Musica di chiesa e diritto d’autore

Prosegue la riflessione del maestro Aurelio Porfiri sulla triste situazione della musica di chiesa e, in particolare, sulla questione del diritto d’autore, due problemi collegati. 

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Qualche settimana fa per uno dei miei canali YouTube ho realizzato un video in cui ho parlato del problema del diritto d’autore connesso con la musica di chiesa. Poiché colui che scrive musica per la Chiesa è un creatore, certamente ha il diritto di usufruire del frutto del proprio lavoro. Ma la cosa non è da tutti riconosciuta. Come ho detto in precedenza, da noi c’è una concezione distorta e buonista della questione.

Il 22 dicembre 1998 la Conferenza episcopale italiana (Cei) e la Società italiana autori ed editori (Siae) hanno firmato un accordo per regolare il diritto d’autore in ambienti religiosi e in manifestazioni di carattere religioso. Nell’accordo si parla delle tariffe per la musica trasmessa in cerimonie di carattere religioso ma, se ho letto bene, non si fa riferimento a musica usata per la liturgia, spesso amministrata dalla Siae.

Ora, è ben comprensibile che la musica per la liturgia possa essere esentata dal pagamento. Io immagino che nella nostra situazione italiana, se si richiedesse il pagamento del diritto d’autore della musica eseguita durante la liturgia non si canterebbe più nulla. Ma ci sono chiese che usano la musica anche al di fuori della liturgia, per esempio come musica d’ambiente quando in chiesa non ci sono cerimonie. Pensate che in questi casi si paghi la Siae? A me non risulta.

Un giorno parlavo con un arcivescovo e mi lamentavo del livello culturale del clero. Lui replicò che il clero è figlio della società attuale, e non posso dargli torto. Viviamo in una società impoverita culturalmente, figlia dell’instupidimento collettivo indotto soprattutto dalle televisioni e dall’influenza di modelli lontani da noi culturalmente come quelli americani. Inoltre la scuola, pur essendo provvista spesso di insegnanti validi, ha quasi rinunciato a insegnare i fondamenti della nostra cultura. E che dire dell’insegnamento della musica nelle nostre scuole? Certo, ci sono ancora insegnanti che si danno da fare, ma la musica, quando ancora è insegnata, è ormai relegata a materia di poca o nessuna importanza. Quindi la musica classica, che dovrebbe essere una delle nostre glorie, è del tutto emarginata, conosciuta e praticata da pochissimi. Si conosce la grande musica solo se viene impiegata nelle pubblicità. Ecco perché nelle nostre chiese la qualità della musica è così scadente, ed ecco perché la considerazione per il lavoro creativo musicale è praticamente nulla. Eppure il problema esiste.

Nel 2008 si è svolto all’Antonianum di Roma un convegno (De iure auctoris ad proprium opus ecclesiaeque catholicae ad proprium nomen) in cui si è discusso proprio di musica liturgica e diritto d’autore. Come ho detto in precedenza, si comprende come essa non sia sottoposta a pagamenti nella nostra situazione, anche se si auspicherebbe un inquadramento che garantisca sia la fruibilità della musica sia i diritti di coloro che hanno dedicato anni allo studio per poter produrre opere del genere. Il fatto che una composizione sia usata per la liturgia non annulla la proprietà intellettuale, come un dipinto di Caravaggio non smette di essere di Caravaggio per il fatto di essere esposto in chiesa. Dunque, come garantire i diritti dell’autore? Come garantire la dignità di chi lavora?

Nel 1981 nella Laborem exercens Giovanni Paolo II affermava: «La fondamentale e primordiale intenzione di Dio nei riguardi dell’uomo, che Egli “creò … a sua somiglianza, a sua immagine”, non è stata ritrattata né cancellata neppure quando l’uomo, dopo aver infranto l’originaria alleanza con Dio, udì le parole: “Col sudore del tuo volto mangerai il pane”. Queste parole si riferiscono alla fatica a volte pesante, che da allora accompagna il lavoro umano; però, non cambiano il fatto che esso è la via sulla quale l’uomo realizza il “dominio”, che gli è proprio, sul mondo visibile “soggiogando” la terra. Questa fatica è un fatto universalmente conosciuto, perché universalmente sperimentato. Lo sanno gli uomini del lavoro manuale, svolto talora in condizioni eccezionalmente gravose. Lo sanno non solo gli agricoltori, che consumano lunghe giornate nel coltivare la terra, la quale a volte “produce pruni e spine”, ma anche i minatori nelle miniere o nelle cave di pietra, i siderurgici accanto ai loro altiforni, gli uomini che lavorano nei cantieri edili e nel settore delle costruzioni in frequente pericolo di vita o di invalidità. Lo sanno, al tempo stesso, gli uomini legati al banco del lavoro intellettuale, lo sanno gli scienziati, lo sanno gli uomini sui quali grava la grande responsabilità di decisioni destinate ad avere vasta rilevanza sociale. Lo sanno i medici e gli infermieri, che vigilano giorno e notte accanto ai malati. Lo sanno le donne che, talora senza adeguato riconoscimento da parte della società e degli stessi familiari, portano ogni giorno la fatica e la responsabilità della casa e dell’educazione dei figli. Lo sanno tutti gli uomini del lavoro e, poiché è vero che il lavoro è una vocazione universale, lo sanno tutti gli uomini».

È così: lo sanno tutti, ma per molti il lavoro artistico, che è anche intellettuale, è solo un passatempo, che non deve avere la stessa dignità degli altri lavori. Niente di più lontano dalla verità.

Aurelio Porfiri

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