Perché la Chiesa deve giudicare

Avrò avuto cinque o sei anni. Con l’amico Graziano giocavo nel giardino di casa. Vedemmo passare il signor Mario, che abitava lì accanto. Grassottello e pelato, incedeva con la sua tipica sicumera. La tentazione fu irresistibile. Graziano intonò una filastrocca in dialetto, che prende in giro i calvi, e io mi accodai. Nascosti dietro la siepe, eravamo sicuri dell’invisibilità e dell’impunità. Errore. La sera stessa la moglie del vicino suonò da noi e raccontò tutto alla mia mamma. Terrorizzato, mi nascosi sotto il letto. Ma la mamma non si impietosì. Pretese una confessione completa e l’indomani mi portò dal vicino per chiedere scusa. Cosa che avvenne davanti al signor Mario steso sul divano (stava facendo il riposino pomeridiano e non si alzò) e alla sua signora moglie che stava lì come un gendarme di guardia. Quando ce ne andammo, la mamma commentò che il vicino, restandosene sdraiato, si era dimostrato maleducato, ma che io, chiedendo scusa, mi ero comportato da uomo.

Quando sento parlare della Chiesa «mater et magistra» mi torna sempre alla mente quel lontano ricordo infantile. Vedo il volto severo della mamma, sento la sua mano che mi prende per un orecchio trascinandomi fuori dal mio rifugio, rivivo l’umiliazione di dovermi proclamare colpevole e di pronunciare le parole di scusa. Ma ricordo anche molto bene che, dopo, la mamma mi guardò come si guarda una persona della quale si ha stima e  che quel giorno diventai un po’ più grande.

Misericordia, verità e giustizia, per il cristiano, vanno insieme. Come dice il bel salmo: «Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno». La misericordia, senza verità e giustizia, si degrada e scade inevitabilmente nell’autogiustificazione. La giustizia, senza misericordia, si inasprisce e non libera dal male, ma rende schiavi del risentimento, procura soltanto amarezza e impedisce la pace.

Se non fosse «mater et magistra», la Chiesa verrebbe meno alla sua identità e alla sua missione, perché non può essere l’una senza essere anche l’altra. È vero, e chiunque abbia esperienza in campo educativo lo sa bene. In quanto papà di sei figli e nonno di due nipotini, so di aver commesso e di commettere molti errori, ma se c’è una cosa che ho imparato è che non ci può essere educazione morale senza l’esempio, senza la fiducia e senza la sanzione. A volte sono i bambini stessi a spingerti verso la sanzione del comportamento oggettivamente sbagliato. Perché hanno bisogno di riconoscere il limite e tu, educatore, fai il loro male, non il loro bene, se per un malinteso senso della tenerezza non li metti di fronte al punto di demarcazione. Se non lo fai, non alimenti la libertà, come ritengono i sostenitori dello spontaneismo, ma rendi difficile, se non impossibile,  la gestione della libertà nella responsabilità, con tutte le disastrose conseguenze che vediamo ogni giorno attorno a noi.

La Chiesa, proprio in quanto madre e maestra, ha il diritto-dovere di proporre i principi morali e di pronunciare un giudizio chiaro.

A questo proposito occorre uscire da un equivoco. È vero che Gesù raccomanda di non giudicare, ma non nel senso di non valutare, bensì nel senso di non condannare per sempre. L’idea che il cristiano, in nome del rispetto e dell’amore, debba astenersi dal giudizio morale è, semplicemente, un’idea non cristiana e non cattolica. La fede stessa è un giudizio, e lo è su tutto, sui comportamenti individuali come su quelli collettivi. E il giudizio, quando avviene alla luce della fede, comporta l’eventualità della sanzione. «Chi crede in lui non viene condannato; chi non crede in lui è già condannato, perché non ha creduto nel nome del Figlio Unigenito di Dio» (Gv 3,18).

