Il giudizio di Dio, l’inferno, il paradiso, il purgatorio. Le attualissime lezioni di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

Oggi, 11 novembre, la Chiesa ricorda un grande santo, Martino di Tours (316-397), noto per il gesto riprodotto in tanti dipinti: Martino, soldato romano, che durante una ronda, alle porte di Amiens, vede un medicante seminudo, infreddolito, e taglia in due il suo mantello per condividerlo con il povero. Il cielo si schiarisce, la temperatura si fa più mite, e quella stessa notte Martino ha un sogno: Gesù, avvolto dalla metà di mantello donata al povero, si presenta a lui e gliela restituisce. Poi, l’indomani, il soldato trova il suo mantello di nuovo intero.

Martino, che all’epoca ha diciotto anni e si sta preparando per ricevere il battesimo, compie così un gesto che diventerà centralissimo nell’iconografia cristiana (oltre che dai cattolici, Martino di Tours è venerato come santo anche da ortodossi e copti), entrerà nella cultura popolare con «l’estate di san Martino» (un periodo di tepore a inizio novembre, dopo i primi freddi autunnali) e avrà importanti conseguenze anche sulla lingua della Chiesa. Mantello, infatti, in latino si dice cappa. La cappa corta dei soldati romani era detta cappella, e questo divenne il nome assunto non soltanto dal luogo in cui i re merovingi conservarono il corto mantello del soldato Martino, ma, per estensione, da tutti i luoghi di preghiera in cui sono custodite reliquie, sotto la cura dei cappellani.

Proprio a Tours, nel 1996, durante la sua visita  per il sedicesimo centenario della morte di Martino, san Giovanni Paolo II disse: «San Martino di Tours è un importante testimone della carità evangelica. Ogni anno, l’11 novembre, la liturgia ci ricorda la sua nobile figura. La sua vita è la narrazione delle meraviglie che Dio ha compiuto in lui. Gli eventi che la compongono sono diventati, per così dire, simbolici: legati alla figura di questo santo, prima soldato e poi vescovo, sono stati conosciuti in tutta la Chiesa».

E poi: «Conosciamo tutti il famoso evento della vita di san Martino, che ebbe luogo il giorno in cui, ancora soldato, egli incontrò un povero, nudo e tremante per il freddo. Martino prese il suo mantello, lo divise a metà e con esso coprì l’infelice. È proprio questo che dice il Vangelo secondo Matteo che abbiamo appena ascoltato: “(ero) nudo e mi avete vestito” (Mt 25, 36). Durante il giudizio universale, Gesù rivolgerà queste parole a coloro che porrà alla sua destra, a quanti avranno fatto del bene. Essi allora domanderanno “Signore, quando mai ti abbiamo veduto . . .? Quando ti abbiamo visto . . . nudo e ti abbiamo vestito?” (Mt 25, 38). E Cristo risponderà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

La riflessione di san Giovanni Paolo II sul giudizio va messa in rilievo. «Donando al povero di Amiens la metà del suo mantello, Martino ha tradotto in un gesto concreto le parole di Gesù che annunciano il giudizio universale: quando alla presenza del Figlio dell’uomo si riuniranno “tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra” (Mt 25, 32-33). Egli dirà a coloro che sono alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25, 34). Contemplando la vita di san Martino, e soprattutto il suo ardore nel praticare l’amore verso il prossimo, la Chiesa è giunta subito alla conclusione che il Vescovo di Tours si trovava nel novero degli eletti».

Ai nostri giorni parlare del giudizio divino sembra qualcosa di desueto. Non ci siamo più abituati. Invece papa Wojtyła ci mette di fronte alla questione non solo della coerenza cristiana, ma anche della conseguente valutazione che sarà fatta dal Padre, necessaria per dare valore alla nostra libertà di scelta.

Partiti da Martino di Tours, siamo approdati alla meditazione di san Giovanni Paolo II sul giudizio divino. Parole, quelle del papa santo, che si collegano direttamente a una  risposta che Benedetto XVI diede anni fa, completamente a braccio ma con mirabile lucidità, davanti ai parroci romani.

Siamo nel febbraio 2008. Nell’aula delle Benedizioni, in Vaticano, Papa Ratzinger accoglie i parroci di Roma per l’incontro di inizio quaresima e risponde ad alcuni quesiti. Un prete denuncia l’atteggiamento sempre più diffuso, da parte dei pastori cattolici, di passare sotto silenzio le verità ultime, il giudizio, l’inferno, il paradiso, e osserva: «Nei catechismi della conferenza episcopale italiana usati per l’insegnamento della nostra fede ai ragazzi non si parla mai di inferno, mai di purgatorio, una sola volta di paradiso, una sola volta di peccato e soltanto del peccato originale. Mancando queste parti essenziali del Credo, non le sembra che crolli la redenzione di Cristo?».

