In morte dell’Armenia

di Marco Anca
Ho sempre avuto, fin da piccolo, una grande simpatia per l’Armenia e per il popolo armeno, trasmessami da mia nonna materna, insegnante elementare, che aveva avuto come allievi diversi appartenenti alla comunità armena di Milano, e attraverso di loro aveva conosciuto anche il pittore Sciltian, il cardinale Agagianian e altri, e sempre mi raccontava del genocidio armeno e del fatto che secondo i turchi (che detestava e disprezzava) gli armeni dovessero “finire nel nulla”.
Poi ho cominciato a studiare, a frequentare l’ex Urss e l’ex Impero Ottomano, e sono stato con mia moglie due volte in Armenia, nel 2007 e nel 2019; abbiamo anche una carissima amica armena della diaspora, legatissima anche al Nagorno Karabakh, e poi ho potuto notare quanto gli armeni siano stimati e  tenuti in considerazione in tutta l’ex Urss, Azerbaigian a parte.
Ritengo che parlare di Armenia in questo blog cattolico sia importante, perché  è stato il primo paese a far diventare il cristianesimo religione di Stato nel 301 d.C. (regnante re Tiridate III), e perché gli armeni hanno testimoniato irriducibilmente  il loro cristianesimo in mezzo a un mare musulmano spesso ostile pagandone prezzi molto alti (il genocidio armeno e assiro del 1915 perpetrato dai turchi con la complicità dei curdi).
Alcuni dati e fatti, per capire.
L’attuale repubblica di Armenia è l’ex repubblica sovietica dell’Armenia, ed è stata incorporata nell’Impero Russo nei primi dell’Ottocento, prima era divisa tra Impero Ottomano e Impero Persiano.
Ma l’Armenia storica è ora in Turchia, in alcune parti dell’Anatolia verso Van, in Cilicia (ora chiamata Cukurova, sul Mediterraneo). L’Ararat, il monte sacro, che incombe visivamente sull’Armenia, si trova in Turchia, è zona militare e agli armeni, anche quelli della diaspora, è proibito accedervi.
Dal punto di vista religioso, in grande maggioranza gli armeni appartengono alla Chiesa Apostolica Armena, che gli anglosassoni sbagliando definiscono “ortodossa” quando in realtà è non-calcedoniana (o pre-calcedonita, come dice il professor Aldo Ferrari, il più grande armenista italiano) e vicina all’Ortodossia per comune cammino storico.
A capo della Chiesa Apostolica Armena c’è il Catholicos, e risiede a Echmiadzin (la località dove si trova il “Vaticano Armeno”, chiamiamolo così).
La liturgia è celebrata in grabar, l’antico armeno liturgico simile all’armeno orientale, quello parlato dagli armeni ex sovietici (mentre l’armeno occidentale è parlato dagli armeni ex ottomani e di conseguenza da quelli della diaspora); anche il loro incomprensibile alfabeto, creato da san Mesrop Mashtots, è fonte di identità.
Poi vi sono minoranze di cattolici di rito armeno, e pochissimi armeni evangelici.
I cattolici di rito armeno sono presenti nel Levante e nella diaspora, in Armenia sono molto pochi, ho visitato la loro cattedrale a Gyumri (città tristissima a dire poco, durante l’Impero Russo si chiamava Aleksandropol e durante l’Urss Leninakan, tuttora vi è una base militare russa) e la parrocchie di Yerevan, che si trova in periferia; la chiesa cattolica di rito armeno in Armenia non ha un eparca proprio ma dipende dall’Ordinariato per l’Europa Orientale.
Non si può capire il popolo armeno se non si capisce la sua forte religiosità (conservatrice) che è sentimento non solo religioso ma anche identitario e nazionale.
Ha circa tre milioni di abitanti.
In Russia gli armeni sono molti di più.
