Chiesa di Genova / Un’altra testimonianza
Caro Valli,
intervengo sulla tristissima situazione in cui la Chiesa genovese è precipitata negli ultimi anni.
Circa la lettera del prete anonimo, devo dire che egli descrive unicamente la realtà, con grande amore per la Chiesa e i fedeli.
Rispetto agli altri interventi, specie genovesi, pubblicati sul blog, vorrei aggiungere questa nota.
Il giovane sacerdote fatto parroco e “moderatore” di numerose parrocchie in Valbisagno, facilmente identificabile, appare davvero una vittima sacrificale sull’altare della pelosa uniformità al ribasso. Come farà egli a essere parroco, a farsi carico delle anime, come suo dovere e desiderio, gettato in una simile arena? Non ha mai fatto il parroco e si vuole che non lo faccia mai! È forse per quella talare che non leva mai? È forse per la sua profonda coscienza di quanto grande sia il mistero del sacerdozio e quanto unico e prezioso, che si è voluto dargli una sorta di lezione?
La gente, a parte quella completamente ideologizzata o in cerca di compensazioni, vuole avere un parroco, un prete che faccia il prete: solo i sacerdoti, come scriveva il venerabile Enrico Medi, sono in grado far scendere Dio sull’altare. Il popolo di Dio ha sete di uomini di Dio, veri, presenti. All’autorità della Chiesa, che noi rispettiamo, il dovere di mettere i preti in grado di esserlo sempre, a beneficio di tutto il corpo mistico di Cristo. Scriveva Medi, e noi sottoscriviamo:
“Sacerdoti, noi vi vogliamo ai piedi dell’altare. A costruire opere, fabbricati, giornali siamo capaci noi. State accanto all’altare. Andate a tenere compagnia al Signore. Preghiera e Tabernacolo. Tabernacolo e Preghiera. Abbiamo bisogno di quello”.
È grave responsabilità del vescovo disattendere con leggerezza a questi sacrosanti diritti di Dio e dei Suoi piccoli, laici e sacerdoti. Non dovremo forse tutti, un giorno ignoto che potrebbe anche essere oggi, rispondere a Dio del nostro operato, del male compiuto e del bene omesso?
Lettera firmata



