Il diario del cardinale Pell. Un libro che fa bene alla fede

di Aldo Maria Valli

“Mi sono svegliato alle cinque meno un quarto, circa un’ora prima del solito, al suono di un lontano canto islamico e del forte rimbombo di colpi del nostro amico all’altra estremità del corridoio. Nel corso della giornata dimostrerà di avere parecchia voce”.

Si apre così la pagina di diario del 13 aprile 2019, una delle tante. Sia l’islamico sia il prigioniero rumoroso sono senza volto. Nella sezione dei detenuti in isolamento nessuno incontra gli altri. Suoni e rumori, in mancanza della vista, assumono così una rilevanza particolare.

Il diario è quello dell’ottantenne cardinale australiano George Pell, che in prigione ha trascorso più di un anno (per l’esattezza 404 giorni), con l’infamante accusa di aver commesso abusi sessuali, prima di veder riconosciuta l’assurdità delle accuse ed essere scarcerato.

Uscito in lingua originale (Prison Journal) nel dicembre 2020, Diario di prigionia. Volume 1 (Cantagalli, 448 pagine, 25 euro) è ora disponibile anche in italiano ed è, paradossalmente, un libro che dona tanta serenità e fa bene alla fede. L’anziano cardinale si trova coinvolto in una vicenda kafkiana, nella quale tutti, a parte una cerchia di amici fidati, sono contro di lui, eppure Pell non ha mai una parola di biasimo né per i suoi accusatori, né per i carcerieri né, più in generale, per la società australiana e il sistema giudiziario del suo Paese. E non si lascia mai prendere dallo sconforto. Il cardinale certamente non nasconde i timori e la complessità della situazione, ma, sempre pacato e fiducioso, si affida totalmente alla divina Provvidenza, non dimentica le persone senza volto che, a pochi passi da lui, si trovano rinchiuse nel carcere di massima sicurezza e conclude ogni pagina del diario con una preghiera. Come questa, del 3 marzo 2019: “Dio nostro Padre, prego per tutti i miei compagni detenuti, specialmente per quelli che mi hanno scritto. Aiutali a conoscere tutti la loro vera identità; anzi, aiuta anche me a conoscermi meglio. Dona a tutti loro un po’ di pace interiore, soprattutto a quanti certamente non ne hanno”.

Il 3 marzo 2019 è una data particolarmente significativa non solo perché è quella che apre il diario, ma perché è una domenica. La prima, per il cardinale, senza la santa Messa: “Questa è la prima domenica da molti decenni, forse da più di settant’anni, a parte in caso di malattia, che non ho partecipato o celebrato la Messa domenicale. Non ho potuto nemmeno ricevere la Comunione”.

Perché privare un sacerdote della Messa e della Comunione? Pell non pone apertamente la domanda. Si limita a registrare la sua condizione, e proprio questo apparente distacco rende la testimonianza più forte e coinvolgente. La Messa è vietata. In compenso risuonano costantemente i canti del prigioniero musulmano, mentre un altro carcerato si lamenta, in preda all’angoscia, e un terzo lancia grida credendosi “un dio o un messia”.

Questo volume è il primo di una serie. Nel complesso saranno più di mille pagine. L’editore americano, il padre gesuita Joseph Fessio della Ignatius Press (che ha da poco mandato in libreria il secondo volume) ha detto che quest’opera è “un classico della spiritualità”, ed è vero. Inoltre, con pragmatismo tutto americano, padre Joseph ha chiesto ai lettori non solo di acquistare il libro, ma anche di fare donazioni a favore di Pell, alle prese con ingenti spese legali.

Accusato di abusi sessuali da due coristi della cattedrale di San Patrizio a Melbourne (la vicenda risale al 1996), Pell è stato scagionato con verdetto unanime (sette a zero) dall’Alta Corte australiana ed è tornato a Roma. Avrebbe potuto, semplicemente, cercare di dimenticare, per quanto possibile. Invece ha deciso di dare la sua testimonianza.

Il diario fa tornare alla mente altre pagine, come gli Appunti dalla prigione del cardinale polacco Stefan Wyszyński, o la vicenda del cardinale vietnamita François Xavier Nguyen van Thuan, ma se in quei casi si racconta una persecuzione che arriva da regimi totalitari apertamente nemici del cristianesimo, con Pell siamo alle prese con la persecuzione attuata da un Paese considerato tra i più tolleranti, democratici e liberal al mondo. È la nuova persecuzione, figlia di un tenace pregiudizio anticattolico.

Si sa che nelle carceri di tutto il mondo i detenuti accusati di abusi sessuali su minori vengono messi nel mirino dagli altri carcerati. Di qui la scelta dell’isolamento per George Pell. Ma le vere aggressioni contro il cardinale sono arrivate dalla stampa. Turbata da migliaia di casi di minori vittime di violenze da parte di sacerdoti e religiosi, l’opinione pubblica australiana ha visto in Pell, il cardinale “ranger” e “super-conservatore”, l’obiettivo ideale per una campagna diffamatoria.

