Auguri al Cesare dell’Ares. Maestro e amico

Dell’Ares mi piace tutto: il pavimento di legno che scricchiola sotto i passi, i libri allineati in ordine sugli scaffali, il profumo delle pagine, il silenzio. Arrivi all’Ares, a Milano, nella storica sede di via Stradivari numero sette, e capisci subito che questa casa editrice ha un anima. Ce l’ha perché ha un padre o, se preferite, un nume tutelare. Anche quando la porta d’ingresso è chiusa, perché l’orario di lavoro è finito, succede che lui sia lì, nella sua stanza. Questo papà premuroso e carismatico ha un nome da imperatore, Cesare, e in effetti, per governare, governa, eccome! Lo fa da più di cinquant’anni, tanto che ormai lui e l’Ares si identificano. Dici Ares e pensi a Cesare, dici Cesare e pensi all’Ares. Ma anche a «Studi cattolici», la rivista dell’Ares, diretta dal medesimo Cesare, e pure questa da più di mezzo secolo.

Nato a Treviglio il 13 novembre 1936, Cesare Cavalleri compie ottant’anni, e se gli chiedi come sta  ti risponde «vergognosamente bene». Eccolo, il Cesare. Con la sua risata aperta, contagiosa, e i suoi baffetti da gentiluomo inglese. Eccolo il Cesare, sempre sobriamente elegante, in giacca e cravatta, col fazzoletto che spunta dal taschino. Eccolo, il Cesare, sempre ben rasato, pettinato e fresco come una rosa, mai fuori posto, mai scarmigliato, anche se appena uscito dalla metropolitana nell’ora di punta. Eccolo, il Cesare, con i suoi occhietti furbi che ridono. Eccolo il Cesare, che ti spiega che lui non beve mai vino rosso, ma solo bianco, perché «il bianco fa bene alla pelle», e tu pensi «mi sta prendendo in giro», ma non ne sei proprio sicuro, perché con il Cesare non si sa mai.

Mi permetto di dire il Cesare perché, se lui è di Treviglio, io sono di Rho, e noi mettiamo l’articolo davanti al nome proprio di persona. Ma lo faccio anche perché il Cesare è unico e pur vantando, come la «Settimana enigmistica», svariati tentativi di imitazione, non c’è nessuno come lui. E poi perché se lui è Cesare di nome è anche, effettivamente, il Cesare dell’Ares, nel senso di comandante in capo, guida della truppa. Il cui nome Ares sarebbe la sigla di Associazione ricerche e studi, ma è anche il dio della guerra, e so che al comandante in capo la cosa non spiace, perché il Cesare è un vero combattente, e di battaglie ne ha combattute tante, spesso di fioretto ma qualche volta anche di clava, tanto che potrebbe scrivere un suo «De bello gallico» con l’elenco di tutti gli avversari che ha infilzato, colpito e affondato.

Me lo ricordo, il Cesare, quando mi presentai per la prima volta all’Ares. Ero un ragazzetto senza arte né parte. Volevo fare, confusamente, il giornalista. Mi piacevano i libri e le case editrici. Lui era naturalmente impeccabile e io, naturalmente, del tutto inadeguato. Sedeva dietro la scrivania, ma non appena entrai si alzò e mi venne incontro. Agitato com’ero, quel gesto mi fece bene. Lui, il direttore, si scomodava per accogliere me, che non ero nessuno. I libri, dagli scaffali, sembravano guardarmi come per dire: «Chi è questo qui e che cosa c’entra con  noi?». Il cuore andava a mille, il Cesare parlava e io assimilavo pochissimo. Però a un certo punto sentii che diceva: «Ma certo, noi abbiamo bisogno di giornalisti», e gli occhi ridevano. Parlava sul serio? Io, come esperienza, potevo vantare soltanto la collaborazione con un settimanale di cronaca locale, e lui era il direttore di una casa editrice e di una rivista di alto profilo culturale. Eppure mi stava prendendo.

