Lettura del giorno dell’Assunta. Così il lezionario nasconde la vittoria di Maria
Talvolta, nelle scelte liturgiche, il desiderio di rendere il testo più breve o più scorrevole rischia di farne perdere il respiro teologico. Il rischio non è solo quello di impoverire un racconto, ma di modificarne la percezione, di alterarne la forza simbolica e perfino il messaggio. È il caso della prima lettura della solennità dell’Assunta, tratta dall’Apocalisse, dove il taglio operato dal lezionario appare non solo infelice, ma gravemente riduttivo.
Così la liturgia ci fa ascoltare:
«Si aprì il tempio di Dio nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza.
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle.
Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi;
la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.
Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito.
Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. (OMISSIONE)
La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio.» (Ap 11,19a; 12,1-6a)
Se ci fermiamo qui, l’impressione che rimane è di una scena drammatica e incompiuta: la Donna, tradizionalmente letta come figura di Maria e insieme della Chiesa, appare quasi costretta a scappare davanti alla furia del drago. L’azione si chiude in una nota amara: il male incombe, la Madre si ritira. È un’immagine che, proclamata così, può insinuare nei fedeli un’idea distorta — quella di una Chiesa e di una Madre in posizione difensiva, che si allontanano dal mondo ostile quasi in segno di resa.
Ma ecco ciò che è stato tagliato:
«Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago.
Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo.
Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli» (Ap 12,7-9).
Ecco il cuore del brano. Il combattimento e la caduta del drago non sono un episodio secondario, ma la chiave interpretativa dell’intera visione: il Figlio è rapito verso Dio non perché il male è troppo forte, ma perché il suo regno è certo; la Donna è nel deserto non come fuggitiva, ma come creatura protetta dal disegno di Dio mentre il male è già sconfitto.
Qui la liturgia si è fatta, purtroppo, “pedestre”, come direbbero certi studiosi: ha tagliato via il culmine della scena. Il risultato è che, in un giorno in cui la Chiesa proclama la vittoria definitiva della Madre e del Figlio, si lascia il testo fermo alla tensione, come se l’esito fosse ancora incerto. È un paradosso: proprio nell’Assunta, segno che il male non ha l’ultima parola, si tace la pagina in cui l’Apocalisse grida che «non ci fu più posto per essi in cielo» e che Satana è stato gettato a terra.
Origene, commentando la lotta di Michele, vede in essa il segno che «chiunque si unisce a Cristo partecipa già ora della vittoria sugli spiriti del male» e ricorda che «il deserto non è luogo di sconfitta, ma di prova e di incontro con Dio». Sant’Agostino, nelle Enarrationes in Psalmos, leggendo la caduta di Satana, parla di un evento già compiuto nella Pasqua di Cristo: «Il principe di questo mondo è stato gettato fuori, e chi resta in Lui non deve temere». Sant’Efrem il Siro, contemplando la Donna vestita di sole, vede in lei Maria come primizia della Chiesa glorificata: «Ella è la terra nuova in cui il serpente non ha più alcun potere».
Queste voci della tradizione ci dicono che il messaggio non è la fuga, ma la protezione; non l’arretramento, ma la custodia e l’attesa della piena manifestazione del Regno. La liturgia, tagliando, finisce per cambiare la prospettiva: l’immagine della Donna sembra arretrare davanti al drago, anziché vederlo precipitato sotto i piedi degli angeli.
Questo non è un dettaglio. L’omissione di un testo biblico può essere opportuna quando si tratta di evitare ripetizioni o di rendere più chiaro un messaggio. Ma qui il taglio toglie la vittoria e lascia solo la minaccia. È come se nella Veglia pasquale leggessimo l’Esodo senza l’attraversamento del Mar Rosso, o il Vangelo senza il “Non è qui, è risorto”. Si privano i fedeli della parte più luminosa della pagina, e con essa della speranza che la pagina stessa vuole suscitare.
In Maria Assunta contempliamo l’umanità già glorificata, segno certo che il male non ha l’ultima parola. La sua presenza gloriosa in cielo è l’eco della caduta del drago: là dove Satana non ha più posto, Maria regna con il Figlio. Se nel testo proclamato non si ascolta la sconfitta del male, si rischia di ridurre la festa a un ricordo devoto, anziché proclamarla come annuncio profetico del destino della Chiesa e dell’umanità.
Ecco perché il testo integrale avrebbe dovuto essere mantenuto. Non per pignoleria esegetica, ma per fedeltà al senso stesso della solennità: in questa festa, la Parola deve proclamare senza esitazione che la vittoria è già avvenuta, che il male è stato gettato giù, e che la Donna — Maria e la Chiesa — avanza sicura, nonostante le prove, verso il compimento che Dio ha preparato.



