Per ritrovare il desiderio di infinito.

«Is Truth Dead?». La domanda, in caratteri rossi su sfondo nero, riempie l’intera copertina di «Time».

«La verità è morta?».

Dopo la sconfitta di Hillary Clinton e l’elezione di Donald Trump, negli Stati Uniti i mass media hanno senz’altro da riflettere in proposito. Gli organi di informazione più influenti non solo hanno sostenuto Hillary, ma hanno dipinto Donald come inadatto e impresentabile. Se non che gli elettori hanno scelto proprio Donald. Una figuraccia che ha messo il sistema dell’informazione sul banco degli imputati e ha spinto Arthur Sulzberger jr., editore del «New York Times», in prima fila nell’appoggiare Hillary, a scusarsi pubblicamente con i lettori per la pessima copertura della corsa alla Casa Bianca.

Ma, al di là della situazione politica e sociale degli Stati Uniti, la domanda di «Time» ha una portata che offre lo spunto per una riflessione più generale.

In questo nostro mondo tanto ricco di informazioni e tanto connesso, possiamo dire davvero di conoscere la verità? Anzi, crediamo ancora nella possibilità di conoscere la verità?

Non è difficile accorgersi che il risultato forse più paradossale dell’abbondanza di informazioni e della sempre più ricca interconnessione è proprio la sensazione, assai diffusa, che la verità ci sfugga. Davanti a ogni fatto, specialmente quando ci colpisce molto dal punto di vista emotivo per la sua drammaticità, ormai la prima domanda che ci viene alla mente è: ma le cose saranno andate veramente così come ce le stanno raccontando? Tuttavia, la domanda non ci spinge a diventare cercatori di verità. Poiché dentro di noi, nel profondo, avvertiamo che l’unica risposta che possiamo dare  è che la verità non c’è, rinunciamo in partenza all’impresa.

La questione della verità è centrale nel pensiero di ogni uomo, di qualunque epoca. Ma oggi, almeno per quanto riguarda la cultura occidentale, è come se avessimo alzato bandiera bianca. Dominati dal soggettivismo (per cui è «vero» solo ciò che l’individuo prova in una dato momento), sottoposti al relativismo (per cui la verità assoluta non è di pertinenza della ragione umana, che può solo accontentarsi di una faticosa mediazione tra verità molteplici e diverse), bombardati da informazioni che si accumulano in modo per lo più caotico e chiamati a immagazzinare una quantità senza precedenti di dati, arriviamo a una sola, sconfortante conclusione: la verità non solo non c’è, ma proprio non fa per noi. Dobbiamo arrenderci a vivere nel buio.

Forse l’ultima autorità che, sulla questione della verità, ci ha interpellati in modo diretto, mettendoci di fronte al dramma che scaturisce dal rinunciare alla ricerca, è stato il papa Benedetto XVI.

Nel corso dell’intero suo pontificato l’attuale papa emerito non ha fatto che combattere una battaglia per la verità. Non solo per mostrare che la verità c’è, ed ha il volto di Gesù,  ma per chiedere a tutti di non rinunciare alla ricerca. Perché, ci ha detto, l’uomo che smette di cercare la verità non è più autenticamente uomo, ma lo è di meno. Perché quando noi sosteniamo che, attraverso la ragione umana, non possiamo alzare lo sguardo verso un orizzonte di verità, ma possiamo soltanto accontentarci di una mediazione tra frammenti di verità, è come se amputassimo noi stessi della facoltà più preziosa e più bella che possediamo.

In un paio di libri dedicati all’insegnamento di Benedetto XVI («La verità del papa», del 2010, e «Il pontificato interrotto», del 2013) ho tentato di illustrare la battaglia di Ratzinger a sostegno del diritto-dovere di interrogarsi generosamente sulla verità. Nei suoi interventi, in effetti, la questione torna continuamente, come si vede bene, per esempio, nel libro «Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione», la cui lettura è particolarmente appropriata in questi giorni, mentre ci apprestiamo a vivere la Domenica delle palme e la Settimana santa.

Davanti alla domanda del pragmatico Pilato, «Quid est veritas?», posta con tutto lo scetticismo tipico del politico che non crede negli assoluti ma soltanto nell’opportunità pratica di una scelta, Benedetto XVI si chiede a sua volta: «Che cosa è, dunque, la verità? Possiamo riconoscerla? Può essa entrare, come criterio, nel nostro pensare e volere, nella vita sia del singolo che in quella della comunità?».

Davanti alla domanda fatale, risponde Ratzinger, l’uomo di oggi ormai si appoggia soltanto alla scienza empirica. Dato che il pensiero è diventato debole o debolissimo, e che le stesse ideologie politiche appaiono ormai come ombre senza consistenza, che cosa ci resta?Ma la scienza, in realtà, che cosa ci garantisce?

Nel libro Benedetto XVI cita il caso del genetista Francis S. Collins, a capo del gruppo di ricercatori arrivati al grande traguardo di decifrare il genoma umano. Nominato dallo stesso Ratzinger accademico della Pontificia accademia delle scienze, Collins è un credente secondo il quale l’evoluzionismo di stampo darwiniano è insufficiente per spiegare l’uomo nella sua totalità di corpo e anima. È vero, dice lo scienziato americano, che tutti noi abbiamo qualcosa in comune con le scimmie antropomorfe, ma all’origine di tutto c’è molto di più: c’è un Dio che fin dall’inizio ha creato non solo le cose, ma le leggi della vita. Ha creato la vita perché fosse proprio così come è.

