Tra fede e obbedienza. Quel dilemma sul papato
di Chris Jackson
Tra i cattolici di ispirazione tradizionale poche domande sono più assillanti di questa: un papa che insegna l’eresia può ancora essere papa? Il dibattito tocca ogni questione pratica di fede e obbedienza. I cattolici dovrebbero continuare a riconoscere un pretendente come capo visibile della Chiesa, anche se le sue parole e azioni sembrano contraddire la fede? Oppure l’eresia pubblica stessa dimostra che non è più papa?
Questa tensione è emersa in un recente scambio tra Matt Gaspers, scrittore e podcaster cattolico tradizionale, e Matthew McCusker, direttore di “The WM Review”. I due concordano sul fatto che la Chiesa sia precipitata in una profonda crisi a causa del Concilio Vaticano II e delle sue conseguenze. Entrambi credono che i fedeli debbano aggrapparsi al magistero perenne e alla messa tradizionale. Ma quando si tratta del papato stesso, prendono strade nettamente diverse.
McCusker: perché un eretico pubblico non può essere papa
Matthew McCusker difende la tesi sedevacantista, ovvero l’idea secondo cui un papa manifestamente eretico cessa di ricoprire la carica. Il suo ragionamento parte dall’aspetto visibile della Chiesa. Un eretico, sostiene, non può rimanere membro della Chiesa, e se qualcuno non ne è membro non può esserne il capo. Per McCusker, il principio è valido indipendentemente dal fatto che l’eresia sia formale o meramente materiale. Se gli eretici materiali pubblici potessero rimanere membri della Chiesa, essa perderebbe la sua visibile unità di fede.
A partire da queste considerazioni McCusker si rivolge all’insegnamento dei teologi sul Magistero ordinario e universale. Il magistero vivente della Chiesa è concepito come la “regola prossima della fede”, una guida sicura e affidabile circa tutto ciò che i cattolici devono credere. Se un papa promuove ripetutamente errori dottrinali, il magistero cessa di funzionare come regola affidabile. McCusker insiste sul fatto che ciò contraddirebbe le promesse di Cristo, quindi la conclusione più coerente è che un pretendente di tale tipo non è veramente papa.
McCusker invoca anche la massima papa dubius, papa nullus: un papa dubbio non è un papa. Se l’insegnamento pubblico e le azioni di un uomo rendono il suo papato moralmente dubbio, i cattolici non possono essere obbligati a sottomettersi a lui. In questo modo, conclude che il sedevacantismo, per quanto inquietante, preserva al meglio l’indefettibilità della Chiesa e l’integrità dell’ufficio papale.
Gaspers: il principio “riconosci e resisti”
Matt Gaspers, al contrario, rappresenta la posizione del “riconosci e resisti”. Concorda sul fatto che Francesco e altri papi postconciliari abbiano promosso errori e causato scandalo, ma mette in guardia dal trarre la conclusione radicale che la Sede di Pietro sia vacante da decenni.
Per Gaspers la distinzione tra eresia materiale ed eresia formale è cruciale. Il diritto canonico definisce l’eresia come ostinata negazione della verità rivelata. L’ostinazione deve essere provata, e nel foro pubblico ciò richiede ammonimenti e un giusto processo. Senza tale procedura, sostiene, i cattolici non possono stabilire con certezza che un papa sia caduto in eresia.
Gaspers sottolinea anche il principio dell’accettazione pacifica universale: quando la Chiesa nel suo insieme accetta un uomo come papa dopo un conclave, tale accettazione è di per sé un segno di legittimità. Considerare la sede come vacante senza tale dichiarazione rischia di frammentare la Chiesa e minarne la dimensione visibile.
Ciò non significa cieca obbedienza. Gaspers sostiene che i cattolici possono e talvolta devono rifiutare l’assenso a dichiarazioni papali non definitive che siano in conflitto con la tradizione. In quei momenti, la “regola remota della fede”, la Scrittura e la Tradizione interpretate attraverso i Padri e i concili, guida i fedeli. Ma questa resistenza non cancella il papato stesso. Piuttosto, è una salvaguardia temporanea fino a quando la Chiesa non chiarirà la questione.