Ed ecco la risposta di Benedetto XVI: «Lei ha parlato, giustamente, di temi fondamentali della fede che purtroppo appaiono raramente nella nostra predicazione. Nell’enciclica “Spe salvi” ho voluto proprio parlare anche del giudizio ultimo, universale, e in questo contesto anche di purgatorio, inferno e paradiso. Penso che noi tutti siamo ancora sempre colpiti dall’obiezione dei marxisti, secondo cui i cristiani hanno solo parlato dell’aldilà e hanno trascurato la terra. Così noi vogliamo dimostrare che realmente ci impegniamo per la terra e non siamo persone che parlano di realtà lontane, che non aiutano la terra. Ora, benché sia giusto mostrare che i cristiani lavorano per la terra — e noi tutti siamo chiamati a lavorare perché questa terra sia realmente una città per Dio e di Dio — non dobbiamo dimenticare l’altra dimensione. Senza tenerne conto, non lavoriamo bene per la terra. Mostrare questo è stato uno degli scopi fondamentali per me nello scrivere l’enciclica. Quando non si conosce il giudizio di Dio, quando non si conosce la possibilità dell’inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione. Allora l’uomo non lavora bene per la terra perché perde alla fine i criteri, non conosce più se stesso, non conoscendo Dio, e distrugge la terra. Tutte le grandi ideologie hanno promesso: noi prenderemo in mano le cose, non trascureremo più la terra, creeremo il mondo nuovo, giusto, corretto, fraterno. Invece, hanno distrutto il mondo. Lo vediamo con il nazismo, lo vediamo anche con il comunismo, che hanno promesso di costruire il mondo così come avrebbe dovuto essere e, invece, hanno distrutto il mondo».

Abbiamo qui, da parte di papa Ratzinger, una prima riflessione folgorante: «Quando non si conosce il giudizio di Dio, quando non si conosce la possibilità dell’inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione». E attraverso questa ignoranza, o indifferenza, non si diventa migliori servitori del mondo e dell’uomo. Infatti, se non si conosce Dio, se si ignora il giudizio divino, non si conosce l’uomo, non conosciamo noi stessi, e se non conosciamo noi stessi ci distruggiamo.

Importante è il collegamento che Benedetto XVI fa tra la reticenza da parte della Chiesa circa i Novissimi (appunto il giudizio, l’inferno e il paradiso) e l’obiezione, di origine marxista, secondo cui il credente, occupandosi del giudizio e dell’aldilà, si distaccherebbe dal mondo.  Il credente, spiega Ratzinger, trascurando le cose ultime pensa di andare incontro al mondo e di rispondere così all’obiezione di avere la mente e il cuore altrove, in una dimensione lontana e alla fine inutile, ma non si rende conto che, comportandosi in questo modo, «perde i criteri» e finisce con l’assoggettarsi al mondo.

Quando arrivano dal papa i vescovi dei paesi ex comunisti, aggiunge Benedetto XVI, attraverso i loro racconti si capisce che in quelle terre, durante gli anni dell’oppressione e dell’ateismo di Stato, non sono state distrutte soltanto le risorse naturali, ma anche la anime.  E allora appare ancora più evidente quanto sia importante «ritrovare la coscienza veramente umana», la coscienza «illuminata dalla presenza di Dio».

Insomma, i credenti si mettono veramente al servizio dei fratelli e del pianeta non seguendo il mondo, né aderendo all’ecologismo di moda, ma riproponendo Dio e «ritrovando nell’anima Dio».

Dando ragione al parroco suo interlocutore, Ratzinger in quell’incontro del 2008 proseguì spiegando che la Chiesa deve parlare delle cose ultime «proprio per responsabilità verso la terra, verso gli uomini che oggi vivono». Soprattutto, «dobbiamo parlare anche e proprio del peccato come possibilità di distruggere se stessi e così anche altre parti della terra». Ed ecco un’altra affermazione decisiva: «Nell’enciclica ho cercato di dimostrare che proprio il giudizio ultimo di Dio garantisce la giustizia. Tutti vogliamo un mondo giusto. Ma non possiamo riparare tutte le distruzioni del passato, tutte le persone ingiustamente tormentate e uccise. Solo Dio stesso può creare la giustizia, che deve essere giustizia per tutti, anche per i morti. E, come dice Adorno, un grande marxista, solo la risurrezione della carne, che lui ritiene irreale, potrebbe creare giustizia. Noi crediamo in questa risurrezione della carne, nella quale non tutti saranno uguali».