Quello di Collins è un pregevole tentativo di tenere assieme fisica e metafisica, scienza empirica e mistero dell’anima. Tuttavia, annota Benedetto XVI, dobbiamo ammettere che la possibilità di leggere nel codice genetico  «la grandiosa matematica della creazione» non ci mette di fronte alla verità. Possiamo dire, al più, che è diventata visibile la «verità funzionale», ma la verità profonda su noi stessi, su chi siamo, da dove veniamo, per quale scopo siamo al mondo e su che cosa sia il bene e il male, «quella, purtroppo, non si può leggere in tal modo». Anzi, commenta Ratzinger, «con la crescente conoscenza della verità funzionale sembra piuttosto andare di pari passo una crescente cecità per “la verità” stessa, per la domanda su ciò che è la nostra vera realtà e ciò che è il nostro vero scopo».

Dunque?

La risposta di Benedetto XVI è netta. Se Pilato, il pragmatico e scettico Pilato, che noi possiamo vedere come l’immagine di noi stessi, ritiene che la questione della verità sia irrisolvibile (motivo per cui, nell’agire politico, si affida alla logica del potere, unica verità dal suo punto di vista), il cristiano deve affermare che la verità non solo c’è, ma è riconoscibile. La verità è Dio che si è reso riconoscibile in Gesù Cristo, perché «in Lui Dio è entrato nel mondo, ed ha con ciò innalzato il criterio della verità in mezzo alla storia».

È un’affermazione sulla quale non si rifletterà mai a sufficienza. Tra gli stessi cristiani si insiste, e giustamente, sul fatto che Dio, resosi riconoscibile in Gesù, è testimone di una logica opposta a quella del mondo (la debolezza al posto della forza, il sacrificio di sé al posto del dominio, la bontà al posto della crudeltà), ma questa, tutto sommato, è una conseguenza di ordine morale rispetto alla novità fondamentale rappresentata dalla venuta di Dio in mezzo al mondo.

La novità fondamentale è che con Gesù ci è donata la chiave di lettura di tutto. Grazie a Lui, che è Dio resosi visibile, non siamo più ciechi. Grazie a Lui abbiamo una carta di identità che ci dice non soltanto chi siamo, ma anche perché ci siamo.

Questo è il significato profondo della redenzione, concetto che nella Chiesa di oggi è forse lasciato un po’ troppo in secondo piano.

Benedetto XVI lo sottolinea efficacemente: «Diciamolo pure: la non-redenzione del mondo consiste, appunto, nella non-decifrabilità della creazione, nella non-riconoscibilità della verità, una situazione che poi conduce inevitabilmente al dominio del pragmatismo, e in questo modo fa sì che il potere dei forti diventi il dio di questo mondo».

Lo ripeto: si tratta di un punto sul quale non rifletteremo mai a sufficienza. A volte noi credenti, intimoriti o, quanto meno, resi timidi e disorientati di fronte al prevalere del soggettivismo e del relativismo, finiamo per sostenere un discorso di ordine morale (la solidarietà opposta all’egoismo, il senso di fratellanza opposto a quello dell’ostilità, lo spirito del perdono opposto a quello della vendetta) che è importantissimo ma rischia di restare senza fondamento se non è incentrato sul discorso relativo alla verità di Dio. Verità che, in Gesù e con Gesù, si è resa riconoscibile per l’uomo ed è diventata la chiave di lettura della storia, intesa sia come vicenda di ogni persona sia come grande storia del mondo. Così, privata del suo fondamento riguardante la verità, la proposta cristiana rischia facilmente di cadere in qualche forma di moralismo.

Ora, da padre e nonno quale sono, mi chiedo: ma come posso fare non dico per insegnare la verità, ma per cercare almeno di trasmettere il gusto per la ricerca della verità? Come posso fare per dire a chi è più giovane di me che vale la pena di impegnarsi nella ricerca e che rinunciare in partenza non è una vittoria della ragione ma una sconfitta?

Per rispondere mi rifaccio di nuovo a Benedetto XVI, e in particolare al discorso che rivolse, il 14 dicembre 2012, ad alcuni nuovi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede.

Quel giorno, dopo aver sostenuto che l’educazione occupa un posto di primo piano tra le sfide della nostra epoca, che famiglia e scuola, di fronte al dilagare delle reti sociali, non sembrano più il terreno naturale nel quale vivere il processo educativo, che l’autorità è messa in discussione ovunque e che, purtroppo, la competenza di alcuni educatori «non è esente da parzialità cognitiva e da carenza antropologica», papa Ratzinger arrivò a concludere, senza mezzi termini, che «è pertanto necessario educare nella verità e alla verità».

Credo che ogni educatore dovrebbe assimilare queste parole. La rettitudine del cuore e della mente, dice Benedetto XVI, è certamente molto importante, ma i giovani, prima di tutto, hanno bisogno di essere aiutati ad alzare lo sguardo, alla ricerca della verità su loro stessi, sul creato, sulla vita.

«Occorre insegnare loro che ogni atto che la persona umana compie deve essere responsabile e coerente con il desiderio di infinito, e che tale atto accompagna la crescita in vista della formazione a un’umanità sempre più fraterna e libera da tentazioni individualiste e materialiste».

Il desiderio di infinito. Che espressione stupenda!

Ecco che cosa fa veramente la differenza. Ecco ciò che l’educatore, certamente senza superbia ma anche senza piegarsi al comune sentire, dovrebbe cercare di trasmettere. Perché il desiderio di infinito c’è in ogni uomo. Non si tratta di inserirlo a forza: lo dobbiamo solo suscitare.

E io lo vedo bene. Negli occhi dei miei figli e perfino in quelli del mio nipotino di due anni e della mia nipotina di un anno e mezzo.

Aldo Maria Valli