Santi e animali / Santa Gertrude di Nivelles e i gatti

di Michela Di Mieri

Figlia più giovane di Pipino di Landen, maggiordomo di Austrasia, Gertrude nasce nel 626. Chiamata Vergine Santa negli Annales Xantenses, dopo aver rifiutato le nozze con Dagoberto II, re di Austrasia, si ritirò nel monastero di Nivelles, nel Brabante, fondato dalla madre Itta, del quale divenne badessa. Sotto la sua guida, il monastero conobbe un grande sviluppo, divenendo uno dei centri culturali e di ospitalità per Pellegrini più importante di tutte le Gallie. Colta e raffinata, si fece promotrice della diffusione della dottrina cristiana, forte di una conoscenza approfondita e appassionata delle Sacre Scritture, e si dedicò allo studio dell’iconografia. Consunta dall’impegno indefesso, nell’amministrare il monastero e dalla fatica di numerose sveglie e digiuni, a soli 32 anni si ammalò gravemente. Pur malata, la sua preoccupazione principale rimaneva sempre la vita del monastero, di cui affidò la gestione amministrativa alla nipote Suor Vulfetrude, figlia del fratello Grimoaldo, divenuto maggiordomo invece del defunto Pipino. Morì a 33 anni, del 664. Il giorno precedente, scrisse al monaco irlandese suo collaboratore  , informandolo sant’Ultiano che sarebbe morta il giorno successivo, rassicurandolo con queste parole: ” Morirò  domani durante la Santa Messa,  ma sarò accolta da san Patrizio in cielo, con grande gioia “. Patrona dei gatti, che trattò con molto amore, dei giardinieri, dei Pellegrini e viaggiatori, dei campi e giardini dalle infestazione dei topi, usò l’autorità del suo lignaggio per costringere alla pace le famiglie nobili in perenne fai da tra loro. Da ciò, nacquero e si diffusero nell’Europa francofona alcune usanze, tra le quali bere un ultimo bicchiere di vino prima di mettersi in viaggio, invocando la protezione della santa, o brindare alla stipula di un accordo di pace con il vino della Mosella, chiamato “filtro di santa Gertrude”.

***
Suor Gertrude si passò un braccio sulla fronte imperlata di sudore e si sgranchì la schiena, già irrigidita per la lunga permanenza in posizione piegata a forza di estirpare erbacce.
Approfittando della pausa, si pose ad osservare il suo lavoro, e, sì, c’era davvero di che esserne soddisfatta. L’orto del monastero era rigoglioso di ogni ortaggio che il Buon Dio avesse concesso alle latitudini della Gallia settentrionale e prometteva di contribuire generosamente al fabbisogno di cibo e allo sviluppo della nutrita comunità monastica maschile e femminile di cui lei era badessa. Anche il giardino che si apriva tutto intorno lussureggiava di fiori variopinti e profumati, piante rampicanti che impreziosivano muri e colonne, alberi da frutto e rovi appesantiti dalle more e altre bacche di bosco.
Tra le primissime decisioni che la neo eletta badessa aveva risolutamente preso, c’era quella di rimettere in sesto l’orto e il giardino del monastero, che, negletti da troppe stagioni, avevano quasi del tutto smesso di fornire i loro frutti.
Perciò, la solerte novella badessa, lasciati gli studi dell’iconografia cristiana e delle Sacre Scritture, che costituivano la sua principale occupazione per la cui approfondita conoscenza era famosa, aveva trascorso buona parte dell’ultimo anno nell’improba fatica quotidiana, aiutata da qualche consorella particolarmenteuii vigorosa o esperta di agricoltura, con zappa e vanga in mano, adesso dare, arare, seminare, estirpare, pulire, concimare.
