Risposta a Luigi Accattoli sul dolore innocente

Caro Luigi,

sapevo che con il mio articolo avrei urtato la sensibilità di molti, e chiedo scusa a chi può essersi sentito ferito. Sono pienamente consapevole di aver scritto parole urticanti.

Dunque, perché ho deciso di scrivere? Tu fai riferimento a un gravissimo dolore che hai vissuto. Io invece, mentre scrivevo, pensavo a una grave malattia del mio secondo figlio, e unico maschio. Oggi è un professionista, un marito e un papà. Ma quando era un bambino molto piccolo rischiò la vita a causa di una polmonite rimasta nascosta.

I medici ci dissero: l’abbiamo preso per i capelli. Nei lunghi giorni in cui restai in ospedale con lui pregai molto. Pregai e giocai, perché un bambino, per quanto malato, è sempre un bambino, e con le forze che gli restano vuole giocare.

Mi inventai un gioco da fare mentre lui stava a letto. Io gli lanciavo un cappello, lui doveva afferrarlo al volo e rilanciarlo a me, mentre io mi spostavo in vari punti della stanza.

Come rideva, Giovannino! E io come pregavo! E, mentre pregavo, ringraziavo il Signore per quel dolore, per quella sofferenza. Ebbene sì, ringraziavo. Perché quella sofferenza rappresentava, per dirla con Giovanni Paolo II, un “Vangelo superiore”. Quella sofferenza ci stava unendo. Giovannino, io, il buon Dio, il suo Figlio sulla croce, mia moglie Serena: tutti uniti più che mai, con una forza che non posso definire in altro modo se non come soprannaturale. La sofferenza aveva un senso. Sì, non mi vergogno di dirlo: mentre lanciavo il cappello, sentivo che quella sofferenza aveva un senso. Sentivo la mano del buon Dio su di me, su noi tutti. Non mi sono mai sentito abbandonato.

Perché le risposte ci sono. Le risposte un cristiano le ha. E non dirlo mi sembra un tradimento della nostra fede. Che è così bella e grande.

Ora, come puoi ben capire, non voglio sostenere che io ho ragione e tu hai torto. Qui non si tratta di avere ragione o torto. Ciò che mi sta a cuore è dire, con tutto il fiato che ho in corpo, che le risposte, nella fede, ci sono.

Ecco perché non mi sembra giusto che il papa, per quanto spinto certamente da umiltà e semplicità, da desiderio di coinvolgersi con il dolore del mondo e di stare dalla parte dei sofferenti, dica che lui non ha risposte e che non vuole vendere ricette. È l’ateo che non ha le risposte, non il credente! E qui, di nuovo, non voglio fare classifiche, non voglio dire che qualcuno è migliore e qualcuno è peggiore. Dico solo le cose come stanno.

Anche perché, caro Luigi, sai bene che al punto in cui ci troviamo, in questa Chiesa che non dice più in che cosa crede ma si compiace di generici richiami alla misericordia e alle periferie, se si continua a non dare risposte si rischia di fare un danno molto grande, che poi qualcuno dovrà riparare, ma non so come e non so con quali risorse.

Quanto alla risposta di Benedetto XVI alla bambina giapponese, me la ricordo bene. Non mi convinse allora e non mi convince oggi. Ma anche i migliori teologi hanno momenti di scarsa brillantezza!

Ecco, volevo fare il bravo e invece…

Grazie Luigi per avermi interpellato. Avresti potuto stroncarmi e basta. Sei un amico. Sappi comunque che qui c’è un cristiano che parla solo per amore della santa madre Chiesa: nessun interesse di parte, nessuna manovra di chissà quale tipo, nessun desiderio di protagonismo. Scrivendo certe cose ho tutto da perdere e niente da guadagnare. Ma sento di non poter stare zitto.

Ti abbraccio

Aldo Maria