Lettera dalla Gran Bretagna / Così ormai mi sento straniera in casa mia
di Laura Dodsworth
In Gran Bretagna siamo sempre più sottoposti al peso delle tante persone nuove che arrivano qui. La diversità non è, come volevano farci credere, il nostro punto di forza. Sta diventando una pietra al collo del Regno Unito.
Gli impatti sono evidenti e misurabili. Potrei descrivere la situazione in termini di dati economici e criminali aggregati, ma oggigiorno li potete trovare sulla maggior parte dei quotidiani. Né voglio tornare sugli orrori delle bande di stupratori. Il disastro dell’immigrazione di massa incontrollata e il fallimento dell’integrazione culturale sono ormai ben compresi da tutti, tranne che da pochi ideologi che ogni giorno sembrano sempre più eccentrici e stravaganti.
Anziché dei giganteschi fallimenti economici, culturali e sociali, preferisco parlare dei disagi e delle irritazioni di ogni giorno. E a questo proposito, devo dire che mi sono resa conto di essere ormai un’estranea nella mia città natale.
Nel mio supermercato economico locale oggi c’erano tre donne che indossavano il burqa integrale, quello che copre tutto, compreso il viso. Vent’anni fa in Gran Bretagna se ne vedeva qualcuno, ma raramente. Lo ammetto: non mi piacciono, tanto che ho avuto numerosi contrasti con autoproclamate femministe che sostengono il diritto di scelta delle donne. Il diritto di scelta sembra una bella cosa, ma andatelo a raccontare alle donne afghane!
Qui nel Regno Unito il burqa simboleggia il rifiuto di integrarsi, anche se magari non è questa l’intenzione di chi lo indossa. Un burqa è scomodo da guardare (e da indossare, immagino), e fa sembrare una donna il più estranea possibile a tutto e a tutti, un pezzo di stoffa semovente.
La cassiera ed io ci siamo guardate. Quando i due burqa davanti a me hanno lasciato il negozio, anche la cassiera ha ammesso che non le piacciono. Ha confessato che la rendono nervosa e insicura, e io mi sono detta d’accordo con lei.
Altro episodio. Vado all’ufficio postale e l’impiegata per un bel po’ non mi degna di uno sguardo. Continua a parlare al telefono, a voce alta, davanti a me, impegnata in una conversazione per lei evidentemente molto importante. In una lingua che non è l’inglese.
Svolgere le proprie attività e fare shopping era un’esperienza ricca di interazioni cordiali e buone maniere, che rafforzavano i legami di comunità e potevano migliorarti la giornata. Adesso il tutto si è trasformato in una serie di irritanti divergenze, che logorano i legami sociali e peggiorano la giornata.
Oggi mi sono sentita come se fossi stata catapultata in un paese del terzo mondo. Ma non posso scappare e tornare a casa in aereo. Perché sono a casa.
La baronessa Louise Casey ha avvertito che alcune aree sono cambiate “in modo irriconoscibile”. Si prevede che la popolazione britannica bianca diventerà una minoranza entro il 2060. Mi chiedo: se l’attuale divario culturale mi fa sentire già oggi una straniera nella mia terra, come sarà il paese a quel punto?
Di recente, ho speso un sacco di soldi per dei buoni posti a sedere per guardare “War Horse”. Mi aspettavo di divertirmi e commuovermi, ma mi sono ritrovata a irritarmi a causa dell’uomo dietro di me.
Mentre le luci si abbassavano e calava il silenzio, emise un lungo e basso rutto che risuonò per tutta la nostra fila, e probabilmente per un raggio di dieci posti. Non ci fu da parte sua alcun tentativo di discrezione, nessuno sforzo per soffocarlo o mascherarlo. Forse nella sua cultura ruttare rumorosamente è segno di buona salute, chissà. In più indossava un cappello, cosa che un inglese a teatro non farebbe mai, in segno di rispetto per il luogo e per la persona dietro di lui. Aveva una borsa, piena di carte e involucri di caramelle, all’interno della quale frugò con entusiasmo per tutta la durata dello spettacolo. Lui e sua moglie chiacchierarono a un volume perfettamente normale, come se non fossimo a teatro ma nel loro soggiorno. Mi voltai di scatto, con gli occhi che brillavano, e sussurrai con voce maligna: “Potrebbe stare zitto!”, il che ci diede tregua per alcune scene. Poi si misero a chiacchierare di nuovo.
Non è solo il problema di una donna bianca di mezza età disturbata da uno straniero a teatro. Il problema è che questa tensione causata dalla diversità si fa sentire a tutti i livelli. Ripeto: i gravi problemi legati all’immigrazione, reali e molteplici, sono ormai evidenti: riguardano le difficoltà economiche così come la coesione sociale e la criminalità. Ma ciò che incide forse di più nella vita quotidiana è la semplice questione delle vecchie, buone maniere di casa nostra, quel collante che ci permetteva di convivere e oggi non c’è più perché i nuovi arrivati non sanno e non vogliono rispettare alcuna buona vecchia regola. E sanno di poterlo fare impunemente.
Se vi trasferite qui, se comprate un biglietto per un teatro, se lavorate in un negozio, per amore della civiltà e della decenza, potreste per favore provare, almeno un po’, a integrarvi?



