Il dibattito sulla Chiesa di Genova. Le vostre voci

Cari amici di “Duc in altum”, la situazione della Chiesa genovese ha dato vita a numerose riflessioni inviate al blog. Il dibattito è incominciato dopo la pubblicazione della lettera di un anonimo prete (“Così io, sacerdote, assisto all’autodissoluzione della Chiesa”) alla quale hanno fatto seguito la risposta di don Giacomo Martino (“Lettera a chi si nasconde nell’ombra: noi restiamo alla luce del Vangelo”) e la riflessione di Fabio Battiston (“La tragicommedia della Chiesa sinodale e democratica”). Per una serie di motivi non ho potuto finora pubblicare i contributi che avete inviato a blogducinaltum301@gmail.com. Rimedio adesso proponendone un’ampia sintesi e chiedendo scusa per il ritardo. Approfitto anche per ringraziare tutti coloro che pregano per mia figlia Silvia e la piccola Livia. Mamma e bambina, grazie a Dio, stanno molto meglio e sono state dimesse dall’ospedale.
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Caro Valli,
scrivo a proposito del sacrosanto sfogo dell’anonimo sacerdote genovese. Sono un padre di famiglia, ingegnere, insegnante.
A fronte dell’accorata lettera del sacerdote anonimo, mi vengono, da laico, alcune risposte di getto.
1) Pregare e celebrare il SantoSacrificio, preferibilmente nella forma “straordinaria” magari discretamente, ma non segretamente.
2) Non restare solo, collegarsi con i confratelli che avvertono forte il suo disagio, non per mormorare ma per sostenersi spiritualmente e praticamente.
3) Non avere orari per i poveri (veri) e gli smarriti che cercano la Madre Chiesa.
4) Obbedire solo nella forma lasciando scivolare via le sollecitazioni quando si tratta di fesserie alla moda.
5) Obbedire scrupolosamente alle leggi della Chiesa, propagandando le buone devozioni e l’ esempio dei Santi, che Dio ci ha sempre dispensato in tempi oscuri.
6) Mettere tutto nelle mani della Madonna, che in tante parti della sua Diocesi è appellata “della Guardia”!
Un forte filiale e fraterno abbraccio.
Marco Crevani
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Caro Valli,
le scrivo con profonda sofferenza, come sacerdote della diocesi di Genova, per unirmi idealmente al grido di dolore già giunto al suo blog da un mio confratello. Un grido che condivido pienamente, nella forma e nella sostanza, e che nasce da una situazione che per molti di noi è divenuta semplicemente insostenibile.
Si parla tanto di “Chiesa in uscita”, di ascolto, di sinodalità. Eppure, nella nostra realtà, constatiamo con amarezza una crescente distanza tra le parole e i fatti. Abbiamo un vescovo che sembra non conoscere realmente i suoi preti. Le nomine sono spesso fatte senza criterio, senza un reale discernimento sulle persone e sui territori. Parrocchie vitali, rigenerate con fatica e amore da sacerdoti capaci, vengono smantellate. I preti sono spostati come pedine, senza alcun riguardo per il lavoro svolto o per le comunità costruite nel tempo.
Ancora più sconcertante è l’affidamento, come prima nomina, di intere comunità di parrocchie in zone particolarmente complesse della diocesi a giovani sacerdoti, senza alcuna valutazione delle loro inclinazioni personali, del loro carattere, né delle reali capacità di gestione e di governo. Una responsabilità gravosa, caricata su spalle ancora inesperte, senza alcun adeguato accompagnamento.
Non solo. Il cosiddetto “fiore all’occhiello” della diocesi – i cappellani del lavoro, da sempre presidio di presenza evangelica e vicinanza concreta al mondo operaio e produttivo – viene smembrato. I sacerdoti che vi erano impegnati vengono dispersi in zone dove, per ragioni strutturali o logistiche, non possono più esercitare quel ministero. E tutto questo accade nel silenzio o con il paravento di parole vuote e formule astratte.
