di padre Santiago Martín
In una settimana tranquilla, come si addice alla metà di agosto – il ferragosto romano –, con la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria al cielo in corpo e anima e con il Papa che trascorre ancora qualche giorno di vacanza a Castel Gandolfo, poche sono state le notizie di interesse globale e non solo locale che hanno interessato la Chiesa. È quindi un buon momento per ricordare.
Ad esempio, sono trascorsi venticinque anni dalla pubblicazione di uno dei documenti più necessari e controversi dell’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Ratzinger, approvato esplicitamente da san Giovanni Paolo II. Mi riferisco alla dichiarazione “Dominus Iesus”, dedicata a chiarire che Cristo e solo Cristo è il Salvatore, non solo dei cattolici ma di tutti gli uomini; Egli è inoltre la rivelazione definitiva di Dio al mondo e dopo di Lui non si può aggiungere nulla a tale rivelazione. Cristo non è un profeta o un maestro spirituale tra tanti, ma è Dio fatto uomo, è la Verità piena, non soggetta ai condizionamenti culturali del suo tempo, sebbene fosse vero uomo. Ciò significava, e lo dice esplicitamente la dichiarazione, che, sebbene nelle altre religioni possano esserci elementi di verità e di bontà, solo nella Chiesa cattolica c’è la pienezza della verità e quindi solo in essa si trovano tutti gli strumenti previsti da Dio per la salvezza umana, sia la dottrina che i sacramenti; quelle religioni non sono quindi vie parallele a quella della Chiesa, attraverso le quali si può anche arrivare alla salvezza, poiché in esse esiste – dice la dichiarazione – una «grave carenza», sia per quanto riguarda l’insegnamento che gli strumenti di salvezza. Ciò implica che la Chiesa è necessaria per la salvezza, anche se Dio, nella sua infinita misericordia, può salvare chi non appartiene ad essa. Questa affermazione riguardava religioni come l’ebraismo, l’islam, il buddismo o l’induismo, ma anche tutte le altre confessioni più o meno cristiane; solo le Chiese ortodosse orientali meritano, secondo “Dominus Iesus”, questo nome (per aver conservato vescovi legittimi e sacramenti), mentre le altre, anche quelle con cui si condivide il sacramento del battesimo, non possono essere chiamate ‘Chiese’ e la dichiarazione assegna loro il nome di “comunità ecclesiali”.
La reazione al documento fu molto dura, sia all’interno che all’esterno della Chiesa, e san Giovanni Paolo II e il suo prefetto della Dottrina della Fede erano consapevoli di ciò che sarebbe accaduto prima di pubblicare “Dominus Iesus”, ma non esitarono ad affrontare la tempesta che si scatenò contro di loro perché era necessario chiarire che non tutte le religioni sono uguali quando si tratta di offrire ai propri membri i mezzi per raggiungere la salvezza, insistendo al contempo sul fatto che Cristo non era uno dei tanti, ma l’unico Salvatore del mondo, l’unico che era allo stesso tempo vero Dio e vero uomo.
In questa settimana di tranquillità estiva si è verificato un fatto insolito. La leadership dell’episcopato francese, con il cardinale Aveline in testa, ha pubblicato una nota contro una misura governativa adottata da un arcivescovo francese. È molto raro che i vescovi si critichino pubblicamente e ufficialmente, ma il fatto lo meritava. L’arcivescovo di Tolosa ha deciso di nominare a un incarico importante un sacerdote condannato nel 2006 a cinque anni di carcere per aver violentato un adolescente di sedici anni; questo sacerdote – che, nonostante ciò che ha fatto, non è mai stato ridotto allo stato laicale – è stato nominato cancelliere dell’arcidiocesi e incaricato nientemeno che della pastorale familiare. Questa decisione ha sollevato clamore in tutta la Francia che ha messo in dubbio la volontà della Chiesa di combattere gli abusi sui minori da parte del clero. Ora, il presidente e i due vicepresidenti della Conferenza episcopale di quel Paese hanno espresso pubblicamente il loro dissenso e hanno chiesto all’arcivescovo di riconsiderare tale nomina, visto lo scandalo suscitato.
Altre notizie in questa calda settimana di ferragosto. È stato reso noto che al prossimo evento giubilare delle diocesi e dei movimenti ecclesiali, che si terrà il 21, sono stati invitati sia i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X (lefebvriani) sia i membri del gruppo “Noi siamo Chiesa”, che è il settore più radicale del liberalismo cattolico, favorevole non solo al sacerdozio femminile ma anche all’ideologia di genere. È un esempio del tentativo di Papa Leone XIV di tendere la mano a tutti e il fatto che entrambe le istituzioni partecipino non significa di per sé che la Chiesa le equipari. Quel che è certo è che sarà sorprendente vedere sfilare dalla porta santa di San Pietro i tradizionalisti seguiti, non so se a breve o a lunga distanza, da coloro che sventolano bandiere arcobaleno.
Il Papa vuole unire la Chiesa. È suo dovere farlo ed è anche il suo obiettivo esplicito. Ma, come ripeto continuamente, l’unità non è possibile se non è basata sulla verità. Nemmeno la “Chiesa” anglicana, che si è concepita come un’istituzione in cui è permesso credere ciò che si vuole purché si rispetti il fatto che l’altro creda in qualcosa di completamente diverso da te, è stata in grado di sopportare le tensioni interne e si è frammentata. Senza verità non può esserci unità. Solo Cristo, che è la Verità piena, è il Salvatore e il relativismo non conduce a quella salvezza. Rendiamo grazie a Dio per il coraggio di persone come san Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger nel pubblicare “Dominus Iesus” e continuiamo a pregare per il loro successore, Papa Leone XIV.