Partita cinese

Che cosa sta succedendo tra Vaticano e Cina? Come stanno cambiando i rapporti tra la Chiesa cattolica (quella «patriottica», riconosciuta dal governo, e quella sotterranea, considerata fuori legge) e il Partito comunista cinese? Quali gli obiettivi della Santa Sede? E quale il pensiero del papa?

Sono tante in questi giorni le domande che si vanno accumulando a proposito della delicata situazione dei cattolici in Cina e dell’azione svolta dalla Santa Sede. Per cercare di delineare un quadro, occorre partire dagli avvenimenti della fine del 2017, secondo le preziose ricostruzioni messe a disposizione soprattutto dall’agenzia «Asianews» diretta dal padre Bernardo Cervellera.

Nello scorso dicembre le autorità convocano a Pechino monsignor Pietro Zhuang Jianjian, vescovo legittimo della diocesi di Shantou, e gli chiedono di ritirarsi per lasciare il posto a un vescovo illegittimo e scomunicato, rappresentante dell’Associazione patriottica cattolica cinese (l’unica Chiesa «cattolica» riconosciuta dal governo), consacrato senza mandato pontificio e da lungo tempo membro dell’Assemblea nazionale del popolo, il parlamento cinese. Nello stesso tempo a un altro vescovo, riconosciuto dal Vaticano ma non dal governo, viene chiesto di farsi da parte per diventare ausiliare o coadiutore di un  vescovo illecito.

La procedura nei confronti dell’anziano monsignor Zhuang è brutale. Prelevato contro la sua volontà, viene portato sotto scorta a Pechino, dove ad attenderlo ci sono alcuni alti rappresentanti del governo centrale. Ma, a sorpresa, c’è anche una delegazione del Vaticano, composta da un vescovo e tre sacerdoti.

Il «vescovo straniero», del quale le fonti  non forniscono il nome, spiega chiaramente che scopo della delegazione vaticana è lavorare per raggiungere un accordo con il governo cinese.  Di qui la richiesta: il vescovo legittimo si faccia da parte e lasci il posto al vescovo illegittimo. Unica «consolazione», per il vecchio vescovo, poter suggerire al «successore» i nomi di tre sacerdoti tra i quali scegliere il vicario generale.

Mentre monsignor Zhuang, in lacrime, fa presente che è del tutto inutile indicare il nome di un possibile vicario, dato che il vescovo illegittimo, una volta insediato, potrà fare ciò che vuole, la delegazione vaticana si sposta verso Sud, nella provincia del Fujian, dove incontra monsignor Vincenzo Zhan Silu, uno dei sette vescovi illeciti che hanno chiesto il riconoscimento del Vaticano.

Anche in questo caso fonti locali spiegano che obiettivo comune del Vaticano e delle autorità cinesi è insediare Zhan riducendo monsignor Giuseppe Guo Xijin, vescovo della Chiesa sotterranea, al ruolo di ausiliare.  Sulla questione, riferisce Guo, i rappresentanti di Pechino e quelli arrivati dal Vaticano hanno da tempo incontri regolari.

Tra i cattolici cinesi della Chiesa sotterranea, dicono le fonti, c’è sconcerto: è difficile accettare una richiesta che arriva dalla Santa Sede, ma nello stesso ci si chiede se sia possibile opporsi.

Nel dicembre scorso l’Associazione patriottica e il Consiglio dei vescovi hanno reso noto un piano quinquennale per «sinicizzare» la Chiesa cattolica, secondo la linea indicata dal presidente Xi Jinping: in pratica si tratta di esigere dagli esponenti religiosi, compresi quelli della Chiesa cattolica, pieno sostegno alla leadership del Partito comunista.

Tra Pechino e la Santa Sede, in questo quadro, sarebbe in corso una delicata trattativa: il Vaticano riconoscerebbe alcuni vescovi della Chiesa patriottica, anche se in precedenza scomunicati, e il governo, in cambio, ne riconoscerebbe alcuni provenienti dalla Chiesa sotterranea.

Di fronte a questa situazione, il cardinale Joseph Zen (classe 1932), vescovo emerito di Hong Kong, da sempre difensore della libertà della Chiesa cattolica e fermo oppositore di ogni ipotesi di compromesso con Pechino, decide di partire per Roma, per incontrare il papa. Il vescovo Zhuang gli ha affidato un messaggio per Francesco e lui lo ha spedito, ma sarà arrivato? Il cardinale non ne è sicuro. D’altra parte, dice, non sa neppure se le sue stesse comunicazioni arrivano a Francesco. Così Zen sale su un aereo e vola a Roma.

Il 10 gennaio Zen arriva in Vaticano giusto in tempo per partecipare all’udienza generale: qui parla brevemente al papa e in seguito viene convocato a Santa Marta per il 12 gennaio.

