Estate in montagna. Sessant’anni dopo

di Elena Palatini

1965. Agosto.

C’è un caldo fresco e arieggiato, bisogna alzarsi presto per fare qualche giro con la bicicletta nuova, vinta al concorso scolastico.

E bisogna pedalare forte sulle salite del paese di montagna.

Incontro gruppi di alpinisti che attraversano il paese con pesanti sacchi sulle spalle. Ma sono felici, te lo dicono con gli occhi: hanno scalato il monte altissimo, lassù chissà che cosa hanno visto lassù, a “un passo dal cielo “.

Incontro ovunque bambini di varie età, sprizzano gioia di vivere e di giocare. Sono loro i signori dell’estate.

Mi mandano dal fruttivendolo, mmh che profumo di funghi e di fragole, e sto lì ad ammirare quel ben di Dio, mentre sulla strada passa qualche macchina.

C’è pace, c’è gioia, conosciamo per nome i vacanzieri che ogni estate vengono in montagna dalla pianura perché qui è fresco e non c’è afa. La mattina vanno per boschi, in folti gruppi, le famiglie sono aggregate e numerose.

Il pomeriggio passeggiando in centro, poi alla messa, vivono la loro stagione di ferie vere. Ricambio, lontananza dal mondo.

E qui trovano spazio per queste esigenze.

Ora io non so spiegarmi, ma tutto questo è stato falciato via da una mano malvagia.

  1. Agosto.

Il caldo afoso soffoca ogni respiro. Mi affretto tra una folla anonima e uniforme che mi ricorda tristemente i sonnambuli di un noto scrittore tedesco.

I volti inespressivi vagano sopra un aggeggio nero col quale armeggiano seppur in cammino.

Cosa già strana, ma poi, incredibilmente, con l’altra mano guidano possenti cani dal muso insoddisfatto. Così vestiti sembrerebbero pronti per una pubblicità del super chic negozio di abbigliamento sportivo. Invece vagano pesantemente fino alla pasticceria.

Direi che si precipitano come beduini che vedono un’oasi nel deserto. Eppure a pochi metri da loro staziona il Suv malparcheggiato, dal quale sono appena scesi.

Sembra un’astronave… occupa a fatica uno spazio parcheggio, un mostro nero di ferro e alluminio alto tre metri e largo cinque. Sono loro adesso a riempire le strade strette e ripide del paesino assaltato, sono loro adesso i signori dell’estate. Hanno soppiantato i bambini. Sfrecciano guidati da anti uomini che non vedono più, non sentono più, sono pura carne.

Mi affretto, mi manca l’aria: sono volti sconosciuti e arcigni, in cui non brilla più niente se non l’ego realizzato dal possedere quei mostri che per giorni inquineranno l’aria del tranquillo borgo montano.

Suv, cane di razza, telefonino, nulla più.

Neanche le montagne, rocce millenarie che niente potrebbe scalfire, reggono più lo spettacolo dell’anti-umanità: infatti adesso franano. Così come noi piangiamo per questa morte dell’anima, della gioia.

E tu, bambina, pensavi che le estati nel tuo paese sarebbero state sempre così, lineari e umane.

Illusioni che il progresso ha ucciso.

Guardo qualche fiore, qualche albero alto e antico: “No, nessuno ci guarda più, quelli seduti in quelle grottesche e inutili astronavi passano e non sentono che ci siamo anche noi. Ci hanno tolto ogni potere. Una rivoluzione prepotente che ha distrutto il centro della vita”, sento frusciare tra loro.

SOS. fermate tutto questo, rivogliamo la nostra estate.

________________________________

Foto di A.M. Valli

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!