Lei, dalle mani delicate e morbide di chi ha la ventura di nascere in una delle più nobili famiglie dell’intera Gallia, destinata ad utilizzarle in ben altre e meno umili attività, aveva visto formarsi calli e vesciche sulle sue dita rosee, e i palmi formare bozzoli di carne dura e compatta, necessaria affinché il duro bastone non facesse troppo male. Ma era fatica da farsi, assolutamente, inevitabilmente. Perché il monastero viveva del suo lavoro, si sostentava di ciò che riusciva a produrre al suo interno, e le bocche da sfamare crescevano di mese in mese, tra cui molte giovani e bisognose di nutrimento.
Innanzitutto, era necessario occuparsi dell’orto; e poi anche del giardino, con i frutti e i fiori, che erano altrettanto importanti, principalmente per via di quella loro peculiare capacità di rendere accogliente anche l’ambiente più disadorno e vetro, con la loro odorosa presenza e delicata bellezza, che è il carattere fondamentale di Dio, e dunque mezzo che ci ricorda di Lui. Ma poi, fiori significano api, e api significano miele, che non solo si mangia, ma si vende, e si dona ai poveri, e si mette in dispensa per le annate di carestie.
Quella sera Gertrude se ne andò a letto stanca e completamente felice, ringraziando il Buon Dio per tutti i frutti che avrebbero presto raccolto e dormì profondamente, sognando le casse di ortaggi e i barattoli di miele da vendere al mercato.
Sogni che erano destinati a durare il tempo di una breve, singola notte.
La mattina seguente, dopo la fine della prima Messa conventuale, Suor Vulfetrude, invece di limitarsi a salutare con un composto cenno del capo la badessa, al modo usuale dei religiosi, si mise a fissare Gertrude negli occhi, che nel suo sguardo lesse una preoccupata impellenza impossibile da ignorare.
La giovane suora era la nipote di Gertrude, figlia di suo fratello Grimoaldo, che aveva preso il posto del padre defunto come maggiordomo al palazzo di quel Dagoberto d’Austrasia, che l’ aveva chiesta in moglie tanti anni prima.
Era evidentemente scritto che Dagoberto vedesse disatteso il suo tentativo di sventare una presa di potere da parte dei suoi maggiordomi attraverso un’alleanza sancita da un matrimonio con le eredi di Pipino. Infatti, Vulfetrude rifiutò le regali nozze adducendo la medesima motivazione della zia: anche lei si era già promessa a Cristo Signore già dall’età di dieci anni. Immaginabile il disappunto del sovrano, che però nulla poteva, anche perché la bella fanciulla era già entrata nel monastero di Nivelles, fondato dalla nonna paterna Itta nel 640, ed era posta sotto la protezione della potente badessa, che ne aveva fatto una delle sue più valide collaboratrici.
Nel vedere quello sguardo accigliato, così raro nel volto sereno della nipote, la zia si preoccupò, paventando una qualche disgrazia familiare. Non appena Gertrude invitò la nipote a dirle cosa fosse successo, ben conoscendo la quantità di fatica e speranze che la zia aveva profuso nell’orto, si sentì come un boia che deve eseguire la condanna a morte non di un innocente, ma di un benemerito. Deglutì e si sforzò di mandare fuori la voce: “Zia, bisogna che tu venga con me nell’orto…” come caduta sulla terra da un pianeta alieno, Gertrude subodorò un disastro e, mentre il cuore le iniziava a ballare a ritmi alterni nel petto, piantò due occhi sgranati e interrogati in faccia alla nipote, che riuscì solo ad aggiungere: “Ecco…credo che questa notte qualche animale…”, perché quella, le sottane sollevate con le mani e il velo che pareva un’ala, alla parola animale aveva sentito il cuore esploderle ed aveva fatto del suo corpo un fascio di pura energia cinetica, catapultandosi nel giardino.
E, una volta giunta all’orto, quale desolante spettacolo di devastazione! Sembrava che un’intera legione di barbari fosse passata e ripassata con gli zoccoli dei cavalli sopra il suo orto! Le colture giacevano, rosicchiate e mordicchiate qua e là, sparpagliate ovunque, il terreno arato e vaporoso era diventato un cumulo disordinato di buche, la terra era rivoltata, le radici divelte. La sentenza fu inappellabile al primo sguardo: il tanto, faticoso lavoro era irrimediabilmente andato perduto.