Entrai così all’Ares e conobbi il resto della truppa guidata dal Cesare. In amministrazione c’era la mitica signorina Olimpia, già in là con gli anni, risata roca, da fumatrice accanita, la battuta pronta in dialetto milanese, la pettinatura improbabile, le scartoffie sul tavolo. All’ufficio abbonamenti e distribuzione i giovanissimi Paolo e Saverio, ragazzi come me ma dall’aria molto più navigata. In redazione Mario Minuscoli, bergamasco e quindi ruvido, e quindi buono, tanto meticoloso, anche lui sobriamente elegante, anche lui ben sbarbato. E poi l’altro Mario, Di Palma, napoletano, occhiali come fondi di bottiglia, vero erudito, un’enciclopedia ambulante, ma sempre un po’ impacciato nonché amabilmente angariato dal primo Mario, che lo chiamava Talpone.

L’ho qui davanti a me l’Ares dei primi anni Ottanta del secolo scorso. Le sigarette dell’Olimpia, il silenzio interrotto ogni tanto dal ticchettio delle macchine per scrivere, i pranzi frugali nel baretto all’angolo, le due chiacchiere nel salottino, e le visite degli amici, come Herman Vahramian, coltissimo, simpaticissimo e affettuoso, mani grandi e vocione da orco.

Io vengo piazzato accanto al primo Mario. Ho l’impressione che il rude bergamasco non sia particolarmente felice di avere questo ragazzino tra i piedi, però si va d’accordo. Si deve andare d’accordo, perché per lo più si lavora in coppia. Correggiamo bozze, tante bozze. Dei libri, della rivista. Uno legge ad alta voce, sillabando, e l’altro controlla. Ore e ore a leggere e verificare: la caccia al refuso è spietata. Il secondo Mario, poi, è un segugio implacabile. Tanto impacciato nei movimenti, diventa un virtuoso della correzione quando è alle prese con una pagina. Un testo passato da lui è inappuntabile, perfetto. A volte gli autori scrivono male e lui sbuffa e dice «che robba!». E riscrive tutto, e poi corregge, e poi riscrive.

All’Ares un ragazzetto come il sottoscritto impara l’accuratezza. La parola è sacra, il libro che sta per nascere una creatura che merita ogni attenzione, come un bambino in culla. Idem per quanto riguarda la rivista, «Studi cattolici». Sulla quale, a un certo punto, il direttore mi permette di addirittura di scrivere! Prima recensioni di libri, poi articoli di varia attualità culturale. Perché il Cesare è così: ti mette alla prova e si vede che gli piace far crescere una passione, uno stile.

La stanza del direttore è un po’ discosta dalle altre. Per andare da lui bisogna superare il salottino, percorrere un corridoio e poi voltare a sinistra. Sulla scrivania, ordinatissima, tiene in bella mostra la bandiera italiana e quella degli Stati Uniti: un omaggio, spiega, a chi ci ha aiutati a uscire dal baratro.

Un giorno mi dirigo verso il suo ufficio e vedo il Cesare in maniche di camicia. Ha la cravatta d’ordinanza, ma non la giacca. Incredibile! Non solo: tiene in mano un trapano e sta montando nuove scaffalature per i libri. Scopro che il Cesare sa fare tutto, e non è un modo di dire.

«Fare» è un verbo che gli piace. Quando un lavoro si presenta difficile, e tu stai per manifestare qualche perplessità, magari per provare a dire che non ti senti proprio all’altezza, lui risponde così: «Fare! Fare! Fare!». E non aggiunge altro. Non c’è possibilità di replica. Se ha detto «fare» vuol dire che si deve fare. E gli occhietti ridono. Trevigliese di nascita eppure milanese fino al midollo, ha il culto del lavoro. Dice che «lavorare molto è la cura migliore per ogni male, fisico e spirituale». E lui è il primo ad applicare la ricetta. Lavorando all’Ares, ho imparato dal Cesare a mettere fuori legge scuse come «non ho tempo» o «non ho avuto tempo». Perché lui ti risponde come  H. Jackson Brown jr nelle sue famose istruzioni per essere felici: «Non dire che non hai abbastanza tempo. Hai esattamente lo stesso numero di ore al giorno che sono state date a Pasteur, Michelangelo, Madre Teresa, Leonardo da Vinci, Thomas Jefferson e Albert Einstein».

