Siamo tutti meno liberi. Green pass e controllo sociale: il nuovo dispotismo

di Claudia Benatti

Siamo tutti meno liberi. È certamente un’affermazione impegnativa, ma descrive una realtà. L’Italia del lasciapassare Covid obbligatorio per tutto, persino per lavorare, è un paese in cui i decisori politici hanno di fatto subordinato diritti e libertà fondamentali al possesso di un certificato rilasciato solo a chi risponde a determinati criteri. Che oggi sono quelli che conosciamo, ma che domani potrebbero cambiare, a discrezione di chi li ha introdotti finora, oppure di altri che si troveranno al loro posto.

Dunque, siamo tutti meno liberi: sia chi possiede il green pass, perché di fatto vede diritti e libertà subordinati all’esibizione di un certificato “a tempo”, sia chi non lo possiede, perché si vede negare tout court diritti e libertà.

Negli ultimi mesi si è andata levando con più decisione la protesta, dapprima di una parte dei sanitari (per i quali vige l’obbligo di vaccinazione), poi dei docenti universitari e non, degli studenti, di un certo numero di esponenti delle forze dell’ordine e della magistratura, fino a una fetta di popolazione eterogenea proveniente da ogni ambito del lavoro, benché i sindacati maggiori si siano invece dichiarati favorevoli alla misura introdotta.

Entriamo ora meglio in questa riflessione, condividendo le analisi di intellettuali e giuristi che propongono elementi utili, dando spazio e cittadinanza al pensiero critico. L’auspicio è che presto si possa recuperare una unità sociale intorno al tema dei diritti e delle libertà fondamentali, del rispetto della proporzione e della ragionevolezza, e soprattutto del rispetto della persona, delle persone e delle loro scelte.

La paura e il linguaggio

«Nel mondo globalizzato e iperconnesso attuale non serve più un’invasione militare per controllare un popolo, piuttosto è indispensabile (o, se preferite, sufficiente) avere il controllo dei mass media che creano quella che sarà la sua realtà percepita» scrive Gandolfo Dominici (1) professore associato di economia e gestione delle imprese all’Università di Palermo e che si oppone al green pass. «La paura si genera costruendo, tramite la comunicazione (…) un nemico da temere e contro il quale bisogna obbedire per combatterlo. Questo nemico può essere un paese avversario, una organizzazione terroristica, una minoranza, una etnia, un virus, oppure più semplicemente chi non segua i comandamenti del governo».

«Negli ultimi due anni abbiamo visto come, tramite i media, è avvenuta la prima guerra di manipolazione di massa della storia» prosegue il docente. «La libertà, da diritto inviolabile, è divenuta “vizio” se non addirittura “psico-reato” orwelliano. Frasi del tipo “non si possono consentire pericolose libertà!” sono divenute frequenti su tutti i media».

«Il bombardamento mediatico ha reso possibile il cambiamento del linguaggio. (…) Cambiando il linguaggio cambia anche il pensiero e si stabiliscono i confini tra ciò su cui è consentito dibattere e ciò che è “blasfemo”. (…) È oggi chiaramente ravvisabile l’utilizzo dell’inversione semantica in frasi di quasi tutti i politici e dei molti araldi del regime, del tipo: “l’obbligo è libertà” o “chiudiamo oggi per riaprire domani”. (…) I bollettini di contagio continui fanno parte della creazione della paura; mediante tale costruzione mediatica (che diviene realtà), vediamo, ad esempio, che gli asintomatici si trasformano in “casi”. (…) Un’altra tecnica, tipica del totalitarismo, è la demonizzazione e disumanizzazione del nemico. Persone con cui prima condividevamo la vita quotidiana ci vorrebbero morti con frasi del tipo: “spero che chi non si vaccina finisca intubato!” oppure “chi non rispetta le regole del governo deve essere escluso dalla società e dai servizi!”. Il nemico può cambiare a seconda delle esigenze del regime che controlla la narrazione: si è passati dunque dai runner untori ai novax criminali».

“Diritti” condizionati

«Il lasciapassareconcedequelli che un tempo erano diritti fondamentali inviolabili e inalienabili e il pieno diritto di cittadinanza solo a chi ottempera a determinati ordini decisi dal governo, relegando gli altri al ruolo di devianti che, in quanto tali, sono da considerarsi reietti e pericolosi» prosegue Dominici.