Siccome il 13 gennaio compie ottantacinque anni, il cardinale Zen interpreta la chiamata come un dono del Cielo per il suo compleanno. La conversazione con il papa dura mezz’ora  e Francesco dice a Zen che la sua preoccupazione (rispetto alla quale,  precisa, ha attivato i collaboratori che si occupano di Cina) è di «non creare un altro caso Mindszenty». Il riferimento è all’arcivescovo di Budapest e cardinale primate di Ungheria sotto il regime comunista, il quale, durante la breve rivolta antisovietica del 1956, fu liberato dagli insorti ma poi, dopo che Mosca riprese il controllo e la Santa Sede intraprese la Ostpolitik, restò confinato nell’ambasciata Usa e infine lasciò il paese ubbidendo alle «fraterne insistenze» di Paolo VI).

Dal breve incontro con il papa il cardinale Zen esce rincuorato, il che non gli impedisce però di continuare a diffidare delle autorità di Pechino. Commenta infatti: «Riconosco di essere un pessimista riguardo alla presente situazione della Chiesa in Cina, ma il mio pessimismo è basato sulla mia lunga e diretta esperienza della Chiesa in Cina. Il governo comunista sta producendo nuovi e più aspri regolamenti limitando la libertà religiosa. Alcuni dicono che tutti gli sforzi per giungere ad un accordo [fra Cina e Santa Sede] sono per evitare uno scisma ecclesiale. Ciò è ridicolo! Lo scisma è già lì, nella Chiesa indipendente. Non è un bene cercare di trovare un terreno comune per colmare la pluridecennale divisione fra il Vaticano e la Cina? Ma ci può essere qualcosa di “comune” con un regime totalitario? O ti arrendi o accetti la persecuzione, ma rimanendo fedele a te stesso (si può immaginare un accordo fra san Giuseppe e il re Erode?). Così, forse io penso che il Vaticano stia svendendo la Chiesa cattolica in Cina? Sì, decisamente, se essi vanno nella direzione che è ovvia in tutto quello che hanno fatto in questi mesi e anni recenti.  Sono forse io il maggior ostacolo al processo di accordo fra il Vaticano e la Cina? Se questo accordo è cattivo, sono più che felice di essere un ostacolo».

Le considerazioni di Zen, rese pubbliche attraverso una lettera ai mass media, provocano profonda irritazione nella segretaria di Stato vaticana. Tanto più che il cardinale, intervistato da Aurelio Porfiri per la «Nuova Bussola Quotidiana», a proposito dei due vescovi legittimi ai quali è stato chiesto di farsi da parte ribadisce: «Questo preoccupa, sarà una cosa tragica per la Chiesa in Cina. Da tanti anni si era detto di resistere, di essere fedeli, ora si dice di arrendersi! Poi per che cosa? Uno si arrende senza ottenere niente, perché questo governo cinese si sente forte, fanno paura, hanno mezzi economici; sembra un cedere dei deboli con i forti».

Chiede Porfiri: come mai siamo arrivati a questo punto?

Risposta di Zen: «È veramente difficile capire questo. Non riusciamo a vedere cosa vogliono concedere, il governo vuole controllare tutto! E noi consegniamo tutto! E questo è incomprensibile. Se il Vaticano comanda di arrendersi, alcuni, dopo anni di lotte e privazioni, accetteranno; arrendersi è facile. Ma ci saranno quelli che continueranno ad opporsi e a dire che la Chiesa gli ha sempre detto che una Chiesa indipendente è oggettivamente scismatica. La parola “scisma” è evitata dai Papi per misericordia. Come si può dire che è un progresso forzare tutti a entrare in questa Chiesa scismatica? Incredibile, semplicemente incredibile».

Circa il suo recente incontro con il papa, il cardinale dice: «Ho avuto l’impressione che il Santo Padre non sia favorevole a questa resa completa, a questi compromessi senza fondamento. Speriamo che il Santo Padre fermi questa tendenza sbagliata. La fede è il nostro principio! Possiamo avere difficoltà nell’accedere ai sacramenti, ma non possiamo rinunciare alla fede.  Non possiamo parlare così di evangelizzazione. Che evangelizzazione è quando la Chiesa non è più quello che deve essere?».

Questa intervista esce il 26 gennaio, e ieri, 30 gennaio, la sala stampa della Santa Sede diffonde la seguente nota, firmata dal direttore Greg Burke: «In riferimento alle notizie diffuse circa una presunta difformità di pensiero e di azione tra il Santo Padre e i suoi collaboratori nella Curia romana in merito alle questioni cinesi, sono in grado di dichiarare quanto segue: “Il Papa è in costante contatto con i Suoi collaboratori, in particolare della Segreteria di Stato, sulle questioni cinesi, e viene da loro informato in maniera fedele e particolareggiata sulla situazione della Chiesa cattolica in Cina e sui passi del dialogo in corso tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, che Egli accompagna con speciale sollecitudine. Desta sorpresa e rammarico, pertanto, che si affermi il contrario da parte di persone di Chiesa e si alimentino così confusione e polemiche”».

