Il governo, il vaccino come strumento politico e l’illusione di “vincere facile” davanti al mondo

Cari amici di Duc in altum, ricevo e vi propongo questa riflessione. L’autore preferisce non firmarsi. L’analisi della situazione italiana è qui affrontata sotto un profilo che merita attenzione.

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Caro Valli

nel suo intervento in audizione al Senato il filosofo Giorgio Agamben ha sostenuto che l’obiettivo dell’azione del governo non è il vaccino in sé ma, per il tramite di questo, l’inaugurazione di un’era di controllo sulle persone mediante strumenti elettronici di cui il green pass sarebbe solo l’antesignano. Pur non escludendo che quanto sostenuto dallo studioso possa essere veritiero, propenderei però per un’altra tesi, la quale afferma che sia proprio la inoculazione di massa, sulla totalità dei cittadini, lo scopo ultimo, ma per ragioni diverse da quelle di salute pubblica per cui viene propagandata.

C’è a mio parere una ragione più vera, di tipo geopolitico, che spinge l’attuale governo e in particolare colui che lo presiede a volere l’inoculazione a tappeto della popolazione, ed è che potersi presentare sulla scena internazionale a capo del Paese più vaccinato al mondo si pensa possa conferire una “statura” politica in altro modo difficilmente ottenibile..

Secondo questa tesi, che a mio parere ha una sua plausibilità, con l’inoculazione massiva della popolazione, presentata come un grande atto di governo, chi è a capo dell’esecutivo riterrebbe di poter trovare in altro modo quella autorevolezza che il non lusinghiero risultato del Paese in altri settori non può consentire.

Si sa che gli individui (anche i governanti) mediocri, incapaci di misurarsi con i problemi reali, spesso cercano modi per poter “vincere facile”, convinti così di poter acquisire un prestigio altrimenti fuori dalla loro portata.

Il nostro Paese è drammaticamente “sotto” in tutti gli indicatori che contano: economia, finanza, industria, strategia, visione del futuro, e la conquista di una “preminenza” vaccinale, comunque la si voglia definire, sugli gli altri Stati forse viene perseguita come una sorta di velo su tutte queste mancanze. “Siamo i migliori (nella vaccinazione)” celebrano ogni giorno i media nazionali, dimenticando o mettendo tra parentesi tutto ciò in cui migliori non siamo.

Di fatto è solo da noi che il contrasto all’epidemia ha assunto i modi di una guerra patriottica, con indicazione del nemico interno, sabotatore, “disertore”: quanti non accettano il siero possono infatti compromettere l’immagine virtuosa e corale della Nazione Immunizzata che si vorrebbe presentare.

In altri Paesi occidentali con situazione economica diversa dalla nostra, la popolazione non viene impaurita, intimidita, minacciata o ricattata perché, appunto, la questione vaccinale non ha il significato salvifico-redentivo che qui le viene attribuito e i governi non cercano una “autorevolezza vaccinale” per essere riconosciuti in campo internazionale, non ne hanno alcun bisogno.

L’ unico Paese che prima di noi ha tentato questo traguardo, Israele, adesso non naviga in buone acque. Noi a quanto pare vorremmo seguirne le orme: terza, quarta dose eccetera.

Il premier Mario Draghi viene accreditato dai media nostrani quale “riferimento di tutti i paesi avanzati”, lui stesso lo crede ed ha anche preso a esprimersi (in inglese) col “noi” ritenendo di rappresentare nella sua persona la volontà del mondo industrializzato. Il nostro Paese si sta facendo addirittura promotore e avanguardia di progetti di vaccinazione planetaria.

È chiaro che se su questo si punta, cioè si pensa di ricavare “statura” dal traguardo vaccinale della nazione, allora si vorranno inoculare pure i paracarri e i cestini della carta straccia, dopo aver peraltro già iniettato il siero salvifico a neonati e animali da compagnia.

Ma a pagare il prezzo di questa illusione da governanti provinciali e privi di visione potrebbero essere i cittadini stessi: a dispetto, infatti, delle pubbliche, ripetute rassicurazioni del premier (“il vaccino è sicuro!”), i sieri in questione a detta degli stessi produttori costituiscono un territorio ignoto nel medio e lungo termine, la qual cosa può non turbare chi ha 96 anni, ma ha una certa rilevanza per chi di anni ne ha quindici.

Draghi più che uno statista pare l’ennesima incarnazione del governante furbo alla ricerca del facile sistema che gli possa dare gloria e prestigio a dispetto della propria incapacità, la campagna inoculativa sembra rappresentare questo sistema.

Puntare istericamente sui “vaccini” costi quel che costi in un Paese già molto provato, anche psicologicamente, sembra una insana forzatura e i fatti degli ultimi giorni paiono dimostrarlo.

Mussolini, titolare di un regime di cui si riparla in questi giorni, pensò anch’egli al modo di “vincere facile”, aggregandosi a una guerra che la Germania pareva aver già vinto. Voleva il sacrificio di diecimila suoi compatrioti per potersi sedere da vincitore al tavolo delle trattative. Finì male per lui e i compatrioti.

Ecco. Fatte salve tutte le differenze, sarebbe magari, quella, una lezione della Storia da prendere in considerazione.

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