Per Leone la gioia dei giovani ma anche tanti nodi da sciogliere. E uno scisma di fatto
di padre Santiago Martín
È difficile esprimere a parole ciò che si è vissuto a Roma durante il Giubileo dei Giovani. Le cifre parlano chiaro, ma non riescono a rendere l’idea di ciò che è successo. Altrettanto importante quanto il fatto che siano state superate le previsioni più ottimistiche (se ne aspettavano mezzo milione e ne sono arrivati più di un milione) è la circostanza che mille sacerdoti hanno confessato senza sosta nell’enorme Circo Massimo, che si estende tra i colli Palatino e Aventino. E che il silenzio durante l’adorazione del Santissimo, presieduta dal Papa, fosse così potente da essere assordante. E poi c’è l’entusiasmo. Non si vedeva nulla di simile dal tempo di san Giovanni Paolo II in quello stesso luogo – Tor Vergata – venticinque anni fa. Ricordo una frase felice che esprimeva ciò che accadde durante la prima visita del Papa polacco in Spagna: «È venuto dai suoi», alludendo al prologo del Vangelo di san Giovanni. Ma non continuava come nel brano evangelico, dove Giovanni scrive con grande dolore «e i suoi non lo accolsero». La frase che esprimeva ciò che era accaduto in Spagna terminava invece così: «E i suoi si sono riversati». Questo è stato il Giubileo dei Giovani 2025 a Roma: il Papa è andato dai suoi e i suoi sono impazziti di entusiasmo per lui. Ne avevano motivo, naturalmente, perché Leone XIV, da buon figlio di sant’Agostino, non ci parla di cose, anche se importanti; non ci incoraggia a combattere battaglie per risolvere questo o quel problema del qui e ora. Leone XIV ci parla di Dio e solo Dio sa di cosa abbiamo bisogno.
Julian Marías, uno dei grandi pensatori spagnoli del XX secolo oggi quasi dimenticato – come Pemán e per lo stesso motivo, ovvero perché non era di sinistra – diceva che voleva andare a messa e ascoltare un’omelia che parlasse in modo cattolico di cose cattoliche, e non un’omelia che parlasse politicamente di cose politiche. Leone XIV parla di Dio e lo fa senza paura di essere accusato di essere un conservatore o un tradizionalista. È consapevole che ciò che ci si aspetta da lui è proprio questo: che parli di Dio, che parli di Cristo, che parli dell’esistenza della vita eterna. Non di un Dio estraneo ai problemi del mondo – la pace, la giustizia, gli emigranti, il saccheggio della natura – ma di un Dio che si è fatto uomo e che chiede a noi uomini, in segno di gratitudine verso di Lui, di amare i nostri fratelli e di occuparci delle cose di questo mondo senza dimenticare che siamo cittadini del cielo (ancora una volta, il maestro sant’Agostino, autore de «La città di Dio»).
Alla vigilia del sabato sera, Leone ha toccato uno dei punti che più colpiscono i giovani di oggi: l’uso di Internet. «Quando lo strumento domina la persona, la persona diventa strumento, strumento del mercato e quindi merce». Ma, dopo aver dato loro questo saggio avvertimento, li ha incoraggiati a non aver paura di fare scelte radicali, come il matrimonio (sempre meno giovani si sposano e preferiscono vivere in coppia senza sposarsi), il sacerdozio o la vita consacrata. E ha concluso il suo magnifico messaggio dicendo loro: «Adorate Cristo nell’Eucaristia, imparate, lavorate e amate».
Il giorno seguente, durante la messa di chiusura del Giubileo, ha insistito sul fatto che solo Dio può colmare il vuoto che c’è nell’anima umana. Come poteva un agostiniano dire altro se non ricordare che «tu ci hai fatti per te, Signore, e la nostra anima è inquieta finché non riposa in te»? Per questo disse a quel milione di giovani che bevevano le sue parole e le accoglievano con entusiasmo: «Aspirate a cose grandi, alla santità, non accontentatevi di meno. La nostra speranza è Gesù. La risposta è in Cristo». E concludeva dando loro ancora una volta la formula per raggiungere quella santità: preghiera, adorazione, comunione, confessione e carità verso i poveri. Un Papa che parla di Dio e che parla, allo stesso tempo, di difendere la causa di chi soffre, per amore di Dio. Come sognava Julián Marías, un prete che parla cattolicamente di cose cattoliche, perché confessione e comunione sono tanto cattoliche quanto la lotta pacifica per la giustizia e la pace.
Ma naturalmente, tutto questo, per quanto meraviglioso e importante, non nasconde l’esistenza di gravi problemi che devono essere risolti con urgenza. Il Papa lo sa e sa anche che ha il dovere di affrontare questi problemi. Ancora una volta faccio l’esempio della Germania, mae sia chiaro che non è l’unico scenario conflittuale. Il fatto è che i tedeschi sono molto onesti, anche se potrebbero arrivare a essere eretici, e non nascondono i conflitti. Sette diocesi si sono rifiutate di applicare il rito di benedizione approvato dalla Conferenza episcopale di quel Paese per le coppie non sposate dalla Chiesa, sia omosessuali sia eterosessuali. Significa che venti diocesi, in misura maggiore o minore, sostengono questo rito di benedizione e sette no. La divisione è pubblica e non può essere nascosta. Non è possibile continuare a ignorare che uno scisma di fatto esiste e che non fare nulla contribuisce a peggiorarlo. L’unità, tanto cara a Cristo quanto a Papa Leone, può essere raggiunta solo nella verità, perché fu Cristo stesso che, prima di chiedere al Padre che fossimo uno affinché il mondo credesse, gli chiese: «Santificali nella verità». Quando questo non viene fatto, accade ciò che sta accadendo nella Chiesa anglicana, che è il modello a cui si ispirano i liberali progressisti della Chiesa cattolica. In Galles è stata nominata un’arcivescova che è anche lesbica e vive con la sua compagna. La risposta è arrivata dall’organizzazione che raggruppa l’80% degli anglicani del mondo, il Gafcon: questa è un’eresia e noi non la accettiamo né ci sentiamo uniti a quella Chiesa che si dice anglicana ma non lo è più. Tollerare l’errore significa favorire lo scisma, anche se si tratta di una tolleranza attuata per omissione. È ora di agire e il Papa lo sa. Preghiamo per lui.



