Caro il mio Alfie

Caro il mio Alfie, qui è un nonno che ti parla. Un nonno italiano che ha seguito la tua vicenda minuto per minuto e ha trepidato per te e con te. La notte scorsa, mentre l’angelo custode accompagnava la tua anima in cielo, mi sono svegliato e non sono più riuscito a riprendere sonno. Subito dopo è arrivata la notizia. Noi nonni spesso non ci vediamo e non ci sentiamo bene, però abbiamo un sesto senso.

Io non so quale fosse esattamente la patologia di cui soffrivi. So soltanto che alcune persone, parlando paradossalmente del tuo «miglior interesse», hanno voluto accelerare la tua morte, impedendo una serie di iniziative che forse avrebbero potuto salvarti o comunque aiutarti ad affrontare meglio la malattia. Ti hanno sottratto la speranza e l’hanno rubata anche ai tuoi bravissimi genitori Thomas e Kate, ai quali è stato impedito di decidere sul da farsi, quasi fossero due estranei capitati lì per caso. Mi chiedo: perché alcuni (medici, giudici) si sono comportati così con te?

A me sembra che tu sia stato trattato quasi come un fastidio, un ingombro: non come un piccolo uomo del quale prendersi cura con la massima tenerezza e sollecitudine, ma come un problema di rimuovere il più in fretta possibile. E questo è un peccato gravissimo.

Io non sono un esperto di sistemi giuridici, per cui non so dire se il metro adottato lì da voi, in Gran Bretagna, sia migliore o peggiore del nostro. In ogni caso in tutta questa storia ho visto una mancanza di umanità che mi ha lasciato sgomento.

Mi rendo conto che la parola umanità può sembrare un po’ generica, ma ora non riesco a trovarne un’altra. Mi riferisco alla capacità di guardare l’altro negli occhi, di riconoscerlo fratello, di vedere noi stessi in lui. È la compassione in senso letterale: un patire insieme, un partecipare.

Ecco: in questa vicenda c’è stato un grande deficit di umanità. Purtroppo ho anche ascoltato parole vuote e ambigue da parte di uomini di Chiesa, il che mi ha fatto ulteriormente soffrire.

Caro Alfie, adesso, nelle braccia del Signore, puoi finalmente risposarti. Ma non dimenticarti di noi. Intercedi per noi tutti, anche per chi non ti ha voluto bene. Anzi, soprattutto per loro. Aiutaci a essere più buoni. A usare meglio i doni di Dio.

Alcune persone, arrabbiate per come sei stato trattato, hanno perso il controllo e sono arrivate a esclamare «Dio stramaledica gli inglesi». Dalle nostre parti qualcuno lo disse molti anni fa, per tutt’altre ragioni, e adesso ci risiamo. Perdona questi eccessi. Ovviamente non è questione di nazionalità. È questione di essere buoni o di non esserlo, di essere generosi o di non esserlo, di amare o non amare. Aiutaci a migliorarci.

Un aiuto grandissimo ce l’hai già dato perché ci hai spinto a interrogarci su ciò che conta davvero. Seguendo la tua vicenda, infatti, abbiamo ridato spazio a Dio e alla preghiera. E per questo non ti saremo mai grati a sufficienza.

Un grazie va poi a papà Thomas e mamma Kate, i tuoi giovanissimi genitori, che ci hanno dato una lezione d’amore. Si sono spesi totalmente, senza respiro e senza risparmio. Nonostante gli ostacoli giganteschi con i quali hanno dovuto confrontarsi, non hanno lasciato nulla d’intentato. Ti sono sempre rimasti accanto e in loro abbiamo visto riflesso l’amore del Padre che non ci abbandona mai.

In molte foto ti ho visto con la maglietta blu dell’Everton. Il motto della squadra è  Nil satis nisi optimum: solo il meglio è sufficiente.  Purtroppo nei tuoi confronti molti non hanno dato il meglio, ma il peggio. Però tanti altri, a incominciare da Thomas e Kate, sono stati attenti, generosi, pieni di carità, e tutto ciò è motivo di una speranza che nessuno può toglierci.

Ho saputo che forse, proprio in seguito alla tua vicenda, la legge inglese potrà essere cambiata, per dare più spazio al diritto-dovere dei genitori di pronunciarsi sulla sorte dei figli. Staremo a vedere. Se succederà, avremo un altro motivo per ringraziarti.

Siccome immagino che ora starai giocando con Charlie, Isaiah e tantissimi altri bambini, non ti voglio annoiare oltre.

Da vecchio fanatico del calcio inglese, lasciami solo aggiungere una cosa. «You’ll never walk alone», hanno cantato oggi molte persone, in tuo onore, davanti all’ospedale. Ma quello è l’inno del Liverpool, non dell’Everton. I Toffees cantano «We’are the pride of Merseyside», «Noi siamo l’orgoglio del Merseyside».

Ebbene, lasciami dire che tu sei stato, e sei, l’orgoglio non solo della contea del  Merseyside, ma di milioni e milioni di persone in ogni angolo del mondo. Yes, we’are very very proud of you, caro il mio Alfie.

 

Aldo Maria Valli

 

Aldo Maria Valli

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