Bestemmie fra gli adolescenti / Altre testimonianze

Caro Valli,

confermo l’impressione condivisa da lei e dai commentatori già intervenuti. Aggiungo solo che in uno dei messaggi di Nostra Signora di Kibeho (apparizioni riconosciute ufficialmente, se non sbaglio) si parla del dilagare di un ateismo pratico, inconsapevole, dovuto all’interrompersi silente della trasmissione della fede, fenomeno che marchia la nostra generazione: “La fede verrà meno senza che ce ne accorgiamo”.

Ecco così la bestemmia come mero suono che, per motivi del tutto ignoti ai giovani che la pronunciano, crea un certo effetto negli interlocutori e un vago senso di sicurezza e di forza in chi la dice, a parte quando è biascicata come intercalare tra una sciocchezza e l’altra.

Francesco

Roma

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Gentilissimo Valli,

mi inserisco nel dibattito in questione con la seguente testimonianza. Annaffiando la sera tardi il mio giardino nella casa al mare in Sardegna, sento involontariamente una conversazione tra ragazze toscane (età sui 20/25 anni) intercalata ogni tanto da una bestemmia. Mi propongo di intervenire, ma prima che possa farlo le ragazze se ne vanno.

Il giorno dopo scopro che sono partite. Pazienza. La cosa che mi ha colpita è che non erano adolescenti, bensì giovani donne dalle quali uno si aspetterebbe tutto fuorché che dalla loro bocca escano certe parole.

Francesca Didu

Cagliari

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Caro Valli,

secondo me i ragazzi e le ragazze che bestemmiano non sanno quello che dicono, perché nessuno ha insegnato loro il senso del sacro e il rispetto nei confronti sia di Dio sia dei credenti. Raramente c’è il gusto di dissacrare, così come non credo ci sia una blasfemia consapevole. Questi giovani sono incoscienti nel senso letterale del termine: non hanno coscienza di quel che dicono e di quel che fanno. Sono stati lasciati allo stato brado. Cresciuti davanti a un video, abituati alla virtualità, hanno interazioni sociali ridotte al minimo, non si pongono domande, non riflettono, non fanno differenza tra sacro e profano, tra buono e cattivo. Questo il vero dramma, di cui la bestemmia è uno dei sintomi più evidenti.

Pesante è la responsabilità degli educatori, che evidentemente non sono tali se lasciano che i ragazzi crescano così. Tra poco saranno adulti, ma che tipo di adulti?

L. P.

Milano

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Caro Valli,

noto che fra le testimonianze ricevute da “Duc in altum” e che lei va pubblicando non ce n’è nemmeno una di un sacerdote o di una suora. Eppure preti e suore hanno spesso a che fare con i giovani, negli oratori e in tante altre occasioni. Possibile che non abbiano niente da dire in proposito? Sarebbe interessante sapere come affrontano il problema. Oppure non lo affrontano e lasciano fare perché siamo nella Chiesa dell’accoglienza e del chi siamo noi per giudicare?

Lettera firmata

Genova

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A proposito dei giovani, san Giovanni Bosco raccomandava ai suoi sacerdoti: “Non solo li dovete amare, ma devono capire di essere amati”.

Penso che i giovani che bestemmiano non si sentano amati. Magari possiedono tante cose, magari vivono anche nel lusso, ma non conoscono l’amore, non sanno che cosa sia la reciprocità, una vera relazione. Sono ragazzi deprivati, poveri dal punto di vista spirituale. Sono stati programmati solo per consumare ed è quello che fanno. Il resto non conta, o conta poco.

La prova sta nel fatto che quando li riprendo restano più stupiti che offesi. Come se in loro si accendesse una lampadina che nessuno ha mai messo in funzione. Ed ecco perché, nel riprenderli, cerco di non essere arrogante, ma il più pacato possibile. Vorrei che capissero che c’è un altro mondo, un altro orizzonte oltre a quello in cui vivono loro.

Ma i loro genitori che fanno, che dicono? Non pervenuti.

R. d’A.

Roma  

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I precedenti contributi sono apparsi qui, qui, qui e qui.

 

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