Oggi sull’intera questione, con un’intervista a «Vatican insider», interviene il responsabile della diplomazia vaticana, il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, che esclude un «colpo di spugna» sulle sofferenze dei cattolici cinesi e dice: «Anzi, è proprio il contrario».

«Dagli anni Ottanta del secolo scorso – spiega Parolin – sono stati avviati contatti con la Cina popolare. La Santa Sede ha sempre mantenuto un approccio pastorale, disponibile a un dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità civili […] In Cina, forse più che altrove, i cattolici hanno saputo custodire , pur tra tante difficoltà e sofferenze, il deposito autentico della fede tenendo fermo il vincolo di comunione con il papa. La nostra finalità principale nel dialogo in corso è proprio quella di salvaguardare la comunione nella Chiesa […]. Penso che nessun punto di vista personale possa essere ritenuto come esclusivo interprete di ciò che è bene per i cattolici cinesi. Ci vuole più umiltà e spirito di fede. Ci vuole più cautela e moderazione per non cadere in sterili polemiche che feriscono la comunione e ci rubano la speranza di un futuro migliore».

Questo dunque Parolin. Ma intanto, sempre grazie ad Aurelio Porfiri e alla «Nuova Bussola Quotidiana», ecco un altro parere autorevole: quello del missionario del Pime (Pontificio istituto missioni estere) padre Sergio Ticozzi, da cinquant’anni in Cina, il quale dice: «Il Vaticano è ottimista perché spera che il regime cinese cambi, ma realisticamente non è così».

Osserva il missionario: «Condivido fondamentalmente l’atteggiamento del cardinal Zen, ho disagio. Questo modo di fare, se è oggettivo, se è come dicono i giornalisti, mette la gente a disagio. Ci si chiede: perché la santa Chiesa agisce in questo modo, in un modo solo giuridico-legale, senza tener presenti i rapporti umani, il “salvare la faccia”, nel senso buono, che per i cinesi è molto importante? Quindi garantire che questi vescovi legittimi abbiano il giusto rispetto riconoscendogli quello che hanno fatto, la loro situazione, i loro disagi, le loro difficoltà. Ho provato perplessità. La cosa poteva essere gestita in modo più umano, visto che tutti e due i vescovi hanno sofferto anche recentemente il domicilio coatto per il loro attaccamento alla Chiesa».

Circa le attese dei cattolici cinesi, il missionario spiega che c’è una differenza sostanziale tra quelli della Chiesa patriottica e quelli della Chiesa sotterranea: «In genere i primi apprezzano il fatto che la Santa Sede ha iniziato delle trattative e sperano che queste avranno buoni risultati perché questo atteggiamento della Santa Sede convalida la loro scelta, di essere nella Chiesa patriottica. Quelli nella Chiesa clandestina sono un po’ perplessi, preoccupati, sfiduciati. Certi hanno perso fiducia per il modo di fare della Santa Sede per le ragioni di cui sopra, perché non rispetta la loro scelta e soprattutto – cosa a cui loro tengono molto – i principi fondamentali della Chiesa, e la Santa Sede non ha ancora assunto una posizione chiara riguardo a questo».

Padre Ticozzi, come il cardinale Zen, parla poi di «ottimismo esagerato» della Santa Sede verso il governo comunista: «Questo ottimismo si esprime nel fatto che sperano che il regime cambi. Cosa che realisticamente non è così. Noi qui tocchiamo con mano che il partito comunista non cambierà la sua posizione, anzi chiederà alla parte opposta di cambiare. Ecco, questo ottimismo della Santa Sede non fa comprendere questo realismo del modo di agire del governo comunista cinese. Non solo il partito comunista si accorge che non deve cambiare, se no crolla. Ma anche hanno assunto la mentalità e il comportamento dell’impero cinese, in cui l’autorità è assoluta e controlla tutti gli aspetti della vita dei cittadini, compresa la religione. Quindi la religione è in mano alle autorità civili per garantire il loro proprio ordine e benessere (e, non escludo, anche il benessere dei cittadini). Tutto è sotto il loro controllo e strumentalizzato per i loro obiettivi».

La partita a scacchi tra Santa Sede e Pechino è complicata e forse vive una fase decisiva.

Durante la visita di Francesco nel Myanmar (paese strategico per gli interessi economici, commerciali e geopolitici cinesi) per la prima volta nella storia il «Global Times», espressione del comitato centrale del Partito comunista cinese, ha dedicato un articolo al viaggio del papa,  valutandolo in modo positivo e lodando il ruolo della piccola minoranza cattolica.  Un segnale che non è sfuggito alla diplomazia della Santa Sede.

Senza dimenticare che Francesco, non è un  mistero, sogna un viaggio a Pechino, come ha confidato ai giornalisti sul volo di ritorno da Dacca: «Il viaggio in Cina non è in preparazione, state tranquilli. Ma io voglio tanto andarci. L’avevo detto anche nel 2014, quando tornando dalla Corea l’abbiamo sorvolata».

Aldo Maria Valli