Festa per le “megelle”. Con Giovanni Paolo II

Oggi, 18 maggio, le nostre gemelle Anna e Paola compiono ventun anni. 18 maggio: lo stesso giorno della nascita di san Giovanni Paolo II.

Le gemelle (ma noi in famiglia diciamo «megelle», perché così dicevano loro da piccole) nacquero ottavine, con un mese d’anticipo, e dentro l’incubatrice sembravano due topini.

Per entrare nel reparto di neonatologia bisognava indossare grembiule, soprascarpe e cuffia. Sopra l’incubatrice una lampada lanciava calore. Le due bimbe dormivano nel nido, avvolte dal tepore. Io mi avvicinai tremebondo, restai in adorazione dei due topini, non mi accorsi della lampada e per poco la cuffietta che mi avevano fatto indossare non prese fuoco!

San Giovanni Paolo II, con il suo vocione, ci aveva incoraggiato: siate fedeli e apritevi alla vita. Serena (che già studiava per diventare la Santa Subito) e il sottoscritto ne fummo conquistati e lo prendemmo molto sul serio. Anche se un medico terrorista,  a causa di una patologia di Serena, aveva sentenziato «niente figli», noi ci affidammo al Signore e preferimmo seguire la via indicata dal papa anziché lasciarci spaventare dal verdetto della scienza. Andare controcorrente: che bellezza! Non per niente al nostro matrimonio erano risuonate le parole di Paolo: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2).

Risultato: sei figli. Con le megelle ai posti numero quattro e cinque.

Ricordo il giorno dell’ecografia. Il medico vuole fare lo spiritoso: «E ora vediamo quanti sono!». Santa Subito ed io non abbiamo tanta voglia di scherzare. Il quarto figlio è sempre stato un nostro grande desiderio, ma sapete com’è, quando si arriva al dunque c’è sempre un po’ di tensione. Il signor ecografista con il suo strumento sonda nelle profondità della mamma. Lo fa una volta, poi un’altra, poi un’altra. Tensione alle stelle. Qualcosa non va? «Signori – fa lui – in famiglia ci sono stati casi di gemelli?». No, diciamo noi dopo esserci guardati con occhi sgranati. «Beh, ecco – replica lui – qui sono due». Due? «Eh sì, non c’è dubbio: due».

Commento immediato di Santa Subito: «Quando al Signore dai un dito lui ti prende il braccio». Reazione mia: mentre faccio manovra, per tornare a casa dopo il verdetto, vado a sbattere contro un paracarro, e così sulla nostra auto di allora, una Ford familiare che avevamo chiamato Opima perché aveva il didietro abbondante, a ricordo della storica giornata rimase un bozzo.

Il bello dell’essere cristiani è che la vita è tutta una sorpresa. Il Signore, quando ci si mette, ha una fantasia! Che il nostro tanto desiderato figlio numero quattro potesse diventare il figlio quattro e cinque non se lo aspettava nessuno. Tranne Uno.

Quando incontriamo qualche giovane che pensa di poter tenere sotto controllo tutto e programmare ogni mossa della propria vita, Santa Subito e io, senza darlo a vedere, sorridiamo. Non sanno quanto è bello lasciarsi sorprendere. A noi è piaciuto così tanto che poi è arrivata anche Laura, la sesta, che definisce se stessa «il regalo della mamma», perché Santa Subito l’ha sempre chiamata così.

Dunque. Gli ex topini sono cresciuti. Tanto. Anna studia Ingegneria e sta sempre in mezzo a calcoli e numeri per me del tutto imperscrutabili. Paola va all’Accademia di belle arti ed ha una passione sfrenata per la fotografia. Eh sì, sorpresa nella sorpresa, le megelle sono alquanto diverse. Lo sono sempre state. Eterozigoti, non si assomigliano neanche lontanamente: bionda una, scura l’altra; occhi chiari una, occhi scuri l’altra. Idem per il carattere.

Qualche volta litigano, le megelle. Come potrebbe essere diversamente? Ma sono unite in un modo del tutto speciale. Perfino nel modo di parlare: quando borbottano fra loro, io non capisco niente. Per tradurre, ci vorrebbe un dizionario italiano-megellare.

Oggi giornata di grande festa. L’appuntamento è per stasera, quando ci troveremo attorno al vecchio tavolo di legno, in cucina.

Festeggiare ci piace. E ci piace ancora di più farlo doppiamente. La chiamiamo la legge della moltiplicazione dell’amore. La formula? Non sta nei libri studiati da Anna.

«Nella sua realtà più profonda, l’amore è essenzialmente dono e l’amore coniugale, mentre conduce gli sposi alla reciproca “conoscenza” che li fa “una carne sola” (cfr. Gen 2,24), non si esaurisce all’interno della coppia, poiché li rende capaci della massima donazione possibile, per la quale diventano cooperatori con Dio per il dono della vita ad una nuova persona umana. Così i coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre» («Familiaris consortio», n. 14).

Cooperatori con Dio per il dono della vita!

Caro san Giovanni Paolo II, questa sera, in cucina, attorno al vecchio tavolo di legno, certamente ci sarai anche tu!

Aldo Maria Valli