Migranti, sicurezza, ius soli. Leggendo il messaggio di Francesco

L’ultimo messaggio di Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (14 gennaio 2018) è stato variamente commentato ed ha sollevato polemiche in campo politico, specie a proposito del punto in cui il papa si occupa del diritto alla nazionalità.

Ci permettiamo anche noi qualche commento e partiamo proprio dal presunto assist del papa alle legge sullo «ius soli».

Il passaggio è forse un po’ sbrigativo, il che può renderlo ambiguo. Però, se si legge con attenzione, si vede che il problema che Bergoglio intende affrontare è piuttosto quello della apolidia, ovvero delle persone prive di qualunque cittadinanza. Scrive infatti Francesco: «Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso “una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale”».

Che il papa si riferisca all’apolidia sembra confermato dal fatto che la citazione inserita alla fine del brano è presa da un documento che si occupa proprio di questo problema. Il documento è «Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzosamente sradicate», pubblicato nel 2013 dal Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti, e la parte (n. 70) dalla quale è tratta la citazione, intitolata «Apolidi», è la seguente: «Il diritto ad una cittadinanza è riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ed è sottolineato da varie Convenzioni e Conclusioni dell’UNHCR adottate dalla comunità internazionale come un diritto umano fondamentale. Gli apolidi rischiano di essere considerati come “non esistenti” e possono essere facilmente negati loro i diritti fondamentali, quali, p. es., all’istruzione, al lavoro, alla proprietà, al matrimonio, alla partecipazione politica, ecc. Gli Stati dovrebbero trattare gli apolidi che vivono nel loro territorio nel rispetto dei diritti umani internazionali. Essi sono invitati ad adottare una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale e ad assumere misure appropriate al fine di ridurre l’apolidia, specialmente nei casi di creazione o successione di uno Stato. Una legislazione giusta deve garantire che gli individui non siano privati arbitrariamente della loro nazionalità né debbano rinunciare alla loro cittadinanza senza acquisirne un’altra e che i bambini siano registrati alla nascita e dotati di certificati adeguati».

Al di là della specifica questione relativa all’apolidia, sul messaggio di Francesco sembra però possibile fare un altro paio di riflessioni più generali.

Il documento è destinato al mondo intero e prende spunto dalle situazioni più diverse. Non può, quindi, essere letto con occhiali solo italiani. Per cui quando il papa, per esempio, si occupa della sicurezza di migranti e rifugiati occorre pensare a certe situazioni estreme che si verificano lontano da noi, come in Africa o in Asia.

Risulta però difficile non riscontrare una sorta di sbilanciamento di fondo. Non si accenna mai, infatti, al primo vero problema, e  cioè che le persone non dovrebbero partire. Perfino quando il papa osserva, giustamente, che «molti migranti e rifugiati hanno competenze che vanno adeguatamente certificate e valorizzate», non si trova il benché minimo riferimento al fatto che la prima forma di giustizia consiste nell’operare perché tali competenze siano messe al servizio dei paesi d’origine. «Incoraggio a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati», scrive a un certo punto il papa, che però non sente il bisogno di sottolineare che prima di tutto l’inserimento dovrebbe essere promosso nelle terre d’origine di queste persone, così da non costringerle a partire. Francesco forse dà per scontato che il primo impegno sia quello di garantire un diritto a non emigrare? Probabile, però dirlo, magari in un inciso, sarebbe stato utile.

A questo proposito vale la pena di ricordare che nel messaggio del 2013  («Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza») Benedetto XVI fu molto chiaro quando scrisse: «Il diritto della persona ad emigrare – come ricorda la Costituzione conciliare “Gaudium et spes” al n. 65 – è iscritto tra i diritti umani fondamentali, con facoltà per ciascuno di stabilirsi dove crede più opportuno per una migliore realizzazione delle sue capacità e aspirazioni e dei suoi progetti. Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra», e qui papa Ratzinger citava san Giovanni Paolo II, là dove Wojtyła affermava che «il diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione» (discorso al IV Convegno mondiale delle migrazioni, 1998).

Torniamo ora sulla questione della sicurezza personale e nazionale. Come si diceva, è chiaro che quando il papa ne parla («Il principio della centralità della persona umana, fermamente affermato dal mio amato predecessore Benedetto XVI, ci obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale») non pensa solo all’Italia e al nostro continente. In ogni caso l’affermazione andrebbe meglio specificata. Per esempio, quando il papa scrive «ci obbliga» a chi pensa esattamente? I volontari che fanno assistenza e gli agenti di polizia non sono certamente tenuti a comportarsi nello stesso modo. E che cosa immagina quando chiede di «preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati»?

Va bene allargare lo sguardo al mondo intero, ma mentre l’Italia, come tanti altri paesi, si trova a confrontarsi con immigrazione illegale e terrorismo si sente la mancanza di un accenno alla realtà vissuta qui.

Curiosa poi la citazione usata a sostegno della tesi secondo cui bisogna accogliere perché siamo obbligati  ad «anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale». È tratta dalla «Caritas in veritate» di Benedetto XVI, ma se andiamo a leggere l’enciclica nel paragrafo in questione scopriamo che si sta parlando non di accoglienza, bensì di sostegno ai progetti di sviluppo. Ecco il punto dell’enciclica: «Negli interventi per lo sviluppo va fatto salvo il principio della centralità della persona umana, la quale è il soggetto che deve assumersi primariamente il dovere dello sviluppo» (n. 47).

Come si vede, nel punto citato, il riferimento alla «centralità della persona umana» è all’interno di un ragionamento che si occupa proprio di come agire perché le persone siano messe nelle condizioni di non partire.  Chissà se chi ha proposto la citazione se n’è reso conto. Mah!

Aldo Maria Valli