Dopo la lettera di fra Simone / Quando lo spirito del Sessantotto si impossessò dei seguaci di san Francesco

Qualche breve riflessione sulla crisi della vita religiosa a partire dalle note del beato Gabriele Maria Allegra

di Pietro D’Agostino 

Caro Aldo Maria,

sul suo Duc in altum si è affrontato recentemente il problema della decadenza della vita religiosa, e una lettera-testimonianza di fra Simone Saggiorato ci ha dato l’occasione di riflettere ancora su questo tema. Tutto ciò mi ha riportato alla mente un contributo letto da poco e che vale forse la pena portare all’attenzione dei lettori. Queste mie poche parole non si vogliono certo porre come chiosa alla lettera di fra’ Simone, che non ho avuto il piacere di conoscere e la cui avventura umana ed ecclesiale resta, così come le sue scelte, nel sacrario della sua coscienza. Tuttavia, la sua testimonianza, in qualche modo pubblica essendo apparsa in questa stessa sede, non deve lasciarci indifferenti, a meno di voler negare l’evidenza di una crisi disconoscendo la quale ci copriremmo, io credo, di ridicolo. E poiché chi scrive ha avuto modo di frequentare (da esterno, s’intende) varie realtà legate all’Ordine Serafico e alle sue ramificazioni, non si attribuisca tanto facilmente quanto segue ad una qualche antipatia per la Famiglia Poverella, alla quale va tutto il mio affetto.

La breve riflessione che ardisco proporre quest’oggi riguarda un altro figlio del Serafico Padre, elevato, come usa dire, all’onore degli altari: si tratta del Beato Gabriele Maria Allegra OFM (1907-1976), missionario e biblista spentosi ad Hong Kong poco più di quarant’anni fa e beatificato nel 2012 nella cattedrale di Acireale, città in cui egli era entrato, poco più che bambino, nel convento dei Frati Minori. Ma perché parlare di una tale figura, tutto sommato abbastanza oscura se confrontata con altri personaggi recentemente entrati nel catalogo dei beati e dei santi? E specialmente, quale il legame con la lettera-testimonianza di fra Simone?

Ebbene, un contributo del padre Allegra, cui accennavo in apertura, getta una luce piuttosto tagliente sulla realtà che fra Simone ha contribuito a mettere in evidenza nella sua testimonianza. Realtà che, a credere al padre Allegra, già alla metà degli anni Settanta mostrava dei segni che a lui debbono essere parsi inequivocabili, se li ha denunziati con evangelica parresia anche a costo di sembrare, secondo la vulgata espressione, un profeta di sventura. E questa sventura, che possiamo identificare nella crisi della vita religiosa, egli la vide da lontano con lo sguardo penetrante dei santi, capaci di cogliere, loro sì, e al di là delle ideologie, i tanto decantati “segni dei tempi”. Il contributo in questione consiste in una serie di annotazioni che il padre Allegra redasse nel maggio del 1973 su richiesta dell’allora Ministro provinciale di Sicilia fra Michelangelo Lipari, in partenza per il Capitolo Generale.

Le annotazioni in questione contengono le riflessioni del padre Allegra su un documento redatto nel gennaio dello stesso anno dalla Commissione De vocatione ordinis, riunita su ordine del Ministro Generale dell’Ordine Minoritico. Tale documento era intitolato Projet de Déclaration du Chapitre Général 1973 (Instrumentum Laboris): La vocation de l’Ordre aujourd’hui, e doveva servire da vademecum spirituale capace di guidare il rinnovamento giuridico dell’Ordine nell’ambito dell’accomodata renovatio auspicata dall’ultimo Concilio Ecumenico. Tali note furono poi pubblicate, in anni relativamente recenti, nella rivista Antonianum in un articolo del p. Stéphane Oppes OFM, dell’omonima università pontificia[1].

