Testimonianza / “Ecco perché io, frate francescano, lascio il mio ordine. Per professare la vera Fede”

Cari amici di Duc in altum, la testimonianza che qui vi propongo è preziosa. Me l’ha inviata un frate francescano: fra Simone. Nella lettera il religioso spiega le ragioni per cui, volendo essere un cattolico coerente, non può più vivere nell’ordine dei frati minori, ormai caduto nel più spinto modernismo. Evidente è la sofferenza, ma in modo altrettanto chiaro emerge la volontà di combattere in nome della vera Fede, senza arrendersi all’eresia e all’apostasia dilaganti.

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Ne vale la pena. Lettera aperta di un religioso sulla crisi nella Chiesa

di fra Simone Saggiorato

Mi chiamo frate Simone, sono un francescano che nei prossimi giorni verrà dimesso dall’ordine religioso dei frati minori. Ho quarantatré anni, entrai in convento nell’ottobre del 2001.

Ho professato i miei voti solenni con convinzione e slancio nel 2008 e oggi mi rendo conto che, a causa dell’enorme crisi nella Chiesa, non mi è possibile viverli nei conventi e negli ambienti del mio ordine religioso; dovrò quindi trovare il modo di viverli altrove, con l’intenzione e con il desiderio di tornare un giorno alla normalità.

Tutto è iniziato nel 2014, quando mi resi conto che le gerarchie della Chiesa avevano preso una nuova direzione, esplicitamente progressista. Avevo indubbiamente (oggi me ne rendo conto) lacune nella formazione dottrinale, non ero un frate di idee tradizionali, ma su alcuni punti che in quel momento venivano messi in discussione, relativi ad esempio alla morale familiare o all’unicità della salvezza in Gesù Cristo, ero molto fermo.

Iniziai con sincerità a esternare la mia contrarietà al nuovo corso, mi rivolsi ai superiori verso i quali nutrivo grande affetto e fiducia, ma trovai un’ostilità che mi sorprese. Provai così ad appellarmi a quella libertà di pensiero tanto sbandierata nei nostri ambienti, libertà in nome della quale ci si è sempre sentiti in diritto di discutere i dogmi della Chiesa, di criticare i pontefici fino a Benedetto XVI, di vantarsi quando qualcuno affettuosamente ci stimava in quanto “eretici”, nel senso di coraggiosi, contro il sistema, fautori di un cristianesimo dalla “fede adulta”.

Ovviamente non servì. In poco tempo mi ritrovai piuttosto isolato, accusato di essere “contro il papa e la Chiesa”, sollevato da tutti gli incarichi e invitato a “cercare una soluzione altrove”, cioè ad andarmene. Fu per me una grande sofferenza. Quelle parole di accusa mi ferirono profondamente, ma fu anche una grazia: ne approfittai per studiare, per cercare di capire cosa stava accadendo e mi avvicinai al mondo della Tradizione grazie all’aiuto di un caro amico. Lì trovai gradualmente tutto ciò che cercavo, tutto ciò che nella formazione post conciliare non viene insegnato ai religiosi (come a tutti i cristiani): la liturgia tradizionale, la dottrina, la spiritualità, la vera devozione mariana, la disciplina religiosa di sempre e la visione del mondo cattolica che sola può spiegare in modo convincente tutto ciò che oggi sta accadendo; mi resi conto in modo chiaro di aver ricevuto fino a quel momento una formazione di ispirazione modernista quando studiai la Pascendi Dominici Gregis di san Pio X.

Nel frattempo, mentre scoprivo tutto questo, il mio Ordine era protagonista di tutte le stravaganze della Chiesa odierna: recepiva con entusiasmo il documento di Abu Dhabi – considerato ovviamente di ispirazione francescana – nel quale si afferma, in modo empio, che Dio avrebbe voluto la differenza delle religioni come quella sessuale tra uomo e donna. Partecipava attivamente e ufficialmente al rito della pachamama nel 2019 nei giardini vaticani, con un mio confratello che danzava e si prostrava davanti alle statuette idolatriche. Sposava e sposa l’ideologia ecologista malthusiana, che sotto l’etichetta di “ecologia integrale”, e in nome di San Francesco, è ormai professata senza sosta in ogni tipo di riunioni, incontri, conferenze e attività pastorali. Dati questi presupposti, il mio Ordine non poteva non giungere all’assunzione totale della narrazione pandemica, al vaccino come salvezza e come atto d’amore, al quale i frati sono chiamati a sottoporsi in spirito di “obbedienza” e senza farsi troppe domande sulla sua liceità e moralità.

