Quel miracolo eucaristico di Buenos Aires

Mentre si parla con sempre maggiore insistenza di una «messa ecumenica» che sarebbe allo studio di una commissione vaticana, e mentre da parte cattolica c’è chi sostiene che il centro dell’eucaristia non sarebbe la consacrazione del pane e del vino ma l’ascolto della parola, vorrei portare l’attenzione su un miracolo eucaristico che papa Francesco dovrebbe conoscere bene, perché avvenuto a Buenos Aires, prima e durante gli anni dell’episcopato di Bergoglio.

Anche se la Chiesa di Buenos Aires non ha mai voluto suscitare clamore attorno ai fatti, ormai il quadro è piuttosto chiaro.

Nella parrocchia di Santa Maria, che si trova nel centro della capitale argentina, al numero 286 di Avenida La Plata, quartiere di Almagro, il 1° maggio 1992, un venerdì (lo stesso mese e lo stesso anno in cui Jorge Mario Bergoglio diventa vescovo ausiliare della metropoli) due pezzetti di ostia  consacrata sono trovati sul corporale del tabernacolo. Come si fa in questi casi, il parroco ordina di metterli in un recipiente d’acqua, perché si sciolgano, e di riporre il tutto nel tabernacolo.

Venerdì 8 maggio, però, i due pezzetti di particola non si sono ancora sciolti. Hanno anzi preso un colore rosso sangue, e due giorni dopo, domenica 10, durante la messa della sera alcune gocce di sangue vengono notate sulla patena.

Si arriva a domenica 24 luglio 1994, quando il celebrante, durante la messa dei bambini, prendendo la pisside dal tabernacolo si accorge che una goccia di sangue scorre sulla parete interna.

Ed eccoci all’agosto 1996, giorno 15, festa dell’Assunzione di Maria al cielo.

Alle ore diciannove, al termine della messa, padre Alejandro Pezet vede una fedele che si avvicina: ha con sé un’ostia trovata in un angolo della chiesa ed evidentemente profanata.

Anche in questo caso il sacerdote mette la particola in un contenitore pieno d’acqua, perché si possa scogliere, e ripone il tutto nel tabernacolo. Qualche giorno dopo, il 26 agosto, scopre però che l’ostia, anziché dissolversi, si è trasformata in qualcosa di solido: qualcosa che sembra proprio un frammento di carne insanguinata.

Il parroco avverte l’arcivescovo Antonio Quarracino, che coinvolge l’ausiliare Bergoglio. Un professionista fotografa i reperti, viene stilato un rapporto e il tutto è trasmesso a Roma.

Dopo che nel 1992 alcuni ematologi hanno stabilito che si tratta di sangue umano, anni dopo è l’arcivescovo Bergoglio ad autorizzare analisi ancora più approfondite, in un laboratorio di Buenos Aires i cui tecnici sono tenuti all’oscuro della provenienza dei reperti. Risultato: i globuli rossi e bianchi, così come i tessuti, sono di un cuore umano, di un uomo ancora vivo, con cellule pulsanti.

A questo punto, siamo nel 1999, l’arcivescovo Bergoglio chiede nuovi esami e ne incarica il dottor Ricardo Castañon Gomez, specialista boliviano, il quale preleva un frammento di quella che sembra essere carne e lo invia al laboratorio di genetica Forence Analitycal di San Francisco, dove il 28 gennaio 2000 viene reso noto che sul materiale è stato trovato DNA umano.

I campioni sono inviati anche al professor John Walker, dell’Università di Sydney in Australia, il quale rileva a sua volta che si tratta di cellule muscolari e cellule bianche del sangue, tutte intatte. Non solo. Le analisi, come Walker comunica nel 2003 a Castañon, stabiliscono che i tessuti sono infiammati, segno che la persona a cui appartengono ha subìto un trauma.

Alla ricerca di ulteriori conferme, i campioni vengono inviati anche a un esperto di malattie del cuore, il dottor Frederic Zugibe della Columbia University di New York, che nella relazione del 26 marzo 2005 scrive: «Il materiale analizzato è un frammento del muscolo cardiaco tratto dalla parete del ventricolo sinistro in prossimità delle valvole. Questo muscolo è responsabile della contrazione del cuore. Va ricordato che il ventricolo cardiaco sinistro pompa sangue a tutte le parti del corpo. Il muscolo cardiaco in esame è in una condizione infiammatoria e contiene un gran numero di globuli bianchi. Ciò indica che il cuore era vivo al momento del prelievo dal momento che i globuli bianchi, al di fuori di un organismo vivente, muoiono. Per di più, questi globuli bianchi sono penetrati nel tessuto, ciò indica che il cuore aveva subito un grave stress, come se il proprietario fosse stato picchiato duramente sul petto». Naturalmente anche nel caso del dottor Zugibe e dei suoi collaboratori è stata omessa l’origine dei campioni.

Risulta che quanto il dottor Zugibe seppe che quel materiale era stato  tenuto per un mese in acqua e per tre anni in acqua distillata, restò esterrefatto. E ancor più sconvolto fu quando scoprì, dal dottor Castañón, che quel frammento di cuore umano «vivente» era in origine un’ostia consacrata.

«Come e perché un’ostia consacrata possa mutare e diventare la carne e il sangue di un essere umano vivente – commentò il dottor Zugibe, patologo che ha analizzato anche la Sacra Sindone  – rimane un mistero inspiegabile per la scienza, un mistero al di fuori della sua competenza».

I risultati delle analisi realizzate sui campioni provenienti da Buenos Aires sono stati confrontati con quelli del miracolo eucaristico di Lanciano, e gli esperti, ignari della provenienza dei tessuti, hanno concluso  che appartengono  alla stessa persona, con sangue di tipo AB positivo e DNA  identico a quello riscontrato sulla Sacra Sindone e sul Sudario di Oviedo.

Va notato che Jorge Mario Bergoglio, sia da ausiliare sia poi da arcivescovo, ha seguito la procedura prevista  dal documento «Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni», emanato dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 1978.  Inoltre risulta che lo stesso Bergoglio si sia recato più volte nella chiesa di Santa Maria, anche per l’adorazione eucaristica.

Nella chiesa di Santa Maria i fatti che abbiamo narrato vengono illustrati periodicamente ai fedeli.  «Preghiamo perché in tutte le comunità ecclesiali cresca il senso eucaristico della nostra fede», dicono i parrocchiani.

Aldo Maria Valli