Bestemmie fra gli adolescenti / Il perché di un fenomeno e come combatterlo. Salvando il seme

Bestemmie fra gli adolescenti. Dopo il mio articolo [qui] e la testimonianza di Valentina Lazzari [qui], interviene Michela Di Mieri.

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di Michela Di Mieri

Caro Aldo Maria,

nonostante la tua scarsa frequentazione con la fascia d’età che bestemmia come neppure gli scaricatori di porto, posso assicurarti che hai tratteggiato un’analisi sostanzialmente veritiera.

Devo però aggiungere un tassello. Sarà stato per puro caso che tu e tuo nipote non abbiate colto le fanciulle a tirare improperi contro il Cielo nel suo insieme, perché ti assicuro che lo fanno eccome, quanto se non più dei colleghi maschi, e con una tranquillità che dà i brividi: far uscire quel liquame dalla bocca serve a completare l’immagine di femmina volitiva e decisa, che affronta la vita con la strafottenza dei duri, navigati dalla vita alla veneranda età di tredici anni.

Per tutto un insieme di contingenze, mi ritrovo a vivere a stretto contatto con gli esemplari di questa neo generazione e, per di più, di quelli che abitano le periferie della mia città, quelli insomma che la vulgata appella come “maranza”.

Non si creda, però, che il fenomeno sia circoscritto a qualche sacca di disagio o emarginazione: in realtà, nel nostro mondo omologato, la massima parte dei ragazzetti che si vedono in giro è informata di un idem sentire. Un sentire che definirei areligioso. Perché in loro, come notavi correttamente tu, non vi è alcun intento dissacratorio in senso stretto. La loro non è ribellione a un assetto sociale iniquo, né rabbia nei confronti di un Padreterno che non riescono a comprendere nel suo mistero, né tanto meno dolore conscio dell’animo in cerca di un senso che non si trova. È puro e semplice processo imitativo del branco senza la minima contezza di quanto le loro corde vocali emettono, è il verso istintivo dell’intercalare, è il bisogno fisiologico tutto adolescenziale di sentirsi già grandi ed è, infine, il logico quanto desolante risultato di almeno un paio di generazioni precedenti, che sono passate dall’irreligiosità, all’antireligiosità, per approdare all’areligiosità di questi nostri alieni contemporanei.

Questa generazione areligiosa non ha la capacità di offendere scientemente Dio, i Suoi santi, la Sua santissima Madre, esattamente come non ne sarebbe capace una qualsivoglia bestiolina. Il loro orizzonte non arriva a comprendere il Cielo, in nessun modo.

Ed hai ancora perfettamente dipinto il vero quando dici che non vedi adulti reagire, redarguire, in una parola educare. A mia memoria, e ti assicuro che non me ne faccio un vanto, la qui presente è l’unica bipede già ben avviata oltre la giovinezza a protestare senza troppi giri di parole ogni volta che il pugno della loro violenza verbale le arriva dritto nello stomaco.

Tentando una sommaria spiegazione del perché di questo desolante silenzio degli adulti, lo ascrivo a un sentimento di paura dalle molteplici origini. Innanzitutto, può esistere un timore pratico, perché questi branchi nel loro ondeggiare inconsapevole sono oltre. Oltre il confine del limite, che non conoscono e normalmente travalicano in parole e azioni.

Anche a me capita di provare paura. Ma sarà che mi capita di incappare in questi spiacevoli frangenti generalmente in compagnia dei miei pastori, un tedesco e un maremmano, che fungono da efficaci deterrenti per le loro teste pasturate a trap e banlieux americane, in cui vige la bestiale legge del più forte; per cui, mentre si ritirano animosamente, mi lanciano sghignazzi e improperi, ricordandomi i cani impauriti e più deboli che, scappando, continuano a ringhiottare.

E se è vero che mal comune è mezzo gaudio, si consoli la collega cinofila Valentina: siamo già ben due matte del villaggio con quadrupedi a seguito, a ricevere pernacchie per i nostri sacri sdegni espressi con carità preconciliarmente doncamillesca.

Al di là di questo timore pratico, però, secondo me ce n’è uno ben più profondo e latente, ovvero lo smarrimento di una generazione, la mia, che non ha più parole di verità da insegnare, e che si ritrova a balbettare di fronte ai frutti avariati della sua strampalata pedagogia, e rifugge dalla presa d’atto della realtà, per tema di implosione della propria pusillanimità. Al massimo ci si limita a ribadire il concetto di rispetto umano, per cui la bestemmia non è cosa buona in quanto suscettibile di offendere quelli che ancora credono in un Dio. Oltre non si va.

E dunque, che fare?

In primis riparare. In genere recito questa giaculatoria: “Lodato sempre sia il Santissimo nome di Gesù, di Giuseppe e di Maria; sempre sia lodato, il Santissimo sacramento del Verbo incarnato”.

Non so se sia quella più appropriata, ma è breve, la conosco a memoria, per cui immediatamente fruibile alla bisogna.

Esiste, però, quella ad hoc, le Lodi divine in riparazione delle bestemmie, che riporto di seguito, ripresa dal libro blu di preghiere della Fraternità San Pio X.

Dio sia benedetto:

benedetto il Suo santo nome;

benedetto Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo;

benedetto il nome di Gesù; benedetto il Suo sacratissimo Cuore;

benedetto il Suo sacratissimo Sangue;

benedetto Gesù nel SS sacramento dell’altare;

benedetto lo Spirito Santo Paraclito;

benedetta la Gran Madre di Dio Maria santissima;

benedetta la Sua santa e immacolata Concezione;

benedetta la Sua gloriosa Assunzione;

benedetto il nome di Maria Vergine e Madre;

benedetto san Giuseppe, suo castissimo sposo;

benedetto Dio nei suoi angeli e nei suoi santi.

Indi, possiamo pregare per la nostra disgraziata società, nel senso che è propriamente fuori dalla Grazia.

In ultimo, non lasciamoci sfuggire l’occasione, là dove ci si presenti, di gettare il famoso semino, il quale, se poi il terreno è buono, a suo tempo darà i suoi frutti.

Una parte del mio lavoro consiste nel fornire ripetizioni a studenti dell’età in esame. Nell’atmosfera così estranea alla loro realtà, fatta di libri che non aprirebbero mai, immagini tra cui molte sacre, mobili che richiamano tempi in cui Tik Tok doveva ancora venire e placido respiro di sottofondo dei miei pastori, alle volte capita che il rapporto uno a uno sconfini dalla consecutio temporum, e un esemplare giovane della nostra specie, preso singolarmente fuori dal branco, si soffermi ad ascoltare parole che né la scuola laicista, né familiari nei fatti non più cristiani raccontano.

Con grande decisione, ma anche delicatezza, consapevole che sto comunicando le prime lettere dell’alfabeto a un analfabeta, lascio cadere una stanghina della a, abbozzo la pancia della b, e mi fermo sulla rotondità della c.

Quindi, torno al latinorum o alla fulgida rivoluzione francese, ma, intanto, dentro di me, prego la Madre di Dio e di noi tutti, perché almeno una suggestione, una soltanto sarebbe già tanto, rimanga nella memoria di quel viso fresco.

È poco, è quasi nulla nella devastazione generale, me ne rendo conto, ma sono sempre più convinta che alla nostra generazione sia stato dato il compito di salvare, custodire e tramandare il seme. E questo è uno dei modi in cui possiamo farlo.

 

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