Al Cesare qualche volta piace comportarsi da adorabile tiranno. Se ti dice un numero di telefono che dovresti appuntarti, lo spara a raffica e subito aggiunge: «Non ripeto!». Gli occhietti ridono e tu pensi: «Non è possibile: l’ha fatto un’altra volta!».

L’imperatore è intelligentissimo e coltissimo, e lo sa. Troppo intelligente per atteggiarsi a finto modesto, adora mostrarsi snob al punto giusto e si diverte a spiazzare. Gli piace andare controcorrente, e come stroncatore è implacabile. Gli bastano quattro parole per frantumare un autore o un politico, e quanto più è famoso l’autore, e in auge il politico, tanto più il Cesare si diverte a far crollare il monumento. Come quando di Umberto Eco scrisse: «Di romanzi brutti e pretenziosi Eco ne ha scritti parecchi, praticamente tutti». O quando di Marco Pannella disse: «Gli anni non l’hanno migliorato, né reso più saggio». E sentite questa, scritta di recente: «Il pensiero dominante (non in senso leopardiano, bensì secondo la vulgata che va sotto l’abusato nome di “politicamente corretto”) ferisce scagliando dardi di parole-epiteti come, nell’antico Egitto, si lanciavano incantesimi e scongiuri».

Eccentrico fin da giovane (dopo gli studi in economia si è laureato in statistica con una tesi sulla frequenza del fonema «doppio zeta» nei «Pensieri» di Leopardi), il Cesare ama gli aforismi trancianti (tra i preferiti: «Ci sono imbecilli superficiali e imbecilli profondi», Karl Kraus), adora la poesia ma da decenni non ne produce più (racconta: «Incontrai Quasimodo prima del Nobel. Nonostante la fama di burbero fu gentilissimo e mi diede eccellenti consigli per le mie poesie. Infatti poco dopo smisi di scriverne»), conserva un epistolario con bellissime lettere di autori come Giorgio Caproni, Geno Pampaloni, Giovanni Raboni (« compresa una sfuriata di Mario Luzi inviperito per una mia stroncatura»), ha un debole per Ezra Pound ed Ennio Flaiano, è artisticamente innamorato di Ornella Vanoni e Maria Callas («ma senza fare torto a Nilla Pizzi»), è convinto che «I promessi sposi» nascondano un contenuto nichilista, odia il giovanilismo perché, dice,  «gli uomini (e le donne) non vanno classificati secondo l’anagrafe, ma secondo la loro distanza dall’intelligenza», e purtroppo, siccome nessuno è perfetto, tifa Juve.

Tra le sue battaglie, storiche quelle contro la legalizzazione del divorzio e dell’aborto. Temi sui quali mi concentrai, per modo di dire, nella mia tesi di laurea in Scienze politiche alla Cattolica di Milano, finita poi, in parte, nel libro «La verità di carta», anno 1986, il mio primo libro. Pubblicato, ovviamente, dal Cesare.

Insomma, capite che con un direttore così, specie se, come nel caso del sottoscritto, sei molto meno intelligente di lui, c’è da imparare, e anche da divertirsi. E per me il Cesare è stato un vero maestro. Mi ha dato fiducia quando tutti gli altri mi chiudevano le porte in faccia. Mi ha insegnato l’amore per la pagina scritta. Mi ha aiutato a introdurmi nel mare tempestoso del giornalismo. Soprattutto, mi ha trasmesso la passione per la libertà cristiana e il gusto per l’autonomia di giudizio. Mai invadente, sempre discreto, mi è stato vicino senza darlo a vedere. Quando, chiamato dall’«Avvenire», gli ho detto che avrei lasciato l’Ares, gli occhietti non ridevano. Se l’aspettava e mi ha abbracciato. E quando poi, parecchi anni dopo, ci siamo un po’ divisi sulle valutazioni politiche e il sottoscritto ha temuto che lui se la fosse presa, mi ha mandato un messaggio pieno di affetto, come un vero papà. E ogni volta che devo affrontare un problema o mi assilla una domanda, mi viene naturale un pensiero: ma che ne direbbe, il Cesare?