A fronte di questa situazione non possiamo non ricordare una figura come il cardinale Giuseppe Siri. Certamente non un progressista, eppure capace di una pastorale profondamente incarnata. Non parlava di “Chiesa in uscita”, ma ascoltava tutti i suoi preti, rispondeva alle lettere in giornata, usciva spesso dall’episcopio per incontrare le realtà sociali e lavorative della città. Molti ancora ricordano i suoi dialoghi con Paride Batini, il famoso presidente dei portuali: due uomini su fronti ideologici opposti, ma uniti dal desiderio del bene comune. A ben vedere, quella sì che era una vera Chiesa in uscita: silenziosa, operosa, radicata nel popolo. Ben diversa da quella attuale, dove si moltiplicano i proclami ma poi si resta rinchiusi nelle roccaforti della curia, lontani sia dalla vita concreta della Chiesa che da quella della città.
Purtroppo, oggi, assistiamo a una gestione ecclesiale disastrosa sotto tutti i punti di vista: preti ridotti a “moderatori”, incaricati di gestire fino a otto parrocchie, spesso in territori dove la comunità è ormai sfilacciata o inesistente. Si parla di “fraternità”, ma ciò che vediamo è la solitudine. La marginalizzazione del sacerdote è reale: il ministero viene svuotato di contenuti sacramentali, spirituali, identitari. La fede viene spesso ridotta a un agglomerato ideologico, tra ecologismo, parità di genere, accoglienza indistinta e dialogo come fine ultimo. Tutte tematiche che, pur potendo avere un senso cristiano, diventano vuoti slogan se slegate dall’annuncio della salvezza in Cristo.
Ci chiediamo se si tratti di semplice incapacità gestionale o se dietro ci sia un disegno più profondo, quello di demolire ciò che resta di una tradizione ecclesiale viva, concreta, radicata. Una tradizione che certo aveva bisogno di rinnovamento, ma non di distruzione.
Tanti sacerdoti genovesi amano la Chiesa e la loro diocesi. Restano obbedienti, anche nella sofferenza. Ma ogni giorno cresce la sensazione di essere soli, disarmati, ignorati. Non possiamo più tacere davanti allo smantellamento di una Chiesa locale che ha dato tanto e che continua, nonostante tutto, a cercare di servire Cristo e il suo popolo.
Che Dio abbia pietà di noi. E che ci doni pastori secondo il suo cuore, capaci di ascoltare, discernere, accompagnare e custodire.
Con dolore e speranza.
Lettera firmata
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Carissimo sacerdote di Genova,
non sia triste, lei sta assistendo al “grande risveglio”, al trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Offra tutte le sue pene al preziosissimo Sangue di Gesù. Ringrazi Dio per averla chiamata in questo tempo di purificazione nella consapevolezza delle cose che accadono e che accadranno. Anche se sembra che tutto stia per finire, invece tutto sta per ricominciare! Ci saranno ancora lunghi anni di persecuzioni, la chiesa cadrà ancora più in basso di così, fino alla sua morte umana ma non potrebbe risorgere se non morisse. L’esempio l’abbiamo avuto con Gesù Cristo, è dovuto morire per la salvezza di tutti. Così la chiesa morirà, ma non nel senso Divino, è impossibile perchè è la sua natura. Quindi non si scoraggi, come le ho scritto sopra, cerchi di trovare la felicità pensando che facciamo parte dei tempi che tanto gli apostoli agognavano. Maria Madre della Chiesa è il nostro albero maestro, rimaniamole saldamente attaccati, nulla potrà accaderci, ma NON cerchi mai di scendere da questa nave, presto ci porterà al porto della nostra salvezza.
Licia
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Caro Valli,
qualche tempo fa a Genova ho partecipato alla Santa Messa presso la chiesa dei santi Ambrogio e Andrea, la chiesa dei gesuiti.
Tralasciando le solite stravaganze della liturgia della parola, mi accorsi, con grande sconcerto, che dopo il “Santo” il celebrante saltò completamente la Preghiera eucaristica, passando direttamente alle preghiere dopo la Consacrazione, al “Padre nostro” e, ovviamente, allo “scambio della pace”, quindi alla distribuzione della Eucarestia.
All’uscita, ecco il mio confronto con i.l sacerdote.
«Mi scusi, è lei il sacerdote celebrante ?».
«Sì. Ah, capisco che cosa vuole chiedermi. È vero, mi sono scordato la preghiera di consacrazione!».
 «No, lei non si è “scordato” la preghiera della consacrazione, lei si è scordato di “fare la consacrazione”».
Tralascio ogni commento, perché sarebbe superfluo. Dico solo che, facendo spesso il pane in casa, penso sia impossibile “scordarsi” della farina.
Claudio Gazzoli
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Caro Valli,