C’è nel mondo una importante diaspora armena nel Levante dove oramai sono autoctoni, 120 mila solo a Beirut concentrati nei quartieri di Burj Hammoud e Mor Mikael e dove c’è il Catolicosato di Cilicia ad Antelias (il Catholicos di Cilicia è il secondo in grado della gerarchia della Chiesa Apostolica Armena), circa 100 mila in Turchia concentrati quasi tutti a Costantinopoli, o Istanbul come la chiamano ora,  dove c’è anche il Patriarcato Apostolico nel quartiere di Kumkapi, e nel villaggio di Vakifli nella provincia di Hatay ex Sangiaccato di Alessandretta, nella CIttà Vecchia di Gerusalemme, in Siria soprattutto ad Aleppo, Egitto (Il Cairo e Alessandria d’Egitto), Iraq a Baghdad e ad Ankawa, Amman in Giordania, Tbilisi.
C’è una comunità armena anche in Iran, a Teheran, dove ci sono la cattedrale apostolica di San Sarkis e la chiesa armeno-cattolica, e ad Isfahan dove c’è il famoso quartiere armeno di Nuova Julfa tuttora abitato da armeni, e a Yerevan c’è invece la Moschea Blu, moschea sciita dei tempi imperiali persiani ora curata dall’ambasciata iraniana.
E poi c’è la diaspora nei paesi occidentali, numerosa soprattutto negli Usa e Francia, dove conta anche politicamente ed è decisamente benestante.
In Armenia vivono pochi russi (questo da sempre), zero ebrei (l’armeno è cristiano per definizione) e una piccola minoranza di assiri (con una chiesa assira ortodossa nel villaggio assiro di Verin Dvin) e circa 30 mila curdi yezidi che hanno il loro tempio principale nel villaggio di Aknalich.
L’Armenia è un paese povero, dal 2007 al 2019 l’unica crescita che ho visto è stata quella edilizia speculativa nel centro di Yerevan, con palazzoni che ben pochi armeni possono permettersi; pochissima industria, molta dignitosa mancanza di abbondanza, al confronto di Yerevan, Baku sembra Dubai!
La cucina è quella che si trova nei paesi ottomani (con molte specialità simili a quelle turche, ma non diteglielo), più qualche influenza russa e qualche zuppa autoctona, e il vino non è male.
Veniamo all’oggi, il requiem.
Dopo l’accordo di Washington con l’Azerbaigian, che ha già strappato con la forza militare e la pulizia etnica in Nagorno Karabakh (i profughi del Nagorno Karabakh ora vivono in Armenia grazie agli aiuti che arrivano dalla Russia),  l’Armenia è inscatolata in mezzo al mondo turco (quello del genocidio) con un solo confine con la Georgia, con la quale i rapporti sono di fredda indifferenza.
E con il confine meridionale con l’Iran, con cui i rapporti sono sempre stati buoni, e con Bandar Abbas come proprio porto di riferimento, chiuso dal famigerato “corridoio di Zangezur” (significativamente chiamato con il nome azero e non con quello armeno di Syunik) a esclusivo uso turco e azero e affidato agli Usa, che lo presidieranno con i mercenari della compagnie militari private (note con la sigla PMC; saranno i mercenari smobilitati dall’Ucraina?) per 99 anni, quindi quello di fatto non sarà più territorio armeno.
Ha perso ogni sovranità.
Sì, perché bisogna sempre guardare la carta geografica, i francesi dicono che “la geografia non si può prendere a calci”.
L’Armenia oggi è un paese morto, e questo accordo ha fatto imbestialire la diaspora, che conta anche perché ha i soldi.
Se non diventerà una colonia turca o addirittura verrà annessa dall’Azerbaigian (che ne millanta la proprietà storica), lo sarà solo perché la Russia si ricorderà di lei ed eserciterà i suoi buoni uffici presso la Turchia.
E gli armeni continueranno a essere odiati sia dai genocidi turchi il cui stato profondo (Fidan ne è il capo) odia profondamente i cristiani, sia dagli azeri e pure dagli israeliani loro alleati (da seguire ciò che accade da tempo nel Quartiere Armeno della Città Vecchia di Gerusalemme).
Pensano che la Francia e la Ue li aiuteranno? Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere; come dice Ferrari, solo i disperati si rivolgono alla Ue.
Ciò che è accaduto lo prevedevano già mesi fa i milbloggers russi, che ci capiscono.
Il sorosiano Pashinyan (che dopo aver distrutto il paese vuole distruggere l’identità armena con la sua guerra contro la Chiesa Apostolica) ha dimostrato ancora una volta che essere alleati degli occidentali è fatale.

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!