Buon compleanno, papa Benedetto!

Oggi, 16 aprile, Joseph Aloisius Ratzinger, papa emerito Benedetto XVI, compie novantuno anni e per festeggiarlo voglio ricordare quanto disse nell’omelia della messa del giovedì santo 2012. Scelgo questa omelia, fra i moltissimi testi possibili, perché mi sembra che lì Benedetto XVI, sottolineando alcune parole-chiave al centro della rinnovazione delle promesse sacerdotali, toccò due punti di particolare attualità, alla luce della situazione che la Chiesa sta vivendo in questo nostro tempo.

Il primo punto riguarda il munus docendi dei pastori, la responsabilità di insegnare. A questo proposito il papa spiegò che i sacerdoti, a tutti i livelli, sono «amministratori dei misteri di Dio» (1Cor 4,1) e che il ministero dell’insegnamento, il munus docendi appunto, è proprio una parte importante di tale amministrazione.

In quanto amministratore, il pastore, a maggior ragione se si tratta del pastore supremo, non deve mai proporre teorie personali, perché suo dovere è piuttosto quello di essere al servizio della fede: «Ogni nostro annuncio deve misurarsi sulla parola di Gesù Cristo: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16). Non annunciamo teorie ed opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori… Non reclamizzo me stesso, ma dono me stesso. Il Curato d’Ars non era un dotto, un intellettuale, lo sappiamo. Ma con il suo annuncio ha toccato i cuori della gente, perché egli stesso era stato toccato nel cuore».

Il secondo punto è lo zelo per le anime, l’animarum zelus, «un’espressione fuori moda che oggi quasi non viene più usata». Infatti «in alcuni ambienti, la parola anima è considerata addirittura una parola proibita, perché – si dice – esprimerebbe un dualismo tra corpo e anima, dividendo a torto l’uomo. Certamente l’uomo è un’unità, destinata con corpo e anima all’eternità. Ma questo non può significare che non abbiamo più un’anima, un principio costitutivo che garantisce l’unità dell’uomo nella sua vita e al di là della sua morte terrena. E come sacerdoti naturalmente ci preoccupiamo dell’uomo intero, proprio anche delle sue necessità fisiche – degli affamati, dei malati, dei senza-tetto. Tuttavia noi non ci preoccupiamo soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo: delle persone che soffrono per la violazione del diritto o per un amore distrutto; delle persone che si trovano nel buio circa la verità; che soffrono per l’assenza di verità e di amore».

In un momento come l’attuale, segnato da quella che il professor Roberto Pertici ha definito la «destrutturazione della figura canonica del pontefice romano» (processo all’interno del quale il munus docendi appare spesso legato non all’amministrazione dei misteri di Dio, bensì all’esigenza di annunciare convinzioni personali),  e una visione prevalentemente orizzontale della Chiesa sta mettendo in secondo piano l’animarum zelus fondato sull’amore per la verità, ritengo che le parole di Benedetto XVI siano quanto mai pertinenti.

Aggiungo un ricordo. Risale a dieci anni fa, 16 aprile 2008, quando Joseph Ratzinger visse il suo ottantunesimo compleanno negli Stati Uniti. Era infatti in corso il suo viaggio apostolico oltreoceano e nella serata di quel giorno il papa, durante l’incontro con i vescovi nel  santuario nazionale dell’Immacolata Concezione a Washington, pronunciò un discorso epocale, incentrato sull’idea che la fede cattolica non può essere ridotta a esperienza sentimentale e fatto privato, ma deve incidere sulla realtà del mondo. Il che richiede, spiegò, che i pastori rispondano al dovere di garantire ai credenti una  formazione morale che  rifletta «l’autentico insegnamento del Vangelo della vita».

Ambito privilegiato è la famiglia ed «è vostro compito – disse ai vescovi – proclamare con forza gli argomenti di fede e ragione che parlano dell’istituto del matrimonio, compreso come impegno per la vita fra un uomo e una donna, aperto alla trasmissione della vita».

In quell’occasione Benedetto XVI parlò anche dell’abuso sessuale sui minori. Lo definì uno fra i «segni contrari al Vangelo della vita» e non nascose la «profonda vergogna» per il comportamento aberrante di alcuni uomini di Chiesa e la pessima gestione del problema. Fermo e coraggioso nel difendere la famiglia fondata sul matrimonio indissolubile fra uomo e donna, lo fu altrettanto nel riconoscere gli errori della Chiesa di fronte al fenomeno degli abusi.  E come via d’uscita indicò un deciso processo di purificazione: «In verità, una concentrazione più chiara sull’imitazione di Cristo nella santità di vita è ciò che abbisogna, se vogliamo andare avanti. Dobbiamo riscoprire la gioia di vivere un’esistenza incentrata su Cristo, coltivando le virtù ed immergendoci nella preghiera».

Qualcuno definì quel discorso la magna charta della guida pastorale della Chiesa. In effetti le parole del papa (ero presente come inviato) colpirono per il coraggio dell’autocritica, l’onestà dell’analisi, la proposta di conversione, la lucidità nell’indicare la via della prevenzione, la totale estraneità a ogni tentativo di accampare scuse o giustificazioni.

È soltanto uno fra i molti ricordi che conservo. E mi fa piacere condividerlo oggi.

Buon compleanno, papa Benedetto!

Aldo Maria Valli

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Uno sguardo nella notte. Ripensando Benedetto XVI