Dare anime a Dio. La lezione di padre Domenico Barberi

Il 27 agosto, oltre a santa Monica, la mamma di sant’Agostino, la Chiesa cattolica ha ricordato Domenico Della Madre di Dio, al secolo Domenico Barberi, il passionista italiano che accolse nella fede cattolica John Henry Newman.

Morto a Reading nel 1849 e beatificato da Paolo VI nel 1963, Barberi non è molto noto, eppure la sua figura merita di essere conosciuta per più aspetti.

«Ogni santo – scrive sul “Catholic Herald” don Alexander Lucie-Smith – ha qualcosa da insegnarci, e il beato Domenico non fa eccezione». Newman lo definì un meraviglioso missionario e un predicatore pieno di zelo, un religioso che portò alla conversione innumerevoli anime.

Gentile, disponibile, dotato di uno spiccato senso dell’umorismo, Barberi in effetti voleva proprio questo: dare anime a Dio, espressione che in questi nostri tempi può suonare strana, ma che in fondo riassume quella che dovrebbe essere la missione di ogni consacrato.

Il suo metodo? Semplice. Domenico, spiega Alexander Lucie-Smith, credeva con tutto il cuore a  ciò che voleva che altre persone credessero, ed ecco perché convertiva.

Nato a Viterbo nel 1792, Barberi era originario di una famiglia contadina. Il padre morì quando Domenico aveva cinque anni, e la madre cinque anni dopo. Adottato da uno zio, fece il pastore e l’agricoltore. Imparò a leggere e a scrivere grazie a un frate cappuccino e incominciò ad avere un’istruzione regolare solo quando entro nella congregazione dei passionisti. Racconterà di aver avvertito presto la chiamata a predicare il Vangelo in terre lontane e in particolare in Inghilterra, come san Paolo della Croce, fondatore dell’ordine dei passionisti. Una chiamata che incominciò a diventare realtà quando incontrò  padre Ignazio di San Paolo, passionista inglese convertito dall’anglicanesimo. Dopo un’esperienza in Belgio, all’interno di una comunità di soli quattro religiosi, fu infatti mandato ad Aston Hall con il compito di aprire una casa per passionisti e, nonostante la diffidenza e il clima di sospetto nei suoi confronti (da parte degli anglicani, ma anche della minoranza cattolica, che temeva ritorsioni), nel 1842, dopo vent’anni di sforzi, riuscì nell’impresa.

Non gli vennero risparmiate umiliazioni, come quando fu sbeffeggiato per i suoi maldestri tentativi di pregare in inglese, ma Domenico non era tipo da arrendersi facilmente. Chi entrava in contatto con lui ne restava affascinato, e le conversioni incominciarono a fioccare.

Fra i tanti episodi di quegli anni si racconta che una volta il missionario fi accolto da un lancio di pietre, ma lui le raccolse, le baciò una a una e se le mise in tasca, col risultato che alcuni dei giovani che le avevano scagliate si fecero cattolici.

Nel 1844 ad Aston si tenne la prima processione del Corpus Domini mai avvenuta in Inghilterra e la figura di Barberi incominciò a diventare popolare in tutto il paese, anche perché il religioso promuoveva numerose missioni, specie nei distretti industriali.

Barberi non voleva soltanto convertire il maggior numero di fedeli. Il suo obiettivo fu sempre quello di riportare l’Inghilterra in seno alla Chiesa cattolica.

Fu proprio durante questo percorso che entrò in contatto con Newman, da lui accolto nella fede cattolica nella notte fra l’8 e il 9 ottobre del 1845, quando, dopo aver viaggiato per ore sotto la pioggia, il passionista italiano arrivò a Littlemore, il paesino nel quale Newman si era ritirato dopo essersi dimesso da vicario della Chiesa St Mary’s a Oxford, e lì, davanti al camino, mentre si asciugava, incominciò ad ascoltare la confessione  del grande teologo, che andò avanti per tutto il giorno successivo.

Ritiri e missioni. Durante gli anni inglesi Barberi fece soprattutto questo. I ritiri, alquanto severi, erano importanti specie per il clero, che doveva formarsi e irrobustirsi, mentre le missioni, condotte nonostante mille difficoltà, erano a base di prediche (anche al mattino presto e a sera tarda, per favorire i lavoratori) e disponibilità nel confessionale.

I tempi sono cambiati, ma quella lezione, scrive Alexander Lucie-Smith, tutto sommato resta valida: dobbiamo concentrarci sulla missione, non sulla manutenzione. «Una cosa è certa: senza coraggio e zelo, come quelli dimostrati dal beato Domenico, nulla può essere fatto. Quindi la prima cosa è pregare per queste virtù. Non diventeremo araldi del Vangelo fino a quando non ci verrà data da Dio la grazia di esserlo, e la grazia non ci verrà data finché non lo vorremo. Perciò incominciamo a volerlo».

Quando si tratta della verità, scrive don Lucie-Smith, non bisogna arretrare di un millimetro e non cadere nell’indifferentismo. Ti tireranno pietre, ma non bisogna aver paura.

Lo dimostra il caso del vescovo Philip Egan di Portsmouth, che qualche anno fa ricevette non poche pietre, per fortuna in senso metaforico, per aver ricordato, in un’intervista a «LifeSiteNews», che la negazione dell’Eucaristia ai pubblici peccatori ai sensi del canone 915 del Codice di diritto canonico è «un atto di misericordia» e un rimedio «medicinale»: «Se una persona non agisce in comunione con la Chiesa cattolica è giusto che non riceva la Comunione. Nessuno è obbligato ad essere cattolico. Non è la “mia” verità, è la verità di Dio. Bisogna sperare che queste persone siano incoraggiate a cercare la comunione col Signore, nella verità, pentendosi di essersi perdute».

«In Inghilterra – ha detto di recente Egan – c’è il deserto, ma se uno scava, neanche troppo a fondo, c’è un bacino d’acqua da raggiungere». E quest’anno nel seminario di Portsmouth entreranno ben quattordici giovani, il numero più alto a memoria d’uomo.

Aldo Maria Valli