Mi rendo conto che il signor Jacques de La Palice (o Lapalisse) sarebbe contento di tale argomentazioni, ma viviamo in un mondo capovolto e occorre precisare.

Così come è urgente che la Chiesa torni a interessarsi del soprannaturale, che in fin dei conti dovrebbe essere l’ambito privilegiato del suo insegnamento. Come diceva il compianto cardinale Caffarra, si tratta di un’urgenza drammatica. La Chiesa che non alza lo sguardo verso Dio e le cose ultime (quanta trascuratezza circa i Novissimi), ma si limita a fare della sociologia (spesso da quattro soldi) non si avvicina all’uomo, ma allontana l’uomo da Dio.

Una Chiesa che trascura il rapporto con il soprannaturale finisce con l’oscurare nelle coscienze la verità del peccato originale e la necessità della redenzione. E non si tratta di una negligenza di poco conto, perché stiamo parlando delle fondamenta della proposta cristiana.

Anche in questo caso occorre uscire da un equivoco. Privilegiare l’attenzione all’uomo e alla sua dimensione terrena non significa favorire la ragione, ma proprio il contrario. E qui la lezione di Benedetto XVI è sempre attuale. Limitando o addirittura escludendo dal proprio ambito di ricerca e di riflessione l’attenzione per le cose ultime e le verità eterne l’uomo non si dimostra più ragionevole, ma si priva (si amputa, dice papa Ratzinger) della facoltà che lo rende più pienamente uomo. Per la Chiesa, in quanto madre e maestra, non si tratta dunque di appiattirsi sul pensiero dominante, secondo il quale la ricerca della verità non è di pertinenza della ragione umana. Si tratta invece di rivendicare un ruolo di guida, così che la ragione recuperi tutta la sua capacità di indagine. Come diceva il cardinale Caffarra riecheggiando la lezione del teologo Ratzinger, «è necessario donare alla ragione la sua dignità regale».

Mi torna alla mente il discorso di Benedetto XVI al Collège des Bernardins, a Parigi (12 settembre 2008), quando ricordò che il travaso della cultura classica nella modernità avvenne nei monasteri grazie a uomini di preghiera che non si erano posti come obiettivo la nascita di una nuova civiltà, ma cercavano Dio. E proprio cercando Dio, innalzando lo sguardo verso le cose ultime e lasciando che la ragione potesse spaziare, come le compete, nel soprannaturale, riuscirono nell’impresa. Il che ci permette anche di sottolineare che all’origine della costruzione culturale, sociale e spirituale nella quale tuttora viviamo in Europa non c’è, almeno in prima istanza, una particolare filosofia né tanto meno un’ideologia, ma c’è proprio la preghiera di quegli uomini di Dio che vivevano nel silenzio e nella contemplazione.

Come dimenticare che Agostino arrivò a Dio proprio in virtù di una ragione assetata di assoluto? «Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore, finché non riposa in te», si legge nelle «Confessioni» (I, 1,1). Questo percorso può procurare sofferenza interiore, ma è una sofferenza costruttiva, perché non porta al nulla, ma a Dio. «Tu infatti eri all’interno di me più del mio intimo e più in alto della mia parte più alta» («Confessioni», III,6,11).

«Quaerere Deum»: cercare Dio per trovare se stessi. Non c’è cammino più bello ed entusiasmante, e si resta sconcertati quando si vede che la Chiesa, specie nei confronti dei giovani, per ignoranza, paura o insicurezza si astiene dal proporlo.

Lo Spirito soffia dove e quando vuole, ma la partita si gioca in gran parte nel momento della formazione, quando mente e cuore dei bambini non sono ancora soffocati dalle incrostazioni del soggettivismo, dello scientismo, del pensiero debole e del conseguente relativismo morale.

Non senza nostalgia, concludiamo con san Giovanni Paolo II, maestro di coraggio nella ricerca della verità: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso» («Fides et ratio»).

Aldo Maria Valli

Da “Il Timone”, novembre 2017