Bergoglio e la liturgia / Un’altra risposta a The Wanderer

Cari amici di Duc in altum, dopo quella del lettore Fabio Battiston, propongo un’altra risposta all’articolo di The Wanderer sul rapporto tra Francesco e la liturgia.

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di Antonio Polazzo

Caro Aldo Maria Valli, leggo su Duc in altum la traduzione dell’articolo di The Wanderer sul rapporto che, secondo il sito argentino, correrebbe tra Bergoglio e liturgia tradizionale e sulla strategia che i tradizionalisti dovrebbero adottare sulla questione della messa.

Penso che The Wanderer sia completamente fuori strada.

Per la verità, non capisco esattamente cosa voglia dire descrivendo Bergoglio come “disinteressato” o “indifferente” rispetto al cosiddetto vetus ordo (che è per me l’unica messa della Chiesa cattolica). Da un lato, così facendo, sembra quasi volergli muovere un rimprovero ancor più duro di quello che gli rivolgerebbe raffigurandolo come nemico di quel rito. L’indifferenza, infatti, si sa, è per certi versi la forma più genuina del disprezzo. Ma se il fine fosse questo anche Benedetto XVI (al quale mi pare che The Wanderer non avanzi aspre censure) si ritroverebbe in qualche modo coinvolto nella critica, dato che anch’egli, in un certo senso, fu “disinteressato” o “indifferente” rispetto al vetus ordo, che aveva “riabilitato” per collocarlo sullo stesso piano del novus (celebrate come volete, un rito vale l’altro) [1]. D’altro lato, l’insistenza di The Wanderer sul “disinteresse” liturgico di Bergoglio potrebbe essere semplicemente un modo per dare sostegno alla linea della Fraternità sacerdotale san Pietro che, per il tradizionalista argentino, avrebbe ottenuto l’esenzione dai fulmini di Traditionis custodes facendo leva, con approccio “umile e sincero”, proprio sulla presunta “non inimicizia” di Francesco verso il vetus ordo.

Un proposito, ovviamente, non esclude l’altro. Entrambi, tuttavia, sembrano non prendere in considerazione la cosa fondamentale, che non ha niente a che fare con la personale sensibilità di Bergoglio per le cose liturgiche. E cioè che certamente Bergoglio è interessatissimo a eliminare la messa dal mondo. Non può esserci dubbio su questo. Poco importa che, talvolta, egli ritenga opportuno o si veda costretto da circostanze contingenti a fare un passo indietro dopo averne fatti due o quattro in avanti [2]. Poco importa, perché purtroppo la scelta di campo, da parte sua, è stata fatta ed è chiarissima.

Ora, i fedeli persuasi di questa cosa si pongono il problema di come perpetuare la messa. Non si tratta del rispetto del diritto di preferire un rito invece di un altro sul presupposto di accettarli entrambi. Questo è l’oggetto di un’altra – per me incomprensibile – battaglia. Si tratta della sopravvivenza stessa della messa, che è come dire della fede. Il “nuovo” rito è nato per sostituire il “vecchio” e Traditionis custodes va indubitabilmente e apertamente in questa direzione [3].

Personalmente, non voglio credere che i sacerdoti della Fssp non facciano quello che fanno se non, essenzialmente, con la buona intenzione di perpetuare la messa. Ma non riesco neanche a pensare che, nella catastrofica situazione in cui versa la Chiesa ormai da decenni, sia “strategicamente efficace” l’approccio consistente nell’elemosinare presso Bergoglio qualche spazio di libertà. Una libertà non autentica e comunque avvelenata, se non altro perché concessa alla precisa condizione di dare il proprio pieno consenso alla rivoluzione.

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[1] Una “riabilitazione”, quella attuata da Benedetto XVI col motu proprio Summorum Pontificum, che, con tutto l’“interesse” del suo autore per la liturgia tradizionale, a mio modo di vedere fu di gran lunga più insidiosa per il tradizionalismo rispetto a Traditionis custodes: essa mosse a giubilo gli ambienti Ecclesia Dei, ai quali furono spalancate le porte dell’errore di credere di poter tenere in vita la messa dentro il modernismo (per usufruire dei suoi benefici occorre accettare il Vaticano II e la  messa di Paolo VI), mentre evocava l’idea carissima a modernisti e massoni secondo cui le religioni sono tutte vere e quindi sono tutte false

[2] A questo proposito non mi sembra impertinente osservare che sarebbe bastata una riga, da parte di Traditionis custodes, per esentare dalle sue previsioni la Fssp, la quale non poteva non essere nei pensieri di Bergoglio nel momento in cui egli approvava il provvedimento.

[3]  Non trovo neanche una virgola negli episodi citati da The Wanderer che possa spendersi contro questa realtà e contro l’aperto progressismo, anche in materia liturgica, di Bergoglio. Tutta la ricostruzione di The Wanderer mi pare del resto efficacemente demolita da recenti parole di Bergoglio sulla liturgia tradizionale: “[…] vorrei sottolineare il pericolo, la tentazione del formalismo liturgico: andare dietro a forme, alle formalità più che alla realtà, come oggi vediamo in quei movimenti che cercano un po’ di andare indietro e negano proprio il Concilio Vaticano II. Allora la celebrazione è recitazione, è una cosa senza vita, senza gioia”; “Usare la liturgia: questo è il dramma che stiamo vivendo in gruppi ecclesiali che si allontanano dalla Chiesa, mettono in questione il Concilio, l’autorità dei vescovi…, per conservare la tradizione. E si usa la liturgia, per questo” (cfr. discorso del 7 maggio 2022 al Pontificio istituto liturgico sant’Anselmo).

 

 

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