ho letto lo sfogo del sacerdote ligure, che saggiamente sceglie l’ anonimato e mi trova perfettamente d’accordo. Non ho mai avuto dubbi, pur nella mia ignoranza di questioni ecclesiali, che una chiesa sinodale avrebbe provocato problemi: innanzitutto nei fedeli testimoni di conflittualità e discussioni che non alimentano la fede, ma anche nei consacrati chiamati a mediare in stile assembleare con eventuale stress e frustrazione. Ma vorrei aggiungere un altro aspetto più teologico ossia la compromissione grave dell’identità sacerdotale. “Pasci le mie pecorelle” disse Gesù a Pietro, non “falle discutere”. Il pastore si deve preoccupare del nutrimento e della cura. La Chiesa sinodale è stata un’invenzione dell’argentino per demolire la Chiesa di Cristo, e a lui si sono aggiunti prelatoni di curia col grembiulino sotto la tonaca . Sono gli stessi ostili alla Santa Messa di sempre perché vogliono una Chiesa senza radici e quindi senza identità. Il Vaticano II ormai era un’arma di confusione di massa troppo sfruttata, e così per seminare altra confusione si sono inventati la

 Francesco Caputo

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Gentile Valli,
concordo con il grido di allarme sulla diocesi di Genova.
Purtroppo i rischi (o forse persino gli obbiettivi?) erano prevedibili dal giorno della sostituzione del cardinale Bagnasco.
La tendenza ad essere inclusivi a tutti i costi porta al relativismo totale: per andare d’accordo a tutti i costi, si dà ragione a tutti; nessuna regola è valida, in particolare quelle scomode.
Ma non si può scendere a compromessi sulle regole alla base del cattolicesimo, e il Vangelo contiene esempi chiarissimi al riguardo.
Non può essere la diocesi a incoraggiare il compromesso o, per quanto indirettamente, a ignorare le regole e promuovere l’autodissoluzione. A questo pensa fin troppo il mondo!
Un esempio chiaro dell’ambiguità delle posizioni della diocesi sono state le recenti non dichiarazioni del vescovo sui temi scottanti. Meglio non prendere posizione, così hanno tutti ragione.
Nicola Rando

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Caro Valli,
addolora  lo sfogo del sacerdote genovese, però non meraviglia, ché già lo conosciamo l’andazzo nella Chiesa: una sciagurata marcia contromano su una strada trafficatissima. Sembra impossibile, irragionevole, quanto meno terribilmente incauto con la prospettiva di un disastro inevitabile. Eppure sta avvenendo, né possiamo nutrirci di illusioni poiché è lungi dall’apparire all’orizzonte un vigilante, un autorevole  guardiano adatto ad evitare il peggio, anzi la strage. Che dire? Se la speranza è l’ ultima a morire, aggrappiamoci a essa e soprattutto a Colei che fa meraviglie e a cui Suo Figlio non nega mai niente. Ma facciamolo con grande fede, come stessimo in attesa di aiuto sotto le macerie dopo un terremoto che però non smette di far tremare la terra.
Antonina Sìcari
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Caro Valli,
sono una laica impegnata in una parrocchia del centro di Genova e desidero commentare quanto rilevato dal sacerdote che parla di una situazione insostenibile. In particolare segnalo l’opera di smantellamento sistematico di tutte le realtà di un certo peso. Sono d’accordo con il sacerdote: non mancano i sacerdoti, manca la stabilità nelle parrocchie. La continuità delle attività pastorali è sempre più messa a repentaglio da arbitrari cambi di sacerdoti. Garantire una continuità sul territorio significa essere radicati nel tessuto sociale e religioso di ciascuna zona e allora, gioco forza, largo ai laici che non possono far altro che sostituirsi a torto o a ragione ai sacerdoti trasferiti.

Tutto questo in nome della “fraternità di parrocchie” in cui un singolo sacerdote è chiamato a essere pastore di quattro o cinque parrocchie o anche più, finendo purtroppo col fare una toccata e fuga.

