Una parola al giorno / Guerra

Quella che stiamo combattendo contro il virus è una guerra? I vocaboli usati in questi giorni fanno propendere per il sì. Parliamo di fronte del contagio, riconosciamo di essere in trincea, abbiamo i nostri caduti e i nostri eroi, ci diciamo l’un l’altro che dobbiamo combattere e non arrenderci. Tutte parole della guerra.

Qualcuno dice: ma il virus non è un vero e proprio nemico. Un vero nemico deve essere consapevole di quel che fa, della guerra che sta combattendo, mentre il virus è spinto solo da un cieco determinismo da parassita. Dunque, se non c’è un vero e proprio nemico non c’è neppure una guerra.

Posso essere d’accordo. Ma il vero motivo per cui nutro qualche perplessità sull’uso della parola guerra è un altro.

Ricordo bene quando, nella facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica di Milano, il professor Gianfranco Miglio (fine anni Settanta del secolo scorso) illustrava a noi studenti la teoria dello stato di eccezione secondo Carl Schmitt, ovvero quella particolare forma di potere politico che si viene a determinare in presenza di circostanze gravi, come appunto una guerra, tali da giustificare la sospensione delle leggi abituali e il ricorso a provvedimenti speciali, autorizzati dalla necessità di affrontare adeguatamente la crisi.

Fino a che punto è possibile e legittimo sospendere lo stato di diritto a beneficio dello stato di eccezione? E siamo sicuri che poi, oltrepassata una certa soglia, si possa tornare indietro?

Nel suo realismo spietato, Schmitt afferma che poiché non è possibile dire in modo incontrovertibile quando sussista uno stato d’eccezione, ecco che, di fatto, chi lo decreta è il sovrano. Sovrano è colui che nello stato di eccezione non solo prende le decisioni, ma decide che lo stato di eccezione sussiste, senza limiti oggettivi, né politici né giuridici.

Ecco perché, a ben vedere, andrei piano con le metafore guerresche.

A.M.V.

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