebbe proprio con il pontificato di Benedetto XVI, ed ecco la risposta: «Tutto può essere. Probabilmente questa profezia è nata nei circoli intorno a Filippo Neri. A quell’epoca i protestanti sostenevano che il papato fosse finito, e lui voleva solo dimostrare, con una lista lunghissima di papi, che invece non era così. Non per questo, però, si deve dedurre che finirà davvero. Piuttosto che la sua lista non era ancora abbastanza lunga!».

In conclusione, si può dire che Joseph Ratzinger, il papa teologo, l’uomo della ragione, il grande pensatore, si avvia alla fine dei suoi giorni come un monaco, immerso nella preghiera, là dove la ragione non basta?

«Sì, è giusto».

Ci siamo soffermati sulla rinuncia, sul papato emerito e sull’elezione di Francesco, ma nell’intervista c’è molto altro. C’è, in presa diretta, tutta la storia di Joseph Ratzinger, dalla Baviera a Roma. Ed è tutta da leggere.

Aldo Maria Valli