Che sconforto prese la povera badessa! Sentí le lacrime riempirle gli occhi e il nodo che le stringeva la gola le impediva quasi di respirare; non poteva smettere di contemplare, inerme ed inerte, tutta la gravità di quanto si offriva ai suoi occhi, quasi la sua mente si rifiutasse di accettare la realtà.
Gertrude non era esperta di campagna, ma di ricamo, musica e arte, e, sebbene capisse che tanto sfacelo doveva essere opera di qualche animale, non riusciva ad individuare quale avesse potuto combinare tanto disastro in una sola notte. Lei aveva conosciuto bene i cani da caccia e i cavalli, che certamente non passavano le notti a smangiucchiare foglie di insalata e a sradicare cavoli.
“Topi, madre, questa è opera di topi, di tanti, tantissimi topi”, sentenziò con desolata certezza fratel Martino, un converso del ramo maschile, entrato da poco nel monastero, che nella vita laica era contadino, portato sul luogo del disastro dalla sollecita Vulfetrude, per avere un parere esperto.”E il fatto che in così breve tempo abbiano mangiato tutto, vuol dire che qui vive una colonia intera, nascosta da qualche parte. Ma la cosa più preoccupante è che, ora che sanno che possono procurarsi facilmente del cibo, non se ne andranno tanto facilmente…”
In sostanza, fratel Martino le aveva comunicato che tutto il suo lavoro era servito per nutrire una colonia di topi, la quale, proprio grazie a questo, aveva messo su casa nel monastero, e che ora sarebbe stato pressoché impossibile liberarsi di lei.
Gertrude si lasciò cadere sulla pietra di fronte all’orto, sulla quale nei mesi passati si era seduta tante volte per riposare tra una vangata e una semina, e stette ferma lì a lungo, con un pensiero che le martellava la testa: come avrebbe fatto il monastero sopravvivere?
È ben vero che tanti bravi cristiani elargivano generose offerte: era pur sempre una fondazione della casata dei maggiordomi di palazzo, e la nobiltà faceva a gara a mettersi in mostra con copiose donazioni.
Ma le spese erano sempre infinitamente maggiori delle entrate.
Il monastero, sia maschile che femminile, contava oltre 100 religiosi, a cui si aggiungevano almeno altrettanti conversi. E dal convergere di tanti uomini e donne in un solo luogo dedicato all’Opus Dei, unitamente all’apporto squisitamente umano della sapienza antica, erano nel tempo sbocciate fioriture intersecate tra loro, come in una ghirlanda in cui ogni stelo dipende da quello a cui è avviluppato, al punto che oramai non era neppure possibile pensare al monastero di Nivelles privato di uno di essi.
A buona ragione, era universalmente considerato un punto di riferimento culturale per tutte le Gallie, senz’altro grazie all’impulso che gli aveva impresso la nobile badessa. Lei per prima studiosa di iconografia e Sacre Scritture, che conosceva praticamente a memoria, e instancabile divulgatrice della dottrina Cristiana, si prodigò indefessamente perché dal monastero si diffondesse la luce della conoscenza ad illuminare quell’angolo di mondo: aveva voluto presso di sé i dotti monaci Sant Ultiano e San Folliano, che aveva fatto venire dall’Irlanda, mandava regolarmente emissari a Roma, affinché riportassero libri da copiare, si curava che lo scriptorium fosse sempre rifornito di inchiostri, carta – così difficile da reperire-, che i monaci copisti fossero alacri e numerosi, fece in modo che nella biblioteca vi fosse contenuto lo scibile allora disponibile, dalla teologia alla filosofia morale e naturale, dalla storia all’ingegneria e alla tecnica dell’agronomia.
