Quando ci comprarono i cinesi

 

Il risultato del referendum consultivo per l’autonomia del Veneto, che si svolse il 22 ottobre del lontano 2017, lo conoscete tutti e quindi è inutile dilungarsi. Più interessante è narrare quali furono le conseguenze per il Paese Più Bello del Mondo (un tempo noto come Italia), perché da lì incominciò una trasformazione notevole.

Prima di tutto per il nostro amato paese si determinò una situazione segnata, stranamente, da una profonda ingovernabilità. Grazie anche ad alcune leggi elettorali pensate ad hoc, quali il Rosatellum ter corretto alla Mattarellum e perfezionato con elementi tratti da Porcellum e Democratellum, i legislatori avevano predisposto tutto l’occorrente per fare del Paese Più Bello del Mondo un esempio di stabilità politica. Eppure non fu sufficiente.

Sottoposto, nell’ordine, a un governo di intese larghe, poi a uno di intese larghissime, poi a uno di intese ristrette, poi a uno di intese ristrette macchiate fredde, poi a uno di intese ristrette macchiate calde, poi a uno di intese ristrette macchiate fredde in tazza calda, poi a uno di intese ristrette macchiate calde in tazza fredda, poi a uno di intese ristrette doppie corrette alla grappa, il Paese Più Bello del Mondo finì inspiegabilmente nell’ingovernabilità.

Di tanto in tanto alcune soluzioni temporanee sembrarono praticabili, ma l’illusione durava poco. Per esempio, quella volta che si fece il governo all’orzo in tazza fredda, sembrò proprio che potesse durare. Poi però, quando un parlamentare, spinto da irrefrenabile spirito creativo, saltò su e disse: «Per me al vetro, grazie!», si cadde nuovamente nel baratro.

La faccenda andò avanti per svariati decenni, fino a quando, di fronte a una realtà tanto singolare, gli italiani riuscirono per fortuna a trovare un accordo.

Dopo che i migliori tra noi (scienziati, cuochi, ricercatori, musicisti, poeti, eroi, santi, navigatori e calciatori) furono tutti emigrati all’estero, e le nostre aziende, così come le squadre di calcio, finirono una dopo l’altra nelle mani degli stranieri, si fece finalmente il referendum sulla riforma istituzionale e l’indicazione della volontà popolare fu univoca.

Abolita l’Italia, si tornò con soddisfazione generale, nel nome della più genuina tradizione e delle nobili radici, alle più autentiche autonomie locali. Ovvero: Regno di Sardegna, Regno Lombardo-Veneto, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Granducato di Toscana, Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie.

La cosa funzionò per un po’, anche perché il Vaticano ne fu felice e gli stranieri, a bocca  aperta per lo stupore, venivano a visitarci a frotte, come se fossimo, dicevano loro, un grande museo a cielo aperto.

In realtà gli italiani  si sentivano semplicemente a loro agio, e quando poi fu finalmente possibile istituire barriere doganali fra i diversi stati (ovviamente con gabelle che ciascun stato imponeva nella propria moneta), si sentirono ancora meglio. Quella era l’Italia che avevano sempre sognato: ognuno a casa propria, sotto il proprio campanile, senza pericolose confusioni e inutili mescolamenti.

Se non che, inspiegabilmente, il conflitto non tardò a esplodere. Quando infatti si trattò di scegliere i propri rappresentanti per l’Unione europea, i capoccioni di Bruxelles, chiusi nei loro pregiudizi, non consentirono agli italiani di procedere con elezioni separate, ma pretesero (orrore!) una consultazione nazionale.

Di qui una lunga, estenuante guerra fratricida, al termine della quale, con il paese distrutto e nessun vincitore, un nuovo referendum per le riforme istituzionali stabilì che la cosa migliore sarebbe stata una sola: vendere l’Italia al miglior offerente.

Il paese fu quindi prontamente messo all’asta e le offerte non mancarono. Certo, gli italiani più in gamba, come detto, se n’erano andati da un pezzo, e le nostre attività più redditizie, ovvero le squadre di calcio, erano ormai tutte controllate da stranieri. Ma, con qualche ritocco qua e là – suggerirono per esempio gli americani – il Paese Più Bello del Mondo poteva essere rimesso a nuovo senza troppe spese, così da trasformarlo in un grande villaggio turistico polivalente, a beneficio dei pensionati d’oltreoceano, con ottimi servizi (ovviamente in mani americane) e attrazioni a tema.

Da parte loro i francesi, meno fantasiosi, immaginavano di fare dell’Italia una cosiddetta collettività territoriale (non proprio una regione, ma qualcosa di simile, tipo una grande Corsica), mentre gli inglesi, come sempre magnanimi, pensavano piuttosto a una colonia.

Tuttavia, nella sorpresa generale, all’asta si imposero i cinesi. I quali si dimostrarono, tutto sommato, piuttosto indulgenti. Certo, introdussero l’insegnamento obbligatorio della loro lingua nelle scuole e l’uso degli ideogrammi nei documenti ufficiali prodotti dall’apparato burocratico (i quali, effettivamente, da allora risultarono più chiari). Certo, sostituirono l’articolo 1 della Costituzione (quello sulla Repubblica fondata sul lavoro) con un celebre, ma per noi un po’ imperscrutabile, proverbio cinese che dice «È difficile riconoscere un gatto nero in una stanza, soprattutto quando il gatto nero non c’è». Certo, per proteggere i nostri confini dagli appetiti dei concorrenti fecero costruire una Grande Muraglia, di migliaia di chilometri, che ancora oggi è un vanto nazionale. Ma tutto sommato lasciarono le cose esattamente come stavano e ne pretesero soltanto una: che venisse abolita la cucina italiana e tutti i ristoranti della penisola fossero trasformati in locali cinesi gestiti da un certo Mister Chang. «D’altra parte – sostennero i nostri proprietari, non senza qualche ragione e con malcelato spirito di rivalsa – gli spaghetti li abbiamo inventati noi!».

Ecco, così andarono le cose. Ovviamente  molte altre vicende sarebbero da raccontare, perché quelle che ho esposto riguardano soltanto alcuni secoli. Vi posso comunque assicurare che il futuro del Paese Più Bello del Mondo fu spumeggiante e non ci fece mai annoiare. Come dice un proverbio cinese –  «Non troveresti i confini dell’anima neppure percorrendo ogni strada, neppure nuotando nel lungo fiume Giallo, tanta è la sua profondità» – c’è in noi qualcosa di così misterioso e insondabile che ci rende unici.

Aldo Maria Valli