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Giovani e Covid / Tema: “Ho diciotto anni e questa è la mia non-vita”

“Ho diciotto anni e non posso andare a scuola… Ho diciotto anni e non posso fare sport…  Ho diciotto anni e non posso andare la domenica a pranzo dai miei nonni… Ho diciotto anni e non posso viaggiare, scoprire, conoscere”.

Sono alcuni brani tratti da un tema scritto da una ragazza dei nostri tempi, questi nostri tempi di lockdown e distanziamento sociale. Una testimonianza, sulla quale meditare, accompagnata da alcune parole, altrettanto significative, della mamma.

“I miei figli – scrive la signora – hanno quattordici e diciotto anni e non si lamentano nemmeno più, la loro è apatia totale. Il maschio passa dalla sedia in Dad alla poltrona con la play station al letto con TikTok, come una larva. Almeno in zona arancione rimaneva lo sport, il calcio (mai un positivo in squadra). Siamo sani! E ci stanno facendo morire dentro. Nel tema di mia figlia c’è tutta la sua sofferenza, è seguita da uno psicoterapeuta perché i social fanno danni irreparabili come l’ossessione delle diete, del fisico perfetto. La bulimia e l’anoressia è vero ci sono sempre state, ma lei era immersa nel suo studio, nel suo sport, nei suoi obbiettivi quotidiani. È difficile, ne usciremo, l’ho promesso ai miei figli. Facciamo fatica ad arrivare a fine mese, ma siamo fortunati. È assurdo come la classe politica non si accorga che senza aiuti non ce la facciamo. Arriva tutto da pagare, le discussioni sono all’ordine del giorno”.

Ma ecco il tema della diciottenne.

I giovani d’oggi tra paure e attese per il futuro

Mi chiamo *** e ho diciotto anni, compiuti poco più di un mese fa, nel bel mezzo di una pandemia globale, circostanza che mi ha impedito di festeggiare il giorno che pensavo sarebbe stato il più bello e indimenticabile della mia vita.

Ho diciotto anni e non posso andare a scuola. Ho trascorso gli ultimi anni di liceo nella mia camera da letto, davanti a un pc, senza interagire con nessuno, con la testa bassa e gli occhi spenti. Senza il minimo desiderio o interesse nel voler apprendere. Senza avere la possibilità di confrontarmi con i miei compagni, di condividere i momenti di gioia e quelli di sofferenza, di prendere un caffè alle macchinette, di ridere guardando i ragazzi del quinto anno, di fare le gite. Di crescere.

Ho diciotto anni e non posso fare sport. Non mi è nemmeno più concesso andare in palestra per un’ora quelle tre volte a settimana che mi facevano staccare la mente da tutto e che mi davano quell’energia di cui avevo bisogno per affrontare la settimana.

Ho diciotto anni e non posso andare la domenica a pranzo dai miei nonni. Non so per quanto ancora potrò averli al mio fianco e invece di sfruttare questo tempo, mi è stato strappato completamente.

Ho diciotto anni e non posso viaggiare, scoprire, conoscere. Ho diciotto anni e non posso vedere i miei amici. Ho diciotto anni e non posso più divertirmi, ridere, sognare, sperare. Non posso godermi quella spensieratezza che rende questi anni di adolescenza i più belli della vita di ognuno. Ho diciotto anni e mi è stato portato via tutto. Mi alzo, mangio, dormo.

Una parte di me continua a sperare in un imminente soluzione, e vive cercando di non farsi sopraffare dalla situazione generale, ma lasciandosi trasportare dai noiosi e piatti eventi quotidiani. L’altra parte di me però ogni tanto prende il sopravvento e fare finta di niente diventa impossibile. In quei momenti il mondo mi cade letteralmente addosso e sento una voragine assordante farsi strada nel mio petto. Non riesco a non pensare a quello che ho perso e che nessuno mai mi ridarà indietro.

Forse è meglio non pensare. La pandemia mi ha tolto tanto, ma più di tutto mi ha tolto la fame. La fame di vita. Ho perso interesse per qualsiasi cosa. Sto quasi meglio da sola, a casa, alla fine dei conti. Non trovo la forza per uscire, non mi va. Non riesco ad alzarmi dal letto e a vestirmi. E se lo faccio mi dispero, guardando la mia immagine così fastidiosa nello specchio.

Questo tempo vuoto, senza nulla da fare, a cui pensare, a cui dedicarmi, mi ha portato a concentrarmi sul cibo. Ora convivo con una voce che non fa altro che ricordarmi quanto sia sbagliata, ingombrante e inferiore. Tutto questo non è vittimismo e nemmeno egoismo come sostiene la stragrande maggioranza degli adulti che sembrano aver dimenticato la loro gioventù (ma d’altronde è facile parlare quando loro l’hanno vissuta, no?). Tutto questo è semplicemente la nostra (non) vita.

Ho diciotto anni e ho paura. Ho paura del futuro, cosa mi succederà, se mi porterò per sempre questi danni dentro di me o se tornerò ad essere la ragazza che ero prima. Ho paura che non finisca mai e che non ci sarà futuro per me. Per noi.

Fonte: nicolaporro.it

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