Terreno comune
Nonostante le differenze, Gaspers e McCusker condividono convinzioni importanti. Entrambi concordano sul fatto che la Chiesa sia in crisi. Entrambi considerano i danni del Concilio Vaticano II e delle sue riforme come profondi e duraturi. Entrambi rifiutano l’idea che i cattolici possano inventare la dottrina da soli. Ed entrambi riconoscono il pericolo dello scisma, avvertendo che la posizione dell’altro potrebbe fratturare la Chiesa se spinta troppo oltre.
In questo senso, il loro dibattito non verte sul problema se resistere agli errori, ma su come farlo senza minare le promesse di Cristo alla Sua Chiesa.
La vera linea di faglia
Il dibattito mette in luce due modi distinti di salvaguardare l’indefettibilità della Chiesa.
McCusker insiste sul fatto che se il papato deve rimanere una regola di fede sicura un papa che cessa di insegnare in modo sicuro non può essere papa. Visibilità e apostolicità vengono preservate escludendo del tutto i pretendenti eretici.
Gaspers ribatte che visibilità e unità sono meglio tutelate insistendo sul giusto processo e sull’accettazione universale. In materia di legittimità papale la Chiesa non può affidarsi a giudizi privati concorrenti.
Ogni approccio ha i suoi rischi. Il sedevacantismo può sembrare un cortocircuito nei processi della Chiesa e non lasciare alcuna chiara via d’uscita. Il principio del “riconoscere e resistere”, se esteso indefinitamente, può svuotare il papato, lasciando i cattolici in uno stato di sfiducia permanente verso la carica che dovrebbe confermare la loro fede.
Un modello di confronto
Un punto che merita speciale apprezzamento è il fatto che Matt Gaspers e Matthew McCusker si stiano confrontando. In un mondo cattolico in cui così tanti commentatori mascherano la crisi o ricorrono a slogan, questi due fedeli hanno scelto di avviare un dialogo sincero e civile su una delle questioni più urgenti che la Chiesa si trova ad affrontare.
Gaspers e McCusker non hanno nascosto la testa sotto la sabbia. Piuttosto, stanno dando l’esempio di cosa significhi prendere sul serio la crisi, argomentare a partire dalle fonti e rimanere civili. Questo, di per sé, è un segno di fedeltà e coraggio.
Perché il dibattito è importante
Per i cattolici comuni, queste domande non sono astratte. Determinano il modo in cui si pratica il culto, a chi si obbedisce e come si insegna la fede ai propri figli. I fedeli dovrebbero continuare a riconoscere il papa pur opponendosi ai suoi errori, o concludere che la sua pretesa è nulla e priva di valore?
Il dibattito Gaspers-McCusker dimostra che non esiste una via d’uscita facile. Entrambe le posizioni ci costringono a fare i conti con la visibilità della Chiesa, la sua indefettibilità e le promesse di Cristo. Entrambe le parti chiamano i cattolici alla fedeltà in condizioni senza precedenti.
Conclusione
Lo scambio tra Matt Gaspers e Matthew McCusker è un modello di come tali dibattiti dovrebbero essere condotti: seri, caritatevoli e radicati nelle fonti della tradizione cattolica. Non concordano sul papato, ma entrambi mirano a difendere la fede in un momento di confusione.
Finché la Chiesa stessa non risolverà la crisi attraverso un insegnamento chiaro, un atto di autorità definitivo o un intervento divino, la tensione tra il “riconoscere e resistere” e il sedevacantismo persisterà. Nel frattempo, i cattolici di buona volontà possono almeno concordare su questo: la verità della fede non è negoziabile e la fedeltà a Cristo e alla Sua Chiesa è la regola ultima della resistenza.
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