Sostenere che proprio il giudizio di Dio garantisce la giustizia, riaffermare la fede nella risurrezione della carne e chiarire che in quel momento non tutti saranno uguali. Si tratta di considerazioni oggi considerate ecclesialmente scorrettissime, il che ne aumenta il valore in un’epoca in cui, specie sotto il profilo pastorale, la Chiesa ha imboccato una direzione ben diversa.

Ma ascoltiamo ancora Benedetto XVI: «Oggi si è abituati a pensare: che cosa è il peccato? Dio è grande, ci conosce, quindi il peccato non conta, alla fine Dio sarà buono con tutti. È una bella speranza. Ma c’è la giustizia e c’è la vera colpa. Coloro che hanno distrutto l’uomo e la terra non possono sedere subito alla tavola di Dio insieme con le loro vittime. Dio crea giustizia. Dobbiamo tenerlo presente. Perciò mi sembrava importante scrivere nell’enciclica anche sul purgatorio, che per me è una verità così ovvia, così evidente e anche così necessaria e consolante, che non può mancare. Ho cercato di dire: forse non sono tanti coloro che si sono distrutti così, che sono insanabili per sempre, che non hanno più alcun elemento sul quale possa poggiare l’amore di Dio, non hanno più in se stessi un minimo di capacità di amare. Questo sarebbe l’inferno. D’altra parte, sono certamente pochi – o comunque non troppi – coloro che sono così puri da poter entrare immediatamente nella comunione di Dio. Moltissimi di noi sperano che ci sia qualcosa di sanabile in noi, che ci sia una finale volontà di servire Dio e di servire gli uomini, di vivere secondo Dio. Ma ci sono tante e tante ferite, tanta sporcizia. Abbiamo bisogno di essere preparati, di essere purificati. Questa è la nostra speranza: anche con tante sporcizie nella nostra anima, alla fine il Signore ci dà la possibilità, ci lava finalmente con la sua bontà che viene dalla sua croce. Ci rende così capaci di essere in eterno per Lui».

Il paradiso è la giustizia realizzata. Non è l’amnistia. E questa consapevolezza ci dà anche i criteri per vivere sulla terra, per cercare di portare sulla terra un po’ della luce del paradiso. «Dove gli uomini vivono secondo questi criteri, appare un po’ di paradiso nel mondo, e questo è visibile. Mi sembra anche una dimostrazione della verità della fede, della necessità di seguire la strada dei comandamenti, di cui dobbiamo parlare di più. Questi sono realmente indicatori di strada e ci mostrano come vivere bene, come scegliere la vita. Perciò dobbiamo anche parlare del peccato e del sacramento del perdono e della riconciliazione. Un uomo sincero sa che è colpevole, che dovrebbe ricominciare, che dovrebbe essere purificato. E questa è la meravigliosa realtà che ci offre il Signore: c’è una possibilità di rinnovamento, di essere nuovi. Il Signore comincia con noi di nuovo e noi possiamo ricominciare così anche con gli altri nella nostra vita».

A questo punto Benedetto XVI introduce una distinzione tra la possibilità di rinnovamento offerta dal sacramento della riconciliazione e la psicanalisi: «Questo aspetto del rinnovamento, della restituzione del nostro essere dopo tante cose sbagliate, dopo tanti peccati, è la grande promessa, il grande dono che la Chiesa offre. E che, per esempio, la psicoterapia non può offrire. La psicoterapia oggi è così diffusa e anche necessaria di fronte a tante psichi distrutte o gravemente ferite. Ma le possibilità della psicoterapia sono molto limitate: può solo cercare un po’ di riequilibrare un’anima squilibrata. Ma non può dare un vero rinnovamento, un superamento di queste gravi malattie dell’anima».

«Il sacramento della penitenza ci dà l’occasione di rinnovarci fino in fondo con la potenza di Dio — “ego te absolvo” — che è possibile perché Cristo ha preso su di sé questi peccati, queste colpe. Mi sembra che questa sia proprio oggi una grande necessità. Possiamo essere risanati. Le anime che sono ferite e malate, come è l’esperienza di tutti, hanno bisogno non solo di consigli ma di un vero rinnovamento, che può venire solo dal potere di Dio, dal potere dell’Amore crocifisso. Mi sembra questo il grande nesso dei misteri che alla fine incidono realmente nella nostra vita. Dobbiamo noi stessi rimeditarli e così farli arrivare di nuovo alla nostra gente».

Oggi, san Martino di Tours, meditiamo sulle parole di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Aldo Maria Valli