Ma qual era il parere del beato padre Allegra sui fermenti della renovatio in seno all’Ordine Minoritico? Pur avvertendo, da figlio obbediente della Chiesa, la necessità di un rinnovamento profondo, che confermasse sempre più i frati nell’obbedienza al Vangelo per mezzo della conversione, il beato insisteva (ripetiamolo, con estrema sincerità, da lui definita modesta franchezza) sulle perplessità che gli provocava il malcelato sessantottismo che animava molte delle proposte di rinnovamento. Lasciamo spazio ora a qualche citazione molto eloquente.

Parlando a proposito della maniera con cui il Projet presenta la vocazione francescana, scrive Allegra[2]:

Non se ne fa menzione, ma in pratica viene rigettata l’intuizione soprannaturale e profonda del Serafico Dottore S. Bonaventura, che nel movimento francescano, anzi più propriamente nell’Ordine dei Frati Minori, vedeva quasi la ripetizione del miracolo della Chiesa primitiva: il piccolo seme divenuto albero frondoso. Tale mancanza di senso storico si avverte nella ignoranza voluta della tradizione agiografica, dottrinale e giuridica dell’Ordine; desso, stante al Documento, è una Fraternità senza leggi precise e dettagliate, è un movimento e non un Ordine, in cui l’autorità ha l’unica incombenza di garantire il legame e l’unità dei Frati e la loro comunione con la Chiesa mediante contatti personali e mediante il dialogo tra i Frati stessi[3].

Soggiunge poi, qualche linea dopo:

[…] ho l’impressione che nel Documento sia entrata la terminologia classista o rivoluzionaria con le idee che tale terminologia comporta, e che i revisori hanno cercato, senza riuscirci sempre, di eliminare, di moderare e di incanalare nell’alveo della sana dottrina. Si leggano specialmente […] gli insoliti epiteti o le insolite frasi, escogitate per caratterizzare la vocazione francescana: “… la nostra vita comporta anche un significato politico… contestazione francescana… ridare alla Comunità cristiana (Chiesa) il suo volto di povera e di serva, che è anche il volto del suo Signore…”[4].

Il padre passa poi ad una critica puntuale ad altre espressioni che considera infelici (la formazione da biblista lo aveva certamente preparato a dare attenzione ad ogni singola parola):

[…] gli estensori del Documento ammettono una terminologia e accarezzano delle reticenze, che, sotto l’aspetto dottrinale, sono per lo meno ambigue. Così nella frase citata si mettono tanti altri titoli, che il NT dà alla Chiesa; nel § 10 si parla di “Vescovo di Roma”, quando S. Francesco vuoi nella 1a come nella 2a Regola parla del “Signor Papa”; la frase (§7) “S. Francesco soffriva la pesantezza e la potenza della Chiesa medievale”, non mi pare che risponda alla psicologia del Serafico Padre come è descritta nelle fonti primitive e quale appare dai suoi opuscoli; nel § 4 non capisco l’altra frase: “anche le illusioni sulla fede crollano”, e ancora “(la Fede) è una scoperta, un’accettazione graduale e viva della realtà di Dio e dell’uomo alla luce di Gesù Cristo”, frase che si può accettare senza dubbio, ma perché esprimere verità eterne e specialmente di tanta importanza, con una terminologia esistenzialista? “Fede è sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi”[5].

Riferendosi poi alle ipotesi ventilate dal Projet, secondo le quali si poteva immaginare una presenza dei Frati Minori nel mondo lavorativo, il perplesso padre Allegra si esprime così:

Mi si consenta pure di osservare come oggi scarseggi nella Chiesa il lavoro ministeriale: predicazione, istruzioni, confessione e in genere amministrazione dei sacramenti… per cui mi pare che restando Ordine clericale – come è stato per più di 750 anni – i Frati Minori, rendono alla Chiesa un servizio più vantaggioso, anzi un servizio necessario, direi: insostituibile. E forse si potrebbe aggiungere che il popolo cristiano non domanda ai figli di S. Francesco di imitare i “sacerdoti operai”, ma di restare quello che sono, o meglio dire, quello che dovrebbero essere: osservatori del Vangelo e predicatori del Vangelo[6].