E, come in un circolo virtuoso che si mette in moto e si sviluppa per vita propria, tutto questo sapere raccolto, custodito, copiato, diffuso, amato e studiato aveva avuto ricadute pratiche, ove l’agronomia e l’allevamento avevano fatto da motore per una rinascita economica della regione, e dalla consultazione degli antichi erbari si era sviluppata una fornitissima farmacia a cui si rivolgeva l’intera popolazione.
Da qui, ecco nascere un luogo di cura per il contadino o il pastore, per l’orfano, la vedova o il vecchio, per chiunque, indigente o infermo, bussasse alla porta del monastero. E se si accoglie il malato, allora si trova spazio anche per viaggiatori e ai pellegrini, specie se il monastero sorge in un crocevia di strade che portano verso l’Oltremare o la tomba dei santi Pietro e Paolo, o magari alla grotta in cui era apparso l’ Arcangelo Michele nelle lontane Puglie.
E le sovvenne che la presenza di topi equivale a carta rosicchiata e morbi pestiferi, proprio mentre, sconsolata, gli occhi della memoria le mostravano le figure dei suoi monaci chini sui volumina alla luce tremolante di una candela, o l’umanità varie dolente che affollava all’ospedale.
In mezzo a questa tempesta di pensieri su cui nuvoloni neri incombevano minacciosi, si udì, lieve un fruscio provenire dal cespuglio vicino, che Gertrude avvertì distrattamente. Il pensiero stava per ritornare sull’immagine dei preziosi libri smangiucchiati, quando il fruscio tornò a levarsi, questa volta più distintamente. Un attimo di silenzio, e poi nuovamente, e poi un altro, e un altro ancora, in un crescendo di velocità, durata e intensità, come se nel cespuglio brulicasse chissà quale esplosione di vita. L’insolito rumoreggiare riuscì ad incuriosire l’afflitta badessa che, finalmente, si alzò e dipanò il groviglio di rami per guardare nella penombra del loro scrigno.
Nascosti al mondo e al riparo dei suoi pericoli, ben custoditi all’interno dei rami che facevano loro da mura protettive, cinque micini, avranno avuto poche settimane, imparavano I rudimenti della vita simulando nel prezzo della sopravvivenza giocando a farsi gli assalti, mordersi e rotolarsi sulla terra uno avvinghiato all’altro. Quando si accorsero di essere osservati, si fermarono istantaneamente, nelle posizioni improbabili in cui si trovavano, e Gertrude si trovò dieci occhi gialli troppo grandi per quei musini minuti, che la fissavano sgranati, con altrettanto stupore di quello che dovevano esprimere i suoi. Dopo qualche istante, uno di loro, quello più coraggioso, si esibì in un’interrogativo miagolio, tanto per tastare il terreno e prendere informazioni su come quella strana creatura, tanto grande, fatta da occhi e bocca spalancata e veste nera, si sarebbe comportata con loro. A quel primo accenno, come spinti dall’audacia del fratello, anche gli altri gattini iniziarono a miagolare e, in breve, da tutto il cespuglio si propagò un concerto di mugolii sottili e insistenti.
Gertrude raccolse le vesti e si accoccolò davanti al cespuglio e uno dopo l’altro, i gattini, caracollando con goffaggine, uscirono dal loro nascondiglio e le si avvicinarono. Lei li guardò uno per uno: tutti diversi, eppure tutti uguali. Il sottofondo nero di un genitore color della notte li accomunava su macchie bianche, oppure grigie, beige, quasi fino all’arancio, per ripartirsi in tigrature a tratti, in una giravolta di figure e fantasie come se il Pittore dell’universo avesse versato a caso la tavolozza dei colori su quelle creaturine, donando loro una perfezione casuale irriproducibile.