Membro dell’Opus Dei, figlio spirituale di san José Maria Escrivá de Balaguer, il Cesare non si trincera mai dietro l’appartenenza all’Opera. Non è nello stile dell’Opus e neanche nel suo. Quella che conta è la responsabilità personale. E la capacità d’amare.

Visto che ne dimostra almeno venti di meno, e poi perché il Cesare secondo me è senza età, non posso credere che compia ottant’anni, e probabilmente non ci crede neanche lui. Però i record gli piacciono. Forse perché, sotto sotto, la sua resta una formazione economica e matematica, sta attento ai numeri. Ed è orgoglioso, per esempio, di essere rimasto l’unico a firmare ininterrottamente su «Avvenire» dalla fondazione, nel 1968, a oggi.

Sul quotidiano cattolico ha scritto per anni di televisione, ma ora non più. Della tv ha detto: «Ho smesso da tempo di guardarla. Ormai non ci sono più programmi, è rimasta solo la televisione». Battuta tipicamente cesaresca, corrosiva e spiazzante.

Ora dunque scrive soprattutto di libri, recensendoli nella rubrica intitolata «Leggere, rileggere». E dando sfogo alle sue passioni, come quella, che non ti aspetteresti, per l’astrologia, non una scienza esatta, precisa, però il frutto di un’antica sapienza che, basandosi sulle ricorrenze di osservazioni statistiche, offre interessanti spunti di autoanalisi. «Per esempio – ha spiegato – io mi trovo ben riconosciuto dal mio segno [scorpione, ndr], che è il più drammatico dello zodiaco, e il veder descritte certe mie tendenze caratteriali ne facilita il controllo. Fino a particolari minimi, anche buffi: a me sono sempre piaciute molto le albicocche, e quando ho cominciato a frequentare gli oroscopi natali, ho scoperto che i nati nel mio segno prediligono, appunto, le albicocche».

Sorprendente, il Cesare. E libero. Tanto da poter scrivere, sempre nella sua rubrica, che Leo Longanesi non aveva tutti i torti quando se la prendeva con il moralismo  «meschino e cieco»  degli antifascisti, «che parlano lo stesso linguaggio demagogico del fascismo». E tanto da poter sentenziare, a proposito dell’aggettivo petaloso, inventato da uno scolaretto tredicenne e finito mesi fa al centro delle cronache perché la maestra ne informò addirittura l’Accademia della Crusca: «Personalmente, mi pare un aggettivo inadatto a un fiore, per un’assonanza che emana un odore sgradevole, e spero proprio che non entri nell’uso».

Le parole sono una sua grande passione, e non accetta che siano maltrattate. Così può capitare, come è capitato, che prenda in castagna perfino Lina Sotis, maestra di bon ton, e le scriva: «Gentile Lina Sotis, seguo sempre con interesse i suoi corsivi, ma l’altro giorno ho fatto un sobbalzo leggendo nell’elogio del caffè Cova la parola “the” che non è inglese (“tea”), né francese (“thé”), né italiana (“tè”). Scrivere “the” è come berne una tazza con il mignolo alzato».

È anche grafologo, il Cesare, e anche ludico: infatti sa fare gli origami, gioca con le parole, mi ha regalato uno pseudonimo anagrammando il mio nome e apre i messaggi che mi manda via mail con l’affettuosa crasi Carissimaldo.

Insomma, come diresti tu, caro il mio Cesare, tanti ma tanti auguri! Se ce la faccio, vengo a Milano, in via Stradivari numero sette, e ti porto le albicocche fuori stagione.

Aldo Maria Valli