Il destino di Alfie, il giudice Hayden e le parole del papa

Siamo abituati all’idea che le parole dei pontefici siano sempre a supporto della vita, senza se e senza ma. Adesso invece una lettera di Francesco è stata utilizzata da un giudice per giustificare la decisione di togliere la respirazione artificiale a un bambino di due anni ricoverato in ospedale.

Lo riferisce il sito LifeSiteNews, spiegando che il giudice Hayden dell’Alta Corte di Londra, che ha accolto la richiesta dell’ospedale di staccare il respiratore al piccolo Alfie, nella sua sentenza, per sostenere la propria decisione, ha citato la lettera scritta dal papa a monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, il 7 novembre scorso, a margine di un convegno internazionale tenutosi in Vaticano sul fine vita. Se dunque il bimbo sarà lasciato morire  (come già accaduto nel caso del piccolo Charlie), la motivazione decisiva sarà il risultato diretto di una interpretazione delle parole del papa.

Kate James, 20 anni, e Tom Evans, 21 anni, entrambi cattolici, dal giugno 2017 stanno lottando con l’ospedale pediatrico Alder Hey di Liverpool, perché la respirazione artificiale non sia tolta ad Alfie, ventuno mesi, colpito da una malattia neurologica degenerativa.

Dopo essere stato ricoverato nel dicembre 2016, Alfie è peggiorato e l’ospedale ha incominciato a fare pressioni sui genitori: meglio togliere i supporti vitali.

Il giudice, riconoscendo la fede cattolica dei genitori di Alfie, ha detto che “è importante che queste convinzioni religiose siano considerate nell’ampia gamma di fattori rilevanti” in relazione agli “interessi superiori” del bambino, e a questo proposito ha citato la lettera aperta di papa Francesco del novembre 2017 alla Pontificia accademia per la vita.

In particolare il brano sottolineato dal giudice è il seguente: «Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona. Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione “il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali” (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”. È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. “Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”, come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte. Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano».

Ritenendo che la posizione del papa sostenga la sua decisione di togliere la respirazione artificiale ad Alfie, il giudice afferma che il supporto meccanico, in mancanza di prospettive di miglioramento, «compromette ora la dignità futura di Alfie e non rispetta la sua autonomia». «Sono convinto del fatto – conclude il giudice  Hayden  – che il supporto per la ventilazione continua non sia più nell’interesse di Alfie».

Non è la prima volta, nota Lifesitenews, che la lettera di papa Francesco viene utilizzata per giustificare la decisione di sospendere i trattamenti salvavita: «Proprio lo scorso dicembre, i sostenitori della lotta contro la legge sull’eutanasia in Italia hanno affermato che la lettera ha indebolito la decisione di alcuni politici cattolici di votare contro».

In netto contrasto con il giudice Hayden, il dottor Paul Byrne, ex presidente dell’Associazione medica cattolica e co-inventore dei primi ventilatori neonatali, ha detto a LifeSiteNews: «Un ventilatore muove l’aria nella trachea e nelle vie aeree maggiori. Supporta la respirazione solo in una persona vivente. L’ossigeno passa dai polmoni al sangue e viene fatto circolare in tutte le cellule, i tessuti e gli organi, quindi il biossido di carbonio viene raccolto e riportato ai polmoni per essere espirato. La respirazione si verifica solo quando è presente la vita. Il ventilatore che serve per respirare è analogo a un tubo di alimentazione. Questi tubi sono di supporto alla vita solo in una persona vivente. Togliere il ventilatore da Alfie significherebbe condannarlo a morte».

Nella lettera a monsignor Paglia il papa scriveva: «In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete».

Il magistrato inglese ha interpretato correttamente il pensiero del papa o l’ha strumentalizzato?

Mentre il dibattito è aperto, i genitori di Alfie hanno presentato appello contro la sentenza dell’Alta Corte e il caso sarà discusso giovedì 1° marzo davanti a una Corte d’appello di Londra.

L’ospedale ritiene che proseguire le cure sarebbe una forma di accanimento «inumano e ingiusto», ma il papà e la mamma di Alfie ribattono: «Nostro figlio ha due anni ed è stato condannato alla pena di morte. Questo è sbagliato».

Il ricorso è stato reso possibile grazie all’aiuto economico arrivato dal presidente dell’Everton , una delle due squadre di calcio di Liverpool, e ad una raccolta fondi che in pochi giorni ha permesso di arrivare alle 10 mila sterline, quasi 14 mila euro.

I vescovi cattolici inglesi in una nota sul caso di Alfie hanno ricordato che sono i genitori «i primi giudici del miglior interesse del loro figlio» e che questo primato può essere disatteso solo se «essi agiscono in modo irragionevole.

Aldo Maria Valli