Gertrude conosceva i gatti. Nel palazzo paterno li aveva visti sin da quando era bambina e ne aveva sempre, Istintivamente, rispettato la naturale distanza che ponevano tra il loro mondo e quello degli umani, nel quale passavano e si accomodavano, senza però mai farne parte fino in fondo. Mai veramente addomesticati, eppure non più selvatici, li vedeva vagare nei dintorni, aspettando il momento in cui dalle cucine sarebbero stati gettati gli scarti di cibo, li trovava a dormicchiare al sole nella placida tranquillità pomeridiana dei giardini del palazzo, o a scaldarsi e rannicchiati nelle ceste di biancheria durante le rigide notti d’inverno. Sapeva che i famigli non solo non li cacciavano via, ma che era anche proibito ai bambini far loro del male, e nessuno, per la verità, doveva infastidirli o allontanarli: erano, infatti, animali molto utili, perché… perché tenevano lontani i topi!
Soltanto in quel momento Gertrude si rese conto della meravigliosa risposta che il Cielo aveva offerto alle sue lacrime sconsolate. La invase una profonda commozione, e si rammaricò di constatare su di sé, badessa di uno dei monasteri più importanti delle Gallie, di quanto la fede degli uomini sia miserrima e vacillante.
Non aveva neppure avuto bisogno di pregare il Padreterno, perché la sovvenisse in quel momento di scoramento, non aveva fatto a tempo ad andare oltre le previsioni a tinte fosche sul futuro del monastero, non aveva neppure finito di ripassare le incombenze, elencare gli ammanchi, calcolare i disastri e piangere sul lavoro vanificato che, come dal nulla, ecco materializzata davanti a lei la soluzione dei suoi affanni.
Prima di quel momento, a dire il vero, non si era mai registrata una presenza cospicua o stabile di popolazione felina nel monastero. Qualche micio si era veduto aggirarsi nei paraggi, senza però mai prendere stabile dimora al suo interno. Erano per lo più apparizioni marginali, attratte per la presenza di cibo, ma totalmente prive di una qualche relazione con il monastero e di suoi numerosi abitanti e frequentanti.
Così, dunque, opera la Provvidenza, nella sua infinita preveggenza e a nostra insaputa, pensava la badessa, accarezzando le cinque testoline miagolanti: ben prima del disastro e della sua scoperta da parte di un’ affranta Gertrude, essa ne aveva già disposto la soluzione, e all’acme della desolazione, quando a lume di navigazione umana non si intravede altro che tenebra, compare, per chi ha occhi per vedere, la terra dell’isola inaspettata al nostro inquieto arrabattarci.
Gertrude fece della peste una conca in cui adagiò i gattini e li portò con sé. Dopo averle lavati e sfamati, li mise in una cesta capiente e li portò nella sala capitolare, dove, alla presenza di tutta la comunità, raccontò della benevolenza del Cielo per il monastero, e si raccomandò su quanto fosse importante che quelle creature venissero allevate con tutte le cure, affinché crescessero, prosperassero e liberassero il monastero dal pestifero flagello dei topi.
Non passò molto tempo da quel giorno che i gattini si trasformarono in giovani felini vivaci e vigorosi. Più aumentava il loro numero, più diminuiva quello dei roditori, finché si ridussero ad una sparuta e sporadica apparizione fugace, assolutamente innocua.
L’estate seguente, finalmente il raccolto fu talmente copioso che superò in quantità e bontà ogni aspettativa, il mercato settimanale traboccava gaiamente dei prodotti del monastero e tutto il Brabante raggiungeva la piccola Nivelles per portarsi a casa un po’ di quel miele che, se il nettare degli dei fosse mai esistito, doveva avere sicuramente quel sapore.
Nel frattempo, Gertrude aveva scoperto che i gatti non erano solo ottimi cacciatori di topi, ma anche creature capaci di allietare la quotidianità con la loro elegante e discreta compagnia.
Nei rari momenti di riposo che la badessa si concedeva, infatti, chiunque ne avesse avuto bisogno avrebbe indubbiamente saputo dove trovarla: seduta sulla panchina del suo amato roseto, intenta a leggere o a pregare, circondata dai suoi gatti, chi accoccolato in grembo, chi di fianco, che strusciando la testolina sulla veste, in un concerto di fusa e miagolii di cui persino gli uccellini dalle ugole cristalline provavano invidia.

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