“The Social Dilemma”. Il buio oltre lo schermo

Qualche sera fa, su iniziativa di mia figlia Laura, ventenne, in famiglia ci siamo riuniti per vedere The Social Dilemma, il film prodotto da Netflix che svela i meccanismi nascosti dietro i social network. Firmato da Jeff Orlowski, è un documento che spinge a molte domande e riflessioni. Man mano che scorrevano le testimonianze, guardavo allo smartphone, che era lì posato sul divano accanto a me, non più come a una risorsa ma come a un mostriciattolo ostile e insidioso.

Il film raccoglie le voci di numerosi esperti di social che dopo aver lavorato nel settore hanno avvertito il dovere morale di mettere in guardia dalla manipolazione sempre più pesante che coinvolge tutti noi utenti. È il caso di Tim Kendall, ex direttore della monetizzazione su Facebook, Justin Rosenstein, co-inventore del pulsante Like, e Tristan Harris, ex dipendente Google definito “la coscienza della Silicon Valley”. Testimonianze che mostrano come l’industria della tecnologia social funzioni in base a un dogma ben chiaro ai mercati basati sulla pubblicità: “Se non lo stai pagando, il prodotto sei tu”.

Da anni la televisione commerciale funziona nello stesso modo, ma i social hanno applicato il principio con una pervasività senza precedenti.

Non avevo mai avuto modo di ascoltare le testimonianze di ex impiegati, tecnici e dirigenti di giganti come Google, Facebook, Instagram, Reddit, Pinterest e devo dire che anche se per tanti anni ho lavorato nel mondo dei mass media, cercando spesso di sottolinearne limiti e pericoli, di fronte a queste voci mi sono sentito, lo confesso, quasi uno sprovveduto. Un conto è pensare di sapere che i social, in una certa misura, ti usano per i loro fini commerciali, un altro è sentirselo dire, con dovizia di particolari, da Tristan Harris, ex design ethicist di Google e collega universitario a Stanford di Kevin Systrom, uno dei fondatori di Instagram.

“Impedire alle tech company di sequestrare le nostre menti”: questo l’obiettivo dell’organizzazione no-profit Time Well Spent fondata da Harris. La missione è chiara: dopo la generale ubriacatura dovuta allo sviluppo ultrarapido dei social, è venuto il momento di mettersi una mano sulla coscienza (a patto che ne resti ancora qualcosa) e il compito spetta in primo luogo agli specialisti: designer di siti, sviluppatori di app, guru della pubblicità online. Siamo arrivati al limite. La manipolazione è ormai tale da compromettere sia la salute mentale e fisica a livello individuale sia la stessa coesistenza sociale.

Catastrofismo? No, dice Harris. Realismo, piuttosto. Si tratta di diventare pienamente consapevoli del fatto che ogni volta che utilizzi il tuo smartphone, sebbene ti regali una sensazione di gratificazione e libertà, dall’altra parte dello schermo ci sono migliaia di persone al lavoro per utilizzarti in modo tale che tu sia per loro una fonte di guadagno sempre più redditizia. E tutto ciò implica la manipolazione.

Il progresso digitale non è negativo in sé: tutti possiamo godere dei vantaggi della connessione. Occorre capire che, al punto in cui siamo, è necessaria una decisa correzione di rotta, e questa non potrà avvenire in base a logiche commerciali, ma solo grazie a una presa di coscienza morale.

Durante il lockdown abbiamo visto come le tecnologie siano preziose: con lo smart working interi settori produttivi e accademici hanno potuto continuare a funzionare nonostante le limitazioni imposte dalla pandemia. Bisogna puntare a un equilibrio. Va bene facilitare legami e scambi, ma quando, per esempio, lo scrolling diventa una compulsione occorre per forza di cose incominciare a chiedersi che cosa vogliamo fare del nostro tempo e della nostra vita.

Non occorre essere particolarmente esperti per notare che i social innescano dinamiche simili a quelle delle droghe: piacere, dipendenza, assuefazione. Ne vogliamo sempre di più, non ne possiamo fare a meno.  E dietro lo schermo c’è qualcuno che conta i soldi in entrata.

Il film mi ha fatto riflettere soprattutto sulla sempre più precisa profilazione personale che tutti noi, tramite le nostre scelte nei social, assicuriamo ai produttori, trasformandoci in bersagli del marketing, non solo commerciale, ma anche culturale e politico.

Detto in parole molto semplici, i social ci fanno sentire e vedere ciò che vogliamo sentire e vedere. Di qui un generale incremento della polarizzazione (c’è sempre meno spazio per le posizioni intermedie, per chi ammette di non sapere, per il confronto onesto) e quindi della conflittualità. Con risultati paradossali, perché proprio nell’epoca in cui si parla tanto di politicamente corretto e di moderazione del linguaggio ci troviamo all’interno di un’arena in cui vince chi alza la voce, chi aggredisce, chi fomenta, chi fonda le proprie argomentazioni non sul ragionamento articolato ma sugli slogan a effetto.

Nel film uno degli intervistati dice che ormai è troppo tardi per far rientrare il genio nella lampada, ma forse è ancora possibile fare qualcosa, a partire dalle nostre scelte quotidiane, per lo meno per aumentare la consapevolezza del grado di dipendenza dal marketing e dalla propaganda.

Devo aggiungere che, soprattutto in quanto genitore e nonno, sono rimasto colpito dalla correlazione tra uso dei social e comportamenti autodistruttivi tra giovani e giovanissimi. Scoprire che tra gli americani di età compresa tra i dieci e i ventiquattro anni il tasso di suicidi è aumentato del 57% tra il 2007 e il 2018 non può lasciarmi indifferente. “Ci sono molte ragioni per sospettare che anche quest’anno i tassi di suicidio aumenteranno, non solo a causa del Covid-19, ma perché lo stress e l’ansia sembrano permeare ogni aspetto della nostra vita” dice Shannon Monnat, co-direttrice del Policy, Place and Population Health Lab della Syracuse University.

Il suicidio è ormai la seconda causa di morte tra i giovani ed è realistico pensare che dietro il fenomeno ci sia anche la proliferazione dei social media. “Esiste un’associazione tra l’uso di social media e Internet e i tentativi di suicidio nei giovani”, afferma uno studio recentemente pubblicato, dal titolo Social media, uso di Internet e tentativi di suicidio negli adolescenti.

La Royal Society for Public Health del Regno Unito, che ha stilato la classifica delle piattaforme di social media con maggiore impatto sulla salute mentale, ha scoperto che Instagram, Snapchat, Facebook e Twitter hanno l’effetto più negativo sulla salute psicologica dei giovani. E un rapporto indica che l’uso dei social media è direttamente correlato a un aumento dei sintomi depressivi negli adolescenti.

Far rientrare il genio nella lampada non sarà possibile, ma se la parola responsabilità ha ancora un senso dobbiamo correre ai ripari.

Aldo Maria Valli

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