«Oggi è il vaccino, domani sarà il ranking sul comportamento green, poi magari servirà perché il cittadino possa avere accesso al voto o potrà essere revocato per un ritardo nel pagamento delle imposte. In altre parole, potrà essere utilizzato per qualunque altra azione il governo vorrà imporre ai sudditi, che solo tramite l’obbedienza assurgono al rango di cittadini».

«È stato ormai sdoganato il principio che la libertà non è più un diritto innato e inviolabile di tutti, ma che, insieme ad altri diritti, debba essere concessa previo ottenimento di un certificato digitale di obbedienza al governo».

Veloce e facile

«Ha colpito la disinvoltura con cui il governo ha sospeso alcune libertà costituzionalmente garantite e la corrispondente naturalezza con cui l’opinione pubblica ne ha accettato la sospensione, manifestando piena disponibilità e mostrandosi collaborativa» è la disarmante impressione espressa da Aldo Maria Valli, giornalista, saggista e autore del libro Virus e Leviatano (Liberilibri Editrice).

«Come mai la sospensione di alcuni diritti di libertà, delle garanzie costituzionali e delle prerogative parlamentari ha potuto essere decretata e applicata con tanta facilità?» si chiede Valli. «Se qualcuno riuscisse a trasformare la situazione d’emergenza nella normalità, che cosa avverrebbe? Perché è stato così facile passare rapidamente dalla democrazia a una forma di democratura, un sistema nel quale le sembianze sono ancora democratiche ma il potere è di fatto autoritario? E se, in presenza di un pericolo, il passaggio si rivela tanto agevole, chi può assicurarci che, in futuro, il pericolo non possa essere creato di proposito, proprio per consentire la sospensione delle garanzie costituzionali e dei diritti di libertà? Esiste il rischio che lo stato di emergenza possa essere in qualche maniera istituzionalizzato? Il sistema democratico liberale ha in sé le risorse per rispondere a esso o è fatale che, in caso di choc, debba snaturarsi cedendo il passo all’autoritarismo?».

«Che sia stata una forma di dispotismo risulta abbastanza lampante. Le funzioni di governo sono state concentrate nelle mani di un ristretto gruppo di persone e l’autorità è stata esercitata in modo tale da azzerare le garanzie costituzionali e i diritti di libertà» scrive ancora Valli. «Ma è stato un dispotismo condiviso perché i cittadini, anziché protestare con forza contro la soppressione delle libertà, o quanto meno porre qualche domanda e manifestare qualche dubbio, sono apparsi del tutto allineati e, anzi, desiderosi di essere governati proprio in questo modo, lasciandosi trasformare in poco tempo da cittadini in sudditi».

E ancora: «Il dogmatismo (…) è riapparso sotto forma di intransigenza medico-scientifica. Il medico (in particolare il virologo) ha assunto il ruolo di sacerdote e la medicina si è incaricata di incarnare una speranza di natura misticheggiante».

Conformismo vs libertà

Valli non manca di sottolineare che, in un tale contesto, oltre alla debolezza della politica è emersa anche la «debolezza antropologica dell’uomo contemporaneo, homo timorosus che pretende di poter evitare la dimensione del pericolo connessa con la vita stessa ed è perfino disposto, per tutelarsi, a sottomettersi cedendo in tutto o in parte la propria libertà».

«Privare l’uomo del senso della verità (prima di tutto circa se stesso e la propria natura), pretendere di ridurlo a un animale da laboratorio, trasformarlo da fine a mezzo, intrappolarlo entro un sistema riduzionista, costringerlo ad adorare un totem innalzato a uso ideologico, mortificare la libertà individuale e solleticare la psicologia della folla, illuderlo che in un valore trasformato in assoluto (nel caso nostro, la salute) possa essere racchiuso il segreto della felicità, renderlo prigioniero di una narrativa dominante, emarginare i diversamente pensanti, criminalizzare gli oppositori: che cos’è tutto questo? La definirei una fusione tra materialismo e superstizione».

E Valli richiama anche il concetto, introdotto dal filosofo Günther Anders, di “monologo collettivo”, «che contraddistingue il parlare odierno: è la forma d’espressione della società conformista al suo grado massimo, quando il conformismo non è più avvertito come tale ma anzi passa per grande senso di responsabilità. Il che rende legittima l’osservazione del filosofo quando scrive che “noi siamo doppiamente non liberi” perché “defraudati persino della libertà di soffrire della nostra illibertà”».

