Elogio della naftalina

Buongiorno. Sono una pallina di naftalina.

Non chiedetemi come, ma anche qui, dentro l’armadio di nonna Carlotta, arrivano le notizie. Ho saputo così che il papa Francesco ha parlato di me, di noi. Il che da un lato mi ha fatto piacere, naturalmente, ma dall’altro ha rinnovato un’antica sofferenza. Riguarda quel modo di dire diffuso tra la gente, per cui «stare in naftalina» equivale a vivere al chiuso, in un posto buio, lontani dal mondo e dalle belle cose della vita. Il che sotto molto aspetti è vero, perché noi in effetti abbiamo questo compito di conservare gli abiti e in generale i tessuti, e quindi svolgiamo il nostro lavoro per lo più negli armadi e nei guardaroba. Ma ciò non significa che noi palline di naftalina dobbiamo essere disprezzate. Ed ecco perché mi spiace molto che perfino Francesco, che è tanto buono e misericordioso, sia caduto nel luogo comune e abbia contribuito a rafforzarlo.

Che cosa ha dunque detto Francesco? Ecco la frase da lui rivolta al Pontificio consiglio della nuova evangelizzazione: «La Tradizione è una realtà viva e solo una visione parziale può pensare al “deposito della fede” come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti!»

Ora io, in quanto pallina di naftalina,  non sono mai stata sindacalizzata, e in genere svolgo il mio lavoro nel più completo anonimato. Però vorrei invitarvi a riflettere: che cosa sarebbe dei vostri abiti, delle vostre belle coperte, dei tessuti di casa, dei tappeti, se noi non ci fossimo? D’accordo, so che ormai esistono altre sostanze che svolgono un compito simile al nostro, ma in molti armadi, come nel caso di questo qui, della nonna Carlotta, noi siamo ancora presenti e attive. E alziamo una vera e propria barriera protettiva contro il nemico di sempre: la tarma.

Lei, la tarma, è un animale insidioso e, si può ben dire, malvagio. Non so perché il buon Dio, nel suo misterioso disegno, l’abbia creata. La questione è una delle tante che mi sfuggono, ma poiché non sono filosofa, né tanto meno teologa, non sto a farmi troppe domande. Sta di fatto che la tarma è una vecchia nemica dei tessuti naturali ed ama cibarsi di lana, seta, cotone. Il risultato lo conoscete bene: se si lascia fare a questo vorace lepidottero, non ci sarà golfino o pullover o sciarpa o tappeto che resterà immune dalla sua azione devastatrice. In pochi istanti una tarma è capace di ridurre a un colabrodo qualche metro quadro di tessuto. E così voi, aprendo il cassetto, non trovate più il vostro indumento preferito, ma un ex indumento, pieno di buchi.

Però ci siamo noi, ci sono io. E noi qui vigiliamo «H 24», come si suol dire. Giorno e notte, in ogni stagione. Anche a Natale e a Pasqua. Non andiamo mai in ferie e non chiediamo nulla. Solo di poter stare al nostro posto, di sentinella, a vigilare contro le tarme, per respingere ogni loro malefico assalto.

Ecco perché dico che il luogo comune sul nostro conto è obsoleto e ingiusto. Stare in naftalina non vuol dire isolarsi e disprezzare il mondo. Vuol dire invece applicazione e impegno nella protezione. Oso parlare di devozione. Perché difendiamo qualcosa che voi umani avete a cuore. Perché conserviamo con cura ciò che per voi umani rappresenta un tesoro, piccolo o grande che sia.

Pensate che qui dentro, nell’armadio, la nonna Carlotta conserva perfino una pelliccia. Di visone. Non lo dico troppo forte, perché so che oggigiorno possedere una pelliccia vera, non sintetica e non ecologica, equivale a un reato, e non vorrei proprio che la nonna Carlotta si ritrovasse sotto attacco da parte di qualche manipolo di animalisti scatenati, con tanto di vernice rossa spruzzata sopra la pelliccia. D’altra parte questa pelliccia la nonna Carlotta non la indossa mai. Sapete com’è: ormai le mancano le occasioni. E poi a una certa età alcune cose non servono più come una volta (nel caso di una pelliccia, per riscaldare ed essere eleganti) ma per i ricordi che trasmettono. Comunque sia, dicevo, qui c’è una pelliccia, e non oso immaginare come sarebbe ridotta se io non fossi perennemente di guardia.

Qualcuno dice che il nostro odore è cattivo. Beh, a parte il fatto che a certe persone piace (conosco un nipote di nonna Carlotta che viene qui apposta per aprire l’armadio e inspirare a pieni polmoni, tanto gradisce l’aroma di naftalina), mi sembra che attaccarsi alla faccenda dell’odore sia, quanto meno, disonesto. Qui non si tratta di valutare l’effluvio emanato, ma di considerare realisticamente l’importanza del lavoro che svogliamo.

Il punto è questo: da una parte c’è la tarma, che riduce tutto a buchi, e dall’altra ci siamo noi, che proteggiamo i beni dai buchi. Vi piace girare con una giacca, un paltò, un paio di pantaloni o una sciarpa piena di buchi? Va bene, fate pure a meno di noi. Se invece siete per l’integrità, eccoci qua! La pallina di naftalina è al servizio di tessuti senza buchi!

Credetemi. Da quando la nonna Carlotta mi ha messo qui è la prima volta che mi lascio andare a queste esternazioni. Ma arriva un momento in cui occorre dire la verità.

Perché voi umani conservate gli indumenti e i tessuti negli armadi, affidandoli alla nostra custodia? Certamente perché si tratta di beni che vi servono, ma anche per il valore sentimentale che hanno. E molto spesso più sono vecchi più hanno un valore che va ben al di là della loro funzione, come so bene io, che sto qui a vigilare su certi capi d’abbigliamento che la nonna Carlotta ormai conserva solo per amore, e non parlo solo della suddetta pelliccia, ma anche di certe giacche del defunto marito della nonna.

Ho detto «solo per amore», ma mi rendo conto di quanto sia inadeguata questa affermazione. Come se l’amore non fosse tutto!

E comunque, caro papa Francesco, per favore, rivedi il tuo giudizio sulla naftalina.

Un amico mi ha mandato una frase che si trova nel «Catechismo della Chiesa Cattolica»: «Conserviamo con cura questa fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa, perché, sotto l’azione dello Spirito di Dio, essa, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso, continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene». Sono parole di Sant’Ireneo di Lione e devo dire che mi riempiono di commozione, perché anch’io, nel mio piccolo, contribuisco a  conservare con cura ciò che per nonna Carlotta è tanto prezioso, e questo vecchio armadio è davvero come un vaso al servizio di un tesoro che, attraverso il ricordo, continuamente ringiovanisce.

Sento dire che la tradizione non è tutto e che invece bisogna aggiornarsi. Sarà. Quel che so è che un buco è un buco. E la tarma non guarda in faccia a nessuno, perché lei è programmata per fare buchi.

Lo ripeto: non ho titoli per parlare. Dunque non voglio farla lunga. Dico solo questo: se volete un mondo di tarme e di buchi, accomodatevi; se invece siete per l’integrità e la completezza, eccomi pronta.

Scusate lo sfogo.

La vostra umile pallina di naftalina.

Aldo Maria Valli