Nelle pagine del diario tutti questi aspetti vengono però solo sfiorati. Il prigioniero Pell preferisce raccontare la sua vita di ogni giorno. Ecco così l’uniforme verde (che lui vorrebbe poter lavare più spesso) messa a confronto con la veste color porpora del cardinale. Ecco la sua cella lunga meno di otto metri e larga due. Ecco il materasso non troppo spesso e il letto un po’ troppo basso, che mette a dura prova le ginocchia. Ecco la televisione, grazie alla quale Pell può seguire le partite del suo sport preferito, il football australiano, e lasciarsi andare ai ricordi di gioventù. Ecco le due mezz’ora d’aria concesse quotidianamente e tanto desiderate.

Proprio durante una mezz’ora all’aperto un altro prigioniero, attraverso una fessura che separa lo spazio da un cortile adiacente, sputa addosso al cardinale e gli lancia improperi. Commento: “Tutti noi siamo tentati di disprezzare coloro che definiamo peggiori di noi stessi. Perfino gli assassini condividono lo sdegno verso chi viola i giovani. Per quanto ironico, questo sdegno non è affatto negativo, poiché rivela una fede nell’esistenza del bene e del male, del giusto e dell’errore, che spesso in galera emerge in modi sorprendenti”.

Non mancano i momenti di sconforto, come in seguito alla sconfitta in appello presso la Corte di Victoria. A quel punto il cardinale pensa di lasciar perdere e di non appellarsi alla Corte suprema. Ma ecco che, inaspettatamente, un incoraggiamento arriva dal capo della prigione, che lo esorta a non arrendersi.

Pell non nasconde mai le sue debolezze. Il 19 giugno 2019, per esempio, scrive: “Sto diventando un po’ nervoso nell’attesa che sia emesso il verdetto, ma mi concentro sulla mia routine quotidiana fatta di preghiere, esercizi, scrittura, lettura e sudoku”. E se lo spaccio non dispone della cioccolata preferita, la Cadbury, vuol dire che il cardinale farà “un po’ di involontaria penitenza, fino al rifornimento delle scorte”.

Il carcere, come la vita, è pieno di sorprese. Saperle cogliere dipende dallo sguardo e dal cuore. Grande conforto è donato dalle lettere che arrivano in continuazione, non solo dagli amici, dai parenti e dagli avvocati, ma anche da moltissimi sconosciuti. Una signora, che confessa di aver problemi con la gestione della rabbia, con disarmante candore raccomanda al cardinale di affidarsi al Signore e di perdonare. Una misteriosa lettera senza firma arrivata dal Vaticano lo ringrazia per l’aiuto dato alla Chiesa australiana “a uscire da un liberalismo distruttivo, guidandola ancora verso la profondità e la bellezza delle fede cattolica”.

Sapendo che le persone anziane tendono a ricordare fatti lontani ma a dimenticare i più recenti, il cardinale scrive con costanza. E impara ad apprezzare il poco che gli viene concesso: “Non vedo l’ora di poter stare all’aperto, non solo per fare esercizio, che non è particolarmente piacevole dato lo spazio angusto e squallido, ma soprattutto per respirare l’aria fresca, per vedere il cielo, le nuvole e alle volte anche il sole. Queste cose, una bella doccia calda, la televisione e il bollitore, e la cordialità delle guardie, aiutano a rendere la vita più che sopportabile”.

“Durante tutto il suo calvario – scrive l’amico George Weigel nella prefazione – il cardinale è stato un modello di pazienza e di vita sacerdotale”. Quando era studente a Oxford, alla fine degli anni Sessanta, il giovane don George conobbe la testimonianza di fede dei santi martiri Thomas More e John Fisher. “All’epoca – annota Weigel – non poteva sapere che anche lui avrebbe subito calunnie, pubbliche diffamazioni e un’ingiusta reclusione. Eppure, proprio come More e Fisher, il cardinale George Pell ha preso posizione in difesa della verità, consapevole che la verità rende liberi nel senso più profondo della libertà umana”.

Una delle preghiere del cardinale (nella domenica della Divina misericordia) dice: “Dio nostro Padre, so che tu esisti e che sei l’Amore in persona. In questa triste vicenda, guidaci alla scoperta della verità”.

Occorre ricordare che, in quanto cardinale di santa romana Chiesa, Pell non aveva alcun obbligo di tornare in patria per farsi processare. Avrebbe potuto restare in Vaticano, protetto dalle sacre mura, invece, pur consapevole del clima ostile nei suoi confronti, ha preferito affrontare a viso aperto i suoi accusatori.

Nella preghiera che conclude questa prima parte del diario il cardinale, dopo aver chiesto al buon Dio che l’appello abbia successo, ha di nuovo un pensiero per gli altri, perché “quanto è accaduto a me non accada mai più a nessun australiano innocente”.

Fonte: Studi cattolici, n. 724, giugno 2021

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