Come laica impegnata ho risposto all’invito della Chiesa di Genova a partecipare ad incontri sinodali dove ci è stato chiesto cosa ne pensavamo della pastorale, della liturgia, del coinvolgimento dei giovani. Ma alla luce di quanto sta accadendo non credo che queste siano tematiche che realmente interessino la Chiesa, almeno quella genovese. Per portare dei risultati dobbiamo poter contare sui nostri sacerdoti che non possono cambiare secondo i cicli lunari, perché per portare frutto la pianta deve essere coltivata nel tempo e accudita con amore e con continuità. I nostri giovani hanno bisogno di punti di riferimento certi e costanti. L’amico sacerdote con il quale si confidano non può essere sostituito come si fa con i cellulari vecchi. Considerare i sacerdoti come fossero dirigenti d’azienda di un’azienda destabilizza e crea smarrimento e senso di abbandono. Non c’è Chiesa se un pastore non la guida, se non può farlo con continuità nel nome di Gesù e del Vangelo di cui è portavoce e testimone.

Fulvia Tosello

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Caro Aldo Maria Valli,

vivo a Lione e devo dire che nella lettera di don Giacomo Martino, in risposta al sacerdote anonimo, ho trovato lo stesso spirito che trovo in Francia e che mi rende tanto difficile frequentare le parrocchie. Don Giacomo non fa niente di male e pensa sinceramente di lavorare per il regno di Dio ma sembra mancargli la consapevolezza che lui non è il salvatore del mondo e che tutti noi siamo debitori di Gesù Cristo, siamo salvati da Lui e non siamo noi i salvatori. Questo non significa che non abbiamo il dovere di aiutare gli altri in molti modi diversi, ma al primo posto non è va messa la Chiesa visibile, non vanno messe le nostre attività. Nostro primo dovere non è essere testimoni di pensieri di giustizia, azioni di aiuto, ma testimoni di Lui, Gesù, morto e risorto come annunziato gli apostoli. Occorre essere umili di fronte a questo dovere e non avere manie di protagonismo.

Sicuramente anch’io ho dei punti di cecità, ma quella che vedo mi sembra cecità collettiva, alla moda, cecità soddisfatta… oserei dire cecità sinodale. Cecità da farisei.

Io vivo in un altro Paese, ma siamo nella stessa Chiesa, quella di Gesù, il Cristo. Spero di non avere offeso nessuno.

Marie-Hélène Pons 

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Caro Valli,

la risposta di don Martino al sacerdote anonimo mi ha irritato molto. Se un sacerdote chiede di restare nell’anonimato è per un semplice motivo evidentissimo: se ci mette la faccia viene fatto fuori! Altro che ascolto e sinodalità. Gli esempi li conosciamo, dai frati dell’Immacolata fino a vescovi e cardinali.

Poi, gentile don Martino, mi permetta: accettare la sinodalità come è stata promossa da Francesco vuol dire rifiutare la Nostra Santa Madre Chiesa come l’ha voluta, fondata, protetta e santificata Gesù Cristo.

Mauro Mazzoldi

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Ho letto la lettera firmata da don Martino, molto pacata e rispettosa, e la replica del signor Battiston, come al solito alquanto livorosa e irrispettosa. Consiglierei al signor Battiston di prendere qualche calmante e di usare altri toni. Nel mio piccolo sono sicura che Gesù sta con don Martino. E Battiston lo sa che fuori della chiesa non c’è salvezza?

Patrizia Vissani

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Caro Valli,

posso confermare: a Genova ci sono preti in gamba, che lavorano tanto, ma sono maltrattati da vicari arroganti.

Appartengo a una parrocchia del Ponente, a Pegli, frequento la Messa e ho trovato un ottimo sacerdote.

A volte vado a Sestri, e anche lì trovo che la parrocchia dia il meglio di sé. E lo stesso posso dire di altre realtà. I preti sono sul pezzo, spesso senza orari. E curano la loro spiritualità. La curia invece vive in un altro mondo. Noi giovani (ho ventisei anni) vogliamo il prete e la Santa Messa, non i laici, per quanto formati.
Posso fare i nomi di tanti sacerdoti bravi, ai quali i fedeli vogliono bene. Ma la curia li ringrazia? Se ne accorge? Li valorizza?
Questi preti sono veri maestri: conoscono la realtà, non sono professori distanti. Lavoro nel settore educativo e posso assicurare che tutti vogliono il prete, con la sua spiritualità, il suo affetto, la sua preghiera.
Arcivescovo Tasca, si levi le fette di prosciutto dagli occhi, conosca i suoi preti e lasci perdere i vicari.
Pier Maria Currone

 

 

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