E Giovanni Paolo II ringraziò la donna

«Vorrei ora rivolgermi direttamente ad ogni donna, per riflettere con lei sui problemi e le prospettive della condizione femminile nel nostro tempo, soffermandomi in particolare sul tema essenziale della dignità e dei diritti delle donne, considerati alla luce della Parola di Dio».

Era il 29 giugno 1995 quando il santo papa Giovanni Paolo II scriveva così nella «Lettera alle donne» pubblicata alla vigilia della quarta Conferenza mondiale sulla donna, che si svolse a Pechino nel settembre di quell’anno per iniziativa dell’Onu e alla quale la Santa Sede prese parte con una delegazione ufficiale guidata da Mary Ann Glendon, combattiva professoressa statunitense che, coadiuvata da due ecclesiastici, tredici donne e sette uomini, lavorò instancabilmente per far sì che la voce del papa e della Chiesa cattolica venisse ascoltata in un consesso così importante, dominato da ideologie in gran parte contrarie all’autentica dignità della donna.

Nel suo testo Karlo Wojtyła, come nella lettera apostolica  «Mulieris dignitatem» del 1988, partì da un «grazie» per la santissima Trinità. Grazie «per il “mistero della donna”, e, per ogni donna, per ciò che costituisce l’eterna misura della sua dignità femminile, per le “grandi opere di Dio” che nella storia delle generazioni umane si sono compiute in lei e per mezzo di lei».

«Il grazie al Signore per il suo disegno sulla vocazione e la missione delle donna nel mondo, diventa anche un concreto e diretto grazie alle donne, a ciascuna donna, per ciò che essa rappresenta nella vita dell’umanità». E qui il papa ebbe espressioni di particolare intensità: «Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita. Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita. Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza. Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del “mistero”, alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità. Grazie a te, donna-consacrata, che sull’esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio, aiutando la Chiesa e l’intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta “sponsale”, che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura. Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani».

«Ma il grazie – scriveva Giovanni Paolo II – non basta», perché «siamo purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù». Tutto ciò «le ha impedito di essere fino in fondo se stessa, e ha impoverito l’intera umanità di autentiche ricchezze spirituali».

Di chi le responsabilità? Di tanti, anche nella Chiesa, e di ciò, scriveva papa Wojtyła, bisogna dispiacersi sinceramente. «Tale rammarico si traduca per tutta la Chiesa in un impegno di rinnovata fedeltà all’ispirazione evangelica, che proprio sul tema della liberazione delle donne da ogni forma di sopruso e di dominio ha un messaggio di perenne attualità, sgorgante dall’atteggiamento stesso di Cristo».

Gesù infatti, «superando i canoni vigenti nella cultura del suo tempo, ebbe nei confronti delle donne un atteggiamento di apertura, di rispetto, di accoglienza, di tenerezza. Onorava così nella donna la dignità che essa ha da sempre nel progetto e nell’amore di Dio».

Proprio guardando a Gesù occorre chiedersi: quanto del suo messaggio è stato recepito e attuato?

«Sì, è l’ora di guardare con il coraggio della memoria e il franco riconoscimento delle responsabilità alla lunga storia dell’umanità, a cui le donne hanno dato un contributo non inferiore a quello degli uomini, e il più delle volte in condizioni ben più disagiate».

«E che dire poi degli ostacoli che, in tante parti del mondo, ancora impediscono alle donne il pieno inserimento nella vita sociale, politica ed economica? Basti pensare a come viene spesso penalizzato, più che gratificato, il dono della maternità, a cui pur deve l’umanità la sua stessa sopravvivenza. Certo molto ancora resta da fare perché l’essere donna e madre non comporti una discriminazione. È urgente ottenere dappertutto l’effettiva uguaglianza dei diritti della persona e dunque parità di salario rispetto a parità di lavoro, tutela della lavoratrice-madre, giuste progressioni nella carriera, uguaglianza fra i coniugi nel diritto di famiglia, il riconoscimento di tutto quanto è legato ai diritti e ai doveri del cittadino in regime democratico».

«Si tratta di un atto di giustizia, ma anche di una necessità. I gravi problemi sul tappeto vedranno, nella politica del futuro, sempre maggiormente coinvolta la donna: tempo libero, qualità della vita, migrazioni, servizi sociali, eutanasia, droga, sanità e assistenza, ecologia, ecc. Per tutti questi campi, una maggiore presenza sociale della donna si rivelerà preziosa, perché contribuirà a far esplodere le contraddizioni di una società organizzata su puri criteri di efficienza e produttività e costringerà a riformulare i sistemi a tutto vantaggio dei processi di umanizzazione che delineano la “civiltà dell’amore”».

