Gli errori di Pietro, per quanto gravi, non ci danno il potere di revocare il mandato petrino

Cari amici di Duc in altum, il mio articolo “Roma senza papa” (qui) ha avuto ampia risonanza, in Italia e all’estero.  Tra i numerosi siti che l’hanno ripreso ricordo LifeiteNews (qui), The Remnant Newspaper (qui), OnePeterFive (qui), Diesirae (qui).

L’articolo ha stimolato, fra gli altri, un commento di don Alberto Strumia (lo trovate qui sotto) con il quale concordo pienamente. Don Alberto, alla luce del comportamento di Gesù, ci ricorda opportunamente che gli errori di Pietro non danno a noi uomini il potere di revocare il mandato petrino. “Solo Cristo ha il potere di intervenire e sa come farlo”. Inoltre, occorre non dimenticare mai che “la tentazione di staccarsi dalla Chiesa in nome dello scandalo innescato da errori dottrinali  e di giustificare chi, in nome di questi errori, innesca uno scisma, non può essere seguita senza un danno oggettivo da parte di chi cede a essa, danno che si ripercuote su di lui e su quanti lo seguono”. Dunque, mi dice infine don Alberto, stattene al tuo posto, perché guarda che ne va del destino della tua anima.

Ringrazio sentitamente don Alberto che si preoccupa del destino della mia anima (non è mica scontato, oggigiorno, che un prete abbia tali preoccupazioni). Mi permetto solo una precisazione. Forse a causa del titolo che gli ho dato, il mio intervento è stato preso da molti come una riflessione dedicata alla questione se Bergoglio sia o non sia papa, e le mie parole sono state considerate di sapore sedevacantista. In realtà, la questione che ho voluto mettere al centro dell’articolo (con tutti i miei limiti, ma con la passione che deriva dal battesimo) riguarda un altro problema, e cioè quale tipo di Dio ci viene proposto da Bergoglio. A mio modestissimo parere, ci propone un dio sminuito, un dio annacquato, un dio che non è padre ma compagno. Un dio che non perdona, ma discolpa, un dio che non desidera salvare l’uomo, ma scagionarlo, un dio che non indica la legge divina ma cerca le attenuanti. Mentre Dio, il Dio della Bibbia, è sì paziente, ma non lassista; è sì amorevole, ma non permissivo; è sì premuroso, ma non accomodante. In una parola, è padre misericordioso nel senso più pieno e autentico del termine, perché la prima e più alta forma di misericordia non è giustificare tutto, ma mostrare la via della Verità e della santità. Ho scritto poi che questa insidiosa distorsione operata da Bergoglio nasce culturalmente sul terreno della crisi della figura paterna ed ha quindi le sue radici nel Sessantotto. Ecco il punto. Quanto al resto, non ho alcuna competenza per dire se Bergoglio sia o non sia papa. Io ritengo che lo sia, ma che non lo faccia. Se non farlo implichi anche non esserlo è questione che lascio agli specialisti. Ripeto: ciò che mi addolora è vedere che il papa, supremo pastore, distorce Dio e lo piega alla logica del relativismo, imperante nel mondo. Circostanza confermata dal fatto che il mondo applaude Bergoglio. E tutto ciò proprio quando, invischiati come siamo nella melassa buonista e nelle sabbie mobili relativiste, avremmo bisogno di una guida salda, in grado di mostrarci la Verità. 

Il titolo del mio articolo (“Roma senza papa”) è probabilmente fuorviante. Colpa mia. Forse sarebbe stato meglio intitolarlo “Un Dio compagno non ci serve. Abbiamo bisogno di Dio Padre”. Oppure “Perdonare è un conto, discolpare un altro”. Oppure “La misericordia, quella vera, è mostrare la strada della Verità, non discolpare”. Nel fare il titolo ho ceduto al sensazionalismo, peccato grave per un giornalista.

Ma ecco qui il bel contributo di don Alberto Strumia.

A.M.V.