Alcuni frati che come me un tempo erano perplessi, hanno poi deciso di non prendere posizione con la scusa di “lottare da dentro”. Ricordo i loro sentimenti, spesso di grande abbattimento, e so benissimo come ci si sente in queste situazioni, quali sono i terribili rischi di prendere posizione in modo chiaro; spesso poi si fa molta fatica a rinunciare a una vita piuttosto comoda e rassicurante, soprattutto se non si è più giovanissimi. Mi dispiace tuttavia pensare a persone, che ricordo intelligenti e capaci, disposte a passare i loro giorni nella speranza che le cose cambino da sole, perdendo la grazia che il Signore concede a chi decide di lottare per la fede con tutte le sue forze; prego spesso per loro.

Vivo da due anni ospite della comunità tradizionale dei domenicani di Avrillè che mi ha accolto con grande carità cristiana, e oggi, nonostante lo desideri fortemente, non mi è possibile rientrare in un convento della mia Provincia religiosa così come mi chiedono i superiori francescani (che quattro mesi fa mi hanno abbreviato il tempo di permissione di vivere fuori da una casa dell’Ordine da tre a un anno, con la motivazione di “aiutarmi”); ciò infatti significherebbe tornare a collaborare con l’eresia, con l’errore e tradire la fede che ho ricevuto nel battesimo, mettendo così coscientemente in serio pericolo la salvezza eterna della mia anima.

Sottomettersi a queste autorità vorrebbe dire tornare a professare o almeno tacere sul modernismo e il liberalismo, eresie che la Chiesa ha sempre condannato, e che oggi vengono diffuse dalle stesse gerarchie; significherebbe condividere la linea di collaborazione con l’attuale tirannia in corso, vaccinandomi, spingendo gli altri a vaccinarsi, o magari chiedendo ai fedeli di mostrare un lasciapassare per partecipare a un evento religioso.

Impossibile per me oggi, soprattutto ora che ho avuto la grazia di prendere coscienza dei reali problemi che attanagliano la Chiesa e la società: non potrei vivere fingendo che tutto vada bene e agire come se fossimo in tempi normali. A tal riguardo faccio mie in tutto le parole di monsignor Viganò: “Comprendo bene quanto sia difficile, dinanzi alla perversione dell’autorità ecclesiastica, coniugare il Voto solenne di Obbedienza ai Superiori con l’evidenza degli scopi malvagi che essi perseguono; e quanto sia doloroso dover opporre la resistenza a coloro che dovrebbero esercitare l’autorità in nome di Nostro Signore. Nondimeno, ogni collaborazione costituirebbe una forma di complicità e di colpevole connivenza. L’obbedienza a Dio e la fedeltà alla Chiesa non possono essere legate ad un cieco servilismo verso chi si mostra nemico di entrambi: ‘Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini’, secondo le parole di san Pietro (At 5, 29). E questo vale tanto per i Religiosi quanto per i chierici secolari, il cui silenzio dinanzi alla dissoluzione del corpo ecclesiale non può durare oltre.” (Monsignor Carlo Maria Viganò, Comunicato in difesa delle comunità monastiche femminili di vita contemplativa, 2 ottobre 2021)

Continuo la mia vita da frate francescano nella Tradizione cattolica, sulla linea e sull’esempio di monsignor Lefebvre, “esemplare confessore della fede”, come afferma sempre monsignor Viganò: “Considero monsignor Lefebvre un esemplare Confessore della Fede e penso sia ormai evidente quanto la sua denuncia del Concilio e dell’apostasia modernista sia fondata e quanto mai attuale. Non va dimenticato che la persecuzione di cui mons. Lefebvre è stato oggetto da parte della Santa Sede e dell’episcopato mondiale è servita anzitutto come deterrente per i cattolici refrattari alla rivoluzione conciliare (C. M. Viganò, ibidem).

Per ora vivrò una vita piuttosto eremitica, con l’aiuto di persone e mezzi che la Provvidenza vorrà mettermi a disposizione. Sono molto grato a chi in questi anni ha lottato pubblicamente, infondendo coraggio intorno a sé: primo fra tutti il già citato monsignor Carlo Maria Viganò, ma anche tanti religiosi e laici che non si sono fatti scoraggiare dagli eventi e hanno conservato la fede, la vocazione e il buon senso (penso anche, in ambito sociale, alla forte e dignitosa protesta dei portuali di Trieste in questi giorni). Sono grato al buon Dio e alla Beata Vergine Maria per questo tempo di grazia, perché nonostante le enormi difficoltà e l’immenso dolore nel vedersi perseguitati dai propri amici, c’è la gioia di riscoprire la vera sostanza, la vera forza della nostra fede: ne vale la pena.

Spero vivamente che altri si facciano coraggio, tornino a professare la verità, a vivere nella vera carità, a difendere pubblicamente la fede dei nostri Padri, “attendendo – come diceva monsignor Marcel Lefebvre – che la vera luce della Tradizione dissipi le tenebre che oscurano il cielo della Roma eterna”. Così sia.

Il Signore vi dia pace.

Simone Saggiorato, frate minore

13 ottobre 2021, anniversario del miracolo del sole a Fatima

 

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