Pur sottolineando che «nessuno contesta l’importanza dei numeri», Valli afferma però che «il passaggio dall’oggettività del numero alla sacralità delle cifre è avvenuto facendo leva sulla paura». E «la nostra cultura secolarizzata, abbandonata la ratio», si è messa «a ragionare e a valutare in termini di colpa e di castigo. Per cui il virus non è più, semplicemente, un problema da affrontare in modo pragmatico, ma è espressione di colpa morale. Se non credi ai dati del Comitato tecnico-scientifico, sei nel peccato. Se non ti assoggetti acriticamente alle direttive del dispotismo condiviso, statalista e terapeutico sei uno scomunicato, non meritevole di far parte della comunità. Se non prendi per buona la narrativa imposta dai mass media (le nostre sacre scritture), contro di te sia anatema!». E «la condivisione del dispotismo è vissuta come azione catartica. Chi sente di vivere un processo di purificazione diventa intollerante: colui che non si adegua non merita rispetto. Va solo estromesso. Scomunicato, appunto. A questo punto occorre interrogarsi sul perché la libertà sia stata scambiata così facilmente per egoismo e irresponsabilità. Se ciò è accaduto, è perché da molto tempo nessuno insegna la libertà. Se n’è perso perfino il gusto. In essa vediamo solo il pericolo e non riusciamo più a considerarla come risorsa e valore».

Quando e come ne usciremo? E ne usciremo mai? «Credo che accrescere la consapevolezza dei problemi sia una buona base da cui partire» dice Valli. «L’infiacchimento del Paese determinato dal dispotismo statalista, con il conseguente deficit di spirito civico e amore per la libertà, va combattuto sul terreno culturale prima ancora che politico. Aprirsi a un confronto serio, evitando i nuovi dogmatismi del politicamente corretto e abituandosi alla disputa onesta, è la strada da seguire anche in termini educativi. Vedo una situazione difficilissima. L’autoritarismo in veste paternalistica è particolarmente insidioso. Se a tutto ciò aggiungiamo le nuove tecnologie, che permettono forme di controllo sempre più invasive, è facile rendersi conto che andiamo verso un dispotismo di fatto».

Scegliere di scegliere

Marco Villoresi, docente di italianistica all’Università di Firenze, come spiega, ha «scelto di scegliere», di non avvalersi del green pass ed è stato sospeso dall’insegnamento. Le motivazioni che lo hanno indotto alla scelta, come spiega nella lettera aperta che ha scritto ai suoi studenti, sono «di ordine politico, ideologico, giuridico, costituzionale, razionale, scientifico, sanitario, etico, psicologico e persino psichiatrico» scrive. E aggiunge: «E magari motivazioni che riguardano la stessa Università, ovvero se oggi l’Università sia ancora abitata da un disinibito e indipendente spirito critico, se viva ancora di fertili controversie o si mortifichi in uno sterile conformismo, se promuova il rischio dinamico della creatività e della complessità o prediliga la statica sicurezza del protocollo e della profilazione seriale. Infine, e soprattutto, se l’università possa dirsi, oggi, spazio libero, aperto e inclusivo».

Villoresi definisce la sua scelta «un atto psico-fisico di necessità, la resistenza individuale, privata e obbligata di chi sa di perdere molto, se non tutto, ma intende, insieme alla sua libertà, conservare il rispetto di sé». «Chi mi conosce sa bene che il dispiacere più grande sarà la perdita dell’energizzante contatto con gli studenti» scrive ancora Villoresi; «quel salutare assembramento e contagio di intelligenze, di progetti e di corpi che resta la cosa più bella e importante, la cosa più vitale, del nostro mestiere». E prosegue riaffermando la propria «libertà di pensare e definire tutto questo un abominio».

Non solo green pass?

Ma il governo ventila passi ulteriori, che vanno anche al di là del green pass. Parla per esempio di obbligo vaccinale per tutta la popolazione.

Chiedersi se ciò sia possibile è forse porsi la domanda sbagliata. Come abbiamo visto, tutto (o quasi) può diventare possibile. Piuttosto chiediamoci se sia plausibile, accettabile.