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Se Gesù non tolse il primato a Pietro…

Riflettendo sulla figura dell’Apostolo Pietro e del primato che Cristo gli ha conferito in prima persona, mi ha colpito, in modo particolare, il dato di fatto che Gesù non glielo ha mai revocato, nel tempo della Sua permanenza sulla terra. Neppure dopo averlo accusato di essersi lasciato prendere dalla logica del demonio con parole che esprimevano il pensiero degli uomini contrario a quello di Dio. E Gesù lo ha chiamato addirittura “satana”!

Avrebbe potuto cacciarlo e sostituirlo con un altro, come noi avremmo quasi sicuramente ritenuto necessario fare. Al tempo stesso Gesù si è impegnato in prima persona a garantire che «le porte degli inferi non prevarranno contro di essa [la Chiesa]» (Mt 16,18). Dunque, ha riservato a se stesso il diritto e il potere di intervenire se e quando ce ne fosse stato bisogno per mantenerla fedele a sé, almeno in un suo resto. A Satana che si traveste da angelo («anche satana si maschera da angelo di luce», 2Cor 2,14), ai lupi che si travestono da pecore («Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci», Mt 7,15) e ai pastori che hanno smarrito la via («Neppure i sacerdoti si domandarono: Dov’è il Signore? I detentori della legge non mi hanno conosciuto, i pastori mi si sono ribellati, i profeti hanno predetto nel nome di Baal e hanno seguito esseri inutili», Ger 2,8), non si deve di certo obbedire quando impongono norme e dottrine manifestamente contrarie al Vangelo e al deposito della fede («Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Lui, giudicatelo voi stessi», At 4,19).

Tuttavia gli errori, per quanto gravi, non ci danno il potere di revocare il mandato petrino, e solo Cristo ha il potere di intervenire e sa come farlo. La tentazione di staccarsi dalla Chiesa in nome dello scandalo innescato da errori dottrinali («Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!», Mt 16,23) e di giustificare chi, in nome di questi errori, innesca uno scisma, non può essere seguita senza un danno oggettivo da parte di chi cede a essa, danno che si ripercuote su di lui e su quanti lo seguono.

Rischia di essere assai capziosa la distinzione tra scisma “legale” e scisma “ontologico”, per giustificare una separazione che finisse per non riconoscere il proprio Vescovo e/o il Papa fino a non nominarli nella celebrazione della Messa. Aprendo così, remotamente, la possibilità del passo più grave ancora di arrivare alla richiesta dell’ordinazione illecita di nuovi Vescovi, o anche solo di giustificarla quando si è verificata in passato. Difficile poi tornare indietro, come la storia ha insegnato.

Abbiamo bisogno di un legame oggettivo con la Chiesa di Cristo, garantito dalle regole che Lui stesso ha stabilito. Non possiamo presumere di essere noi superiori a quelle regole e ritenerci certi di permanere in quel legame. A volte si avverte serpeggiare, anche tra i “migliori”, la tentazione di cedere a questa presunzione, cercando delle scappatoie per autogiustificarsi.

Tocca solo a Dio risolvere la situazione. Ed è Dio che si deve pregare per questo. Anche se accettare questa logica può costare molto, come dovette costare ad Abramo. Ma, come sappiamo: «Abramo rispose: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!”» (Gen 22,8).

È decisamente più sicuro «obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29) sapendo stare al proprio posto, senza presumere di prendere quello del Signore; e affidarsi alla Vergine Maria il Cuore Immacolato della quale, a suo tempo, trionferà («Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno», Gen 3,15).

don Alberto Strumia

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I passi dei Vangeli sull’argomento li conosciamo bene. Riporto i riferimenti, in ogni caso, per completezza e aiuto alla memoria.

Conferimento del primato (Mt 16,18-19), (Gv 21,15-17); Scandalo di Gesù e venir meno di Pietro (Mt 16,22-23), (Mc 8,32-33), (Lc 22,31-34); Profezia del rinnegamento (Mt 26,34), (Mc 14,30), (Lc 22,34), (Gv 13,38); Rinnegamento di Pietro (Mt 26,69-75),  (Mc 14,66-72), (Lc 22,56-62), (Gv 18,25-27).

 

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