Ricordi di una Siria che non esiste più
di Maro Anca
Mia moglie ed io siamo stati in Siria due volte, nel 2008 e nel 2009.
La prima volta – gennaio 2008 – eccoci ad Aleppo, città con forte presenza cristiana dei vari riti cattolici e ortodossi, e con una numerosa comunità armena, anche giovane.
Particolarità: ad Aleppo c’è una comunità caldea, che non ho visto a Damasco, ma il Nord della Siria è zona siriaca. La chiesa caldea è proprio di fronte a una moschea molto grande.
Mi ricordo una città viva, ancora con gli edifici degli antichi consolati europei, Venezia compresa. Ricordo qualche blackout ogni tanto (molti avevano il generatore), una grande quantità di merci cinesi e la domenica pomeriggio i negozianti che guardavano in televisione le partite del campionato di calcio spagnolo.
Mi ricordo anche gli scolari tutti in divisa, gli eccellenti ristoranti (la cucina di Aleppo è famosa per il piccante, come lo shawarma con il peperoncino, e per il kebab con le ciliegie specialità del ristorante Beit Sissi) e l’impressione che la Siria, rispetto al Nord Africa, fosse molto più avanzata.
Altra curiosità: il volo Syrian da Damasco ad Aleppo venne fatto con un Tupolev.
Già allora la nostra guida, un musulmano sunnita molto professionale (e che curiosamente non amava i cani), ci diceva che non era più come una volta, e che sunniti e sciiti (credo si riferisse agli alawiti) cominciavano a distinguersi tra di loro. Un solco che poi gli agenti occidentali hanno reso più profondo.
Quella volta alloggiamo nel bel quartiere antico cristiano armeno di Al Jdeideh, in un boutique hotel gradevole. Quartiere pulitissimo (mentre le adiacenti vie abitate dai musulmani erano alquanto, come dire, mediterranee, ma questo è un classico del Levante). Ora purtroppo l’area è stata semidistrutta dalla guerra, come semidistrutto è il grande bazar dove avevamo comprato il famoso sapone di Aleppo.
Nel maggio 2009 mia moglie trova una super offerta di Malev (le ex linee aeree ungheresi), e andiamo a Damasco, organizzando la visita con un tour operator siriano.
Arriviamo alle tre di notte (in Medio Oriente si vola anche di notte) e non c’è l’autista. Panico. Prendiamo un taxi e andiamo in città. L’hotel era nella città vecchia adiacente al quartiere cristiano di Bab Touma (dove c’erano ovunque edicole con i santi, e le case basse con le porte sempre aperte).
Il tassista ci rilascia regolare ricevuta (il giorno dopo il tour operator, scusandosi, ci rimborserà il costo della corsa), ma la città vecchia è un labirinto e trovare la destinazione è complicato. Per fortuna c’è molta gente per strada, e tutti ci aiutano a trovare l’albergo. Allora la Siria era molto sicura.
Bab Touma è il quartiere cristiano, con le chiese di tutti i vari riti, molto animato. All’epoca si toccava con mano quanto fosse corretta la definizione della Siria come “Paese a misura dei cristiani”.
A Damasco non visitiamo santuari alawiti e drusi, ma andiamo alla spettacolare Grande Moschea degli Omayyadi, sunnita ma che conserva la testa di san Giovanni Battista (per l’Islam un profeta) cara ai fedeli sciiti. A pochi passi c’è il Mausoleo di Saladino, il cui restauro fu pagato dal kaiser Guglielmo II quando visitò Damasco.
Visitiamo il monastero siro cattolico di Mar Musa (con salita sotto un sole cocente), la cui chiesa ha i tappeti per terra come una moschea e il Vangelo aperto sul classico poggia-libri fatto dagli artigiani arabi. Andiamo anche al monastero greco ortodosso (Patriarcato di Antiochia) di Saydnaya e a Maalula, cittadina in cui si parla l’aramaico, con la chiesa greco cattolica melchita dei santi Sergio e Bacco (comprato qui un dipinto con il crocifisso ancora appeso in casa nostra) e quella greco ortodossa di Santa Tecla (Maalula è stata occupata dai ratti filo occidentali di Hts e poi liberata dai combattenti di Hezbollah).
A proposito della guerra portata dall’Occidente collettivo, ricordo una volta, nel 2013, un volo tra Istanbul e Antiochia (la porta per entrare in Siria), pieno di barbuti raccattati dagli occidentali tra la feccia più immonda del pianeta per andare a combattere in Siria.
Io amo la Siria, i suoi cristiani e le sue altre minoranze, amo il suo popolo, e per me quella guerra è stato un grande dolore personale, come il terremoto di Antiochia, altra città che amo (e in cui è morto con la moglie l’anziano presidente della millenaria comunità ebraica della città, il signor Saul, una persona splendida). Mi chiedo cosa sia stato di tutte le persone che ho conosciuto.
Ho servito nell’esercito come ufficiale di complemento, ma da quando è iniziata la guerra in Siria non ho più voluto sapere niente di cose militari, di film di guerra, dei telefilm americani dove si spara ogni due per tre. Ne ho una istintiva repulsione.
I cristiani in Siria prima della guerra erano il 13% della popolazione, ora pare il 5%. Qualcuno è emigrato in Occidente (cioè dal suo carnefice), alcuni armeni in Armenia, molti in Giordania (parecchi vivono ad Amman, soprattutto nel quartiere di Marka) rinforzando la comunità cristiana del regno hashemita, diversi in Turchia, dove i siriaci sono stati accolti molto meno (i caldei un po’ meno) e inviati da Erdogan (che non è un anticristiano) a stabilirsi nella regione del Tur Abdin (quella di origine dei siriaci, Mardin e Midyat per intenderci) in aggiunta ai siriaci locali per far rivivere quelle comunità.
Rievocando questi ricordi spero di aver parlato di qualcosa che vive ancora, anche se, come dice monsignor Mourad, arcivescovo siro cattolico di Homs Hama e Nabek, la Siria non esiste più.
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Nella foto, la moschea degli Omayyadi di Damasco