Il professor Alessandro Mangia, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si è espresso con un’analisi giuridica sul tema(2), soffermandosi anche su un concetto importante: «La ‘scienza’ di cui si è parlato fin troppo negli ultimi mesi è, in realtà, un sapere settoriale, caratterizzato da un suo specifico statuto metodologico, la cui applicazione produce risultati diffusi all’interno di una comunità di riferimento. E non altro. Men che meno può essere oggetto di ‘fede’.  Si tratta di una precisazione sgradevole, ma necessaria, che tocca fare per riportare, almeno fra i giuristi, il discorso sui binari che gli sarebbero dovuti essere propri fin dall’inizio. E mondarlo da connotazioni (precomprensioni) inquinanti. La fede riguarda, o in un mondo normale dovrebbe riguardare, qualcos’altro che, comunque la si metta, esula (o trascende) il discorso razionale.  Sicché, se collocata nel mondo del diritto, l’espressione ‘fede nella scienza’ rappresenta un ossimoro. O, al massimo, nel campo delle scienze psicologiche, un ottimo esempio di dissonanza cognitiva».

Mangia menziona quanto affermato dalla Corte costituzionale, secondo cui «in materia sanitaria, l’attività del legislatore è condizionata dalle risultanze tecnico-scientifiche. E cioè dal sapere di settore». E commenta che «si tratta di una particolarità che non si riscontra in altre aree dell’ordinamento, dove pure i saperi settoriali giocano un ruolo fondamentale. E che, in linea teorica, potrebbe sollevare diversi interrogativi, visto che questa acquisizione, ormai consolidata, non trova appiglio in alcuna disposizione presente nel testo della Costituzione del 1948. Semmai, come vedremo, in Costituzione si trova altro».

Il giurista, in questa analisi pubblicata sulla rivista italiana dei costituzionalisti, introduce poi elementi molto precisi per comprendere i differenti livelli di autorizzazione rilasciati dalle autorità europee e italiane, ribadendo che al momento quella rilasciata per i vaccini Covid da Ema (l’agenzia europea per i farmaci) è un’autorizzazione condizionata che consente di immettere sul mercato il vaccino ma che è soggetta «a una serie di adempimenti successivi imposti dall’autorità tecnica all’impresa farmaceutica volte a ovviare alla parzialità dei dati. (…) È questa la ragione per cui le autorizzazioni condizionate sono in realtà autorizzazioni
provvisorie».

I dati parziali e l’obbligo

Mangia, riferendosi ai quattro «vaccini/terapie Covid» fa anche presente che le fasi di sviluppo dei prodotti «sono state soggette a uno svolgimento in parallelo e non in sequenza come normalmente avviene. Più precisamente si sono realizzate attraverso una sovrapposizione parziale di fasi che va sotto il nome di partial overlap, e che prevede l’avvio della fase successiva a poca distanza dall’avvio della fase precedente». Ma «ciò che si guadagna in celerità viene inevitabilmente pagato in termini di certezza e stabilità degli accertamenti così prodotti». Tutto ciò «non è privo di conseguenze sulla questione degli obblighi vaccinali, se è vero, come è vero, che il legislatore è condizionato, in materia sanitaria, dalle acquisizioni medico-scientifiche». Rimandando naturalmente, per la completezza dell’analisi, all’intervento integrale del professor Mangia, qui riportiamo lo sviluppo della constatazione giuridica, secondo cui, stante che «il rischio vaccinale è ineliminabile», è giusto, però, che sia limitato e accettabile. «Nel momento in cui questo rischio non fosse accertato quanto a intensità e probabilità, l’obbligo vaccinale rischierebbe di risolversi in qualcosa di diverso: e cioè nell’imposizione con legge (o decreto legge) di un rischio non pienamente accertato da un punto di vista statistico quanto alla misura del danno, e alla ripartizione del rischio di danno fra i destinatari di quell’obbligo» spiega il docente.

«In questa situazione di inevitabile incompletezza e instabilità degli accertamenti tecnici che dovrebbero stare alla base dell’introduzione di un obbligo vaccinale, sembra insomma difficile convenire con la tesi, davvero semplicistica, che basterebbe una legge per l’introduzione dell’obbligo vaccinale». Il rischio non misurabile «non può essere imposto e fatto sopportare in forma coattiva senza violare il principio, imposto dalla giurisprudenza costituzionale, che pone le risultanze tecnico scientifiche come base di legittimazione dell’intervento dei pubblici poteri in materia sanitaria. E ciò perché a medio e lungo termine le risultanze scientifiche non ci sono perché non ci possono essere. Sicché il vizio di legittimazione si converte direttamente in vizio
di legittimità».