Quanto alla struttura gerarchica e al governo dell’Ordine, questo il pensiero del Nostro:

Questo Documento e le nuove CC.GG. [Costituzioni Generali, NdR] riducono l’organizzazione dell’Ordine a un dialogo fra superiori e sudditi che assicuri il minimo di vita associata, cosa che manifesta, a mio avviso, una cognizione molto superficiale, sia della natura umana, sia della storia dell’Ordine, e soprattutto, flens dico, della natura dei voti religiosi, come il P. S. Francesco li comprese e li insegnò e li visse[7].

Poco oltre rincara la dose, aggiungendo una velata profezia che, fortunatamente per la Famiglia Poverella, non si è (ancora) realizzata, e che preghiamo non debba realizzarsi mai:

Finalmente io sono convinto che l’Ordine ha potuto attraversare la traiettoria di 750 anni laboriosamente, se non sempre gloriosamente, perché legato intimamente alla Sede di S. Pietro, al “Dominus Papa”; se lo Spirito del presente Documento e quello delle novelle CC.GG. dovesse definitivamente prevalere, io temo che l’Ordine sia destinato all’estinzione.

Mi piace concludere questa carrellata di citazioni del beato con una sua ulteriore stoccata contro il penchant esistenzialista dello spirito che animava il Documento. Sarò io che sbaglio, ma quello che era un penchant nel 1973 mi pare diventato l’unica griglia ideale (ideologica?) su cui poggia ad oggi qualsiasi annuncio della fede cattolica, con i rischi che una prospettiva solamente o preponderantemente esistenzialistica comporta:

Il Documento possiede una forza fascinatrice per le orecchie dei moderni, e specialmente dei giovani lettori, abituati a leggere opere impregnate dell’attuale esistenzialismo, ma se lo si vaglia alla luce della fede, del carisma dell’Ordine, quale ci si manifesta secondo la storia, della “intentio Regulae” del P. S. Francesco, esso ci appare rischioso e forse, anche pericoloso. Come pericolosa è quell’altra mezza verità (§ 14) per cui si esortano i frati a non “fare proselitismo sia pure religioso”. Ma allora come si spiega la gioia del Serafico Padre, che alla notizia del martirio dei suoi primi cinque Frati nel Marocco, esclamò: adesso posso dire di avere cinque veri Frati Minori. E non ci dice nulla la vocazione di S. Antonio?

Mentre scrivo, o meglio trascrivo, mi sovviene anche un episodio della vita dell’ultimo Padre Pio. Il santo del Gargano, si vera sunt quae referuntur, a proposito dei giovani aspiranti cappuccini aggiornati che facevano i capricci di fronte alla tonsura e ai piedi scalzi, pare abbia detto: Cacciateli immediatamente. Ecché? Sono forse loro a fare un piacere a San Francesco?

Che cosa dicono queste testimonianze a noi figli della Chiesa, ormai prossimi a varcare il primo quarto del secolo XXI? Chiedo e mi chiedo: che sia ancora utile intonare tutti insieme l’ormai trito e ritrito va tutto bene madama la marchesa, oppure, tanto per essere un po’ trasgressivi, possiamo osare chiederci cos’è andato storto negli ultimi sessant’anni? E a chi risponderà che la crisi della vita religiosa si spiega in termini esclusivamente sociologici (famiglie meno numerose, presenza di altre alternative lavorative soddisfacenti, secolarizzazione…), consigliamo appunto di considerare le parole di un religioso, non certo infallibile ma almeno beatificato, che può forse darci il coraggio di smettere la commedia e di rivedere il copione.

Lovanio, 16 ottobre 2021, Memoria di sant’Edvige e di santa Margherita Maria Alacoque

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[1] Vedi S. Oppes, Note di fra Gabriele Allegra al progetto di Dichiarazione del Capitolo Generale del 1973 La vocazione dell’ordine oggi, in Antonianum 84 (2009), p. 515-529. A tale articolo ho attinto liberamente. Si rimanda ad una sua lettura integrale per una maggiore conoscenza della questione.

[2] Le sottolineature sono mie.

[3] Vedi S. Oppes, Note, p. 525.

[4] Vedi ibid.

[5] Vedi op. cit., p. 525-526.

[6] Vedi op. cit., p. 526.

[7] Vedi op. cit., p. 526-527.

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