«Guardando poi a uno degli aspetti più delicati della situazione femminile nel mondo, come non ricordare la lunga e umiliante storia – per quanto spesso “sotterranea” – di soprusi perpetrati nei confronti delle donne nel campo della sessualità? Alle soglie del terzo millennio non possiamo restare impassibili e rassegnati di fronte a questo fenomeno. È ora di condannare con vigore, dando vita ad appropriati strumenti legislativi di difesa, le forme di violenza sessuale che non di rado hanno per oggetto le donne. In nome del rispetto della persona non possiamo altresì non denunciare la diffusa cultura edonistica e mercantile che promuove il sistematico sfruttamento della sessualità, inducendo anche ragazze in giovanissima età a cadere nei circuiti della corruzione e a prestarsi alla mercificazione del loro corpo».

«A fronte di tali perversioni, quanto apprezzamento meritano invece le donne che, con eroico amore per la loro creatura, portano avanti una gravidanza legata all’ingiustizia di rapporti sessuali imposti con la forza; e ciò non solo nel quadro delle atrocità che purtroppo si verificano nei contesti di guerra ancora così frequenti nel mondo, ma anche con situazioni di benessere e di pace, viziate spesso da una cultura di permissivismo edonistico, in cui più facilmente prosperano anche tendenze di maschilismo aggressivo. In condizioni del genere, la scelta dell’aborto, che pur resta sempre un grave peccato, prima di essere una responsabilità da addossare alle donne, è un crimine da addebitare all’uomo e alla complicità dell’ambiente circostante».

«Il mio grazie alle donne si fa pertanto appello accorato, perché da parte di tutti, e in particolare da parte degli Stati e delle istituzioni internazionali, si faccia quanto è necessario per restituire alle donne il pieno rispetto della loro dignità e del loro ruolo. In proposito non posso non manifestare la mia ammirazione per le donne di buona volontà che si sono dedicate a difendere la dignità della condizione femminile attraverso la conquista di fondamentali diritti sociali, economici e politici, e ne hanno preso coraggiosa iniziativa in tempi in cui questo loro impegno veniva considerato un atto di trasgressione, un segno di mancanza di femminilità, una manifestazione di esibizionismo, e magari un peccato!».

Tuttavia, scriveva il papa, la denuncia non basta. Occorre un progetto di promozione  che riguardi tutti gli ambiti della vita femminile, «a partire da una rinnovata e universale presa di coscienza della dignità della donna».

L’obiettivo si può raggiungere attraverso l’uso della ragione, «ma è soprattutto la Parola di Dio che ci consente di individuare con chiarezza il radicale fondamento antropologico della dignità della donna, additandocelo nel disegno di Dio sull’umanità».

A questo punto Giovanni Paolo II rilesse la creazione secondo il Libro della Genesi: l’uomo creato a immagine di Dio, creato come maschio e femmina, in base al principio dell’aiuto reciproco, perché «la donna è il complemento dell’uomo, come l’uomo è il complemento della donna», e quindi «donna e uomo sono tra loro complementari». Infatti «la femminilità realizza l’”umano” quanto la mascolinità, ma con una modulazione diversa e complementare».

Dopo un particolare grazie alle donne impegnate nel campo dell’educazione e della sanità, comprese tante religiose, Giovanni Paolo II chiese di riflettere sul «genio della donna» partendo dall’esempio di Maria, che mettendosi a servizio di Dio si pose anche al servizio degli uomini: un servizio di amore.

Ma come la mettiamo con l’esclusione delle donne dal sacerdozio ministeriale? Risposta del papa: «Se Cristo – con libera e sovrana scelta, ben testimoniata nel Vangelo e nella costante tradizione ecclesiale – ha affidato soltanto agli uomini il compito di essere “icona” del suo volto di “pastore” e di “sposo” della Chiesa attraverso l’esercizio del sacerdozio ministeriale, ciò nulla toglie al ruolo delle donne, come del resto a quello degli altri membri della Chiesa non investiti del sacro ministero, essendo peraltro tutti ugualmente dotati della dignità propria del “sacerdozio comune” radicato nel Battesimo».

Proprio guardando a Maria, possiamo dire che c’è una «femminilità della donna credente» e la Chiesa ne presenta innumerevoli modelli.

E infine la preghiera: «Vegli Maria, Regina dell’amore, sulle donne e sulla loro missione al servizio dell’umanità, della pace, della diffusione del Regno di Dio!».