Opinione / Perché dico sì al ponte sullo Stretto

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

l’Italia è divisa su tante cose, dal tifo calcistico al tifo politico. C’è un progetto che potrebbe unire, non solo simbolicamente, gli italiani e in particolare la Sicilia alla penisola: il ponte sullo Stretto. Siamo, tuttavia, così bravi da riuscire a dividerci anche su questo.

Siamo in Italia: crediamo nei miracoli ma sono rimasti in pochi a credere nelle promesse elettorali; eppure il miracolo di un ponte che possa collegare l’isola al continente potrebbe diventare realtà. In fondo si tratta di pochi chilometri: in Giappone, Cina, Turchia e Nord Europa hanno già costruito ponti che sono ammirati per la loro bellezza e funzionalità; perché in Italia non è possibile?

La maggior parte dei critici obietta che un ponte a campata unica così lunga non è mai stato costruito. E allora? Non sono un ingegnere ma i tecnici assicurano che è fattibile.

Quanto, poi, ai custodi dell’ambientalismo da salotto che si disperano per l’ecosistema dello Stretto, convengo sul fatto che la biodiversità locale potrebbe irrimediabilmente trasformarsi. Non credo, tuttavia, che la trasformazione sia necessariamente un male. In effetti la specie più in pericolo, che rischia davvero l’estinzione, sarebbe quella del Traiectus Charontis, noto essere a carburazione diesel che vive in branco nelle acque dello Stretto nutrendosi di biglietti sempre più cari. Si tratta di una creatura che, come il suo mitologico precursore, da decenni trasporta macchine, persone e ansie esistenziali da una sponda all’altra: è una specie molto resistente, sopravvissuta a tempeste, scioperi e ritardi che sarebbe, tuttavia, inesorabilmente spazzata via dal ponte. L’evoluzione, si sa, non perdona.

Peraltro chissà perché i paladini dell’ecologismo di maniera si stracciano le vesti per il ponte ma non fiatano di fronte a un mare solcato da barconi a volte fatiscenti che sputano gasolio. Misteri di un’isola che da sempre è stata terra di approdi e di partenze, ma soprattutto di conquista con Greci, Normanni, Arabi, Svevi, tutti arrivati inesorabilmente via mare. È ora che qualcuno arrivi via terra, senza scali, senza Caronti, senza gasolio bruciato per fare qualche chilometro di traversata.

C’è chi obietta che il ponte costa troppo. Come se in Italia avessimo mai badato al costo. Abbiamo speso miliardi in bonus a pioggia, in sussidi, in grandi opere inutili. Almeno qui spenderemmo per qualcosa che serve. In fondo anche il Colosseo e San Pietro sono costati, all’epoca, una fortuna, ma nessuno oggi si lamenta del preventivo.

Quanto, infine, a coloro che ammoniscono sulla sismicità dell’area, premesso che in zone anche più sismiche vengono costruite opere simili (vedi il Giappone e la Turchia), se vogliamo davvero evitare ogni rischio non costruiamo neppure asili e ospedali e, anzi, evacuiamo subito Messina. In realtà ritengo sia preferibile avere un ponte che cade gloriosamente piuttosto che restare per sempre inchiodati ai traghetti che cadono a pezzi un po’ per volta e ad una civiltà che rifiuta ogni forma di progresso, senza infrastrutture e senza futuro.

Il ponte, insomma, non è un capriccio. È la prova che l’Italia, ogni tanto, può pensare in grande. Un’opera che non risolve solo un problema di collegamento, ma cambia la percezione di un’isola e di una nazione. Sicilia e Italia, finalmente unite, non più da promesse o traghetti, ma da un ponte e, perché no, da molto coraggio. Il ponte non è solo cemento e acciaio: è un gesto di fiducia nel futuro; e forse è proprio questo che spaventa di più i suoi detrattori.

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