«Non solo, ma l’invocazione ricorrente all’interesse della collettività è quantomeno fuorviante. Dell’interesse di quale collettività si sta parlando, quando si dice che le vaccinazioni obbligatorie anti-Covid possono essere introdotte a tutela dell’interesse collettivo? (…). Quando si ha a che fare con accertamenti parziali e provvisori, per definizione carenti di valutazione nel tempo, come è il caso degli accertamenti che stanno alla base delle  autorizzazioni condizionate, ci si deve chiedere quale possa essere il profilo di rischio di un obbligo vaccinale a medio e lungo termine. E cioè, per capirci, quali possano essere gli effetti che la somministrazione coattiva può indurre nella collettività nel giro di 5, e poi di 10 anni: ciò che appunto si intende per valutazione a medio e lungo termine».

«Siamo sicuri che la collettività da tutelare sia solo quella dell’estate/autunno 2021? O, imponendo quest’obbligo, dobbiamo pensare anche alla collettività del 2026? E magari, oltre a questa, anche a quella del 2031? (…) Se è vero che in materia sanitaria il legislatore può muoversi solo sulla base di accertamenti tecnico scientifici, fondati su evidenze empiriche, bisogna riconoscere che in natura non è possibile avere oggi evidenze empiriche sugli effetti a medio e lungo termine».

«Questa impossibilità in rerum natura di compiere valutazioni di medio e lungo termine però non è priva di conseguenze. Si traduce in un limite strutturale degli accertamenti tecnici di settore: limite che, se superato, peserebbe in modo insuperabile sulla legittimità di una eventuale legge (e tanto più su un decreto legge) che disponesse un obbligo di vaccinazione».

Il rispetto della persona umana

«Ma non c’è solo il limite (interno) degli accertamenti tecnici da tenere in considerazione a proposito di una legge introduttiva di un obbligo vaccinale» scrive ancora Mangia. «Nell’articolo 32 della Costituzione c’è anche dell’altro: ed è quella parte che ci ricorda che, anche se opera con legge, il legislatore “non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Non si tratta di un rilievo estemporaneo, né del richiamo a un qualche generico valore da bilanciare in nome di proporzionalità e ragionevolezza. Si tratta invece, di una esplicita norma di divieto che non può essere bilanciata, proprio perché la sua funzione è quella di perimetrare i confini, entro cui possono svolgersi i bilanciamenti tra diritto individuale e interesse della collettività». Il rispetto della persona umana segna dunque «il confine entro il quale deve muoversi la discrezionalità del legislatore. E che non può essere valicato, essendo tale limite facilmente riconducibile al nucleo duro, incomprimibile, e caratterizzante l’ordinamento costituzionale, a più riprese delineato dalla giurisprudenza costituzionale. E che non può essere superato attraverso un generico rinvio alla salus rei publicae».

Mangia parla poi, in merito alla vaccinazione, della «irreversibilità degli effetti del trattamento». «In questo caso, la disponibilità del corpo, tradizionalmente protetta dalla garanzia dell’habeas corpus, che è il cuore dell’articolo 13 della Costituzione, e dovrebbe esserlo anche del sistema delle libertà previste in Costituzione, sarebbe già stata violata in modo irreversibile. Né una eventuale legge di sanatoria potrebbe produrre alcun effetto sul piano della realtà, cioè sul corpo dei vaccinati».
«Il che ci conduce direttamente all’ultimo punto da esaminare. Che è quello relativo all’idoneità del decreto legge ad introdurre obblighi vaccinali dagli effetti potenzialmente irreversibili. Il decreto legge è per definizione una fonte instabile, per quanto provvista della stessa efficacia formale della legge». Se impiegato, spiega Mangia, «per introdurre un obbligo vaccinale sulla base di accertamenti parziali e provvisori, ma suscettibili di produrre effetti irreversibili sul corpo delle persone, costituirebbe (costituisce?) una anomalia giuridica mai vista prima. Che sommerebbe provvisorietà a provvisorietà; e irreversibilità a irreversibilità».

Ma, come si è visto, la realtà può superare la teoria, e questo semplicemente «sulla base della vecchia, disarmante formula, per cui souverän ist, wer über den Ausnahmezustand entscheidet, e cioè chi decide lo stato di emergenza è sovrano». Formula «misteriosa in tempi di normalità, ma che diventa chiarissima in tempi di crisi».

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1) www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_genesi_del_draghistan_come_la_comunicazione_crea_un_regime_totalitario/39602_43131/

2) www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/3_2021_21_Mangia.pdf

Fonte: Terra Nuova, n. 376, novembre 2021

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