Chi sta andando contromano?

di Fabio Battiston

Sta per me volgendo al termine, per motivi familiari, un’estate particolarmente triste e dolorosa. In questa atmosfera la fede ha comunque rappresentato quell’ancora di salvezza, quella speranza cui aggrapparsi non certo per trovare effimere consolazioni né per cercare surrogati in grado di riempire vuoti esistenziali o voragini ansio-depressive. Una fede, pur sempre molto imperfetta, da misurare quotidianamente nella sua realtà e concretezza che ci viene dalla Croce e da Colui che con essa, in essa e su di essa – ha costruito un imperituro messaggio di salvezza.

Ma è proprio in queste settimane, nelle quali ho cercato di scavare nel mio “essere cattolico” per cercare di interpretarne il senso più vero, che mi sono scontrato con la solitudine di questo “stato dell’esistenza”. Una solitudine intesa come presa d’atto – ed è qui il paradosso di una relazione divenuta ormai tossica con molti tra coloro che professano la mia stessa fede. Non si tratta, è bene precisarlo, di una contrapposizione manichea tra un modo giusto o sbagliato di essere cattolico.

Tutti noi siamo alla ricerca di una via senza purtroppo essere certi che gli strumenti per percorrerla siano quelli giusti. Si tratta, molto più semplicemente o brutalmente, fate voi  della constatazione di come una realtà sia in grado di produrre, partendo da una radice comune e apparentemente indiscutibile(l’essere cattolico e il riconoscersi come tale nella società), scelte e strade molto diverse tra loro quando non addirittura inevitabilmente confliggenti. È quello che è capitato e sta capitando a me in un periodo che ormai si misura in diversi anni.

Coloro che sul blog hanno avuto l’occasione di leggere i miei contributi, infatti, ben conoscono la problematica che ho sovente trattato circa la mia appartenenza e relazione con la Chiesa cattolica temporale, così come essa si è andata configurando a partire dal Concilio Vaticano II. L’amico Aldo ha più volte ospitato i miei disperati (e disperanti) interventi negli ultimi quattro anni della brutale tirannide bergogliana. Ma qui, se così si può dire, il tema è ancora più ampio. Esso coinvolge ciò che vedo sempre più emergere nelle opinioni, prese di posizione e azioni concrete che denotano l’essere cattolico di una massa di credenti che sta impetuosamente crescendo. Una sterminata megalopoli del terzo millennio nel quale coabitano laici, ordinati, diversamente credenti, atei devoti, pseudo teisti e convinti deisti. Uomini, donne (e mettiamoci pure gli *.*, così non scontentiamo nessuno) che sembrano tuttavia essere uniti dalla comune visione di un cattolicesimo nel quale ormai da tempo non mi riconosco più edalle cui coordinate mi rifiuto di essere guidato. L’unico aspetto nel quale non si possono trovare distinzioni è l’essere peccatori, io per il primo si capisce. Ma è ben magra constatazione (e consolazione).

Da tutto questo scaturisce la domanda che mi sono posto prima di iniziare a scrivere queste note; come, dove e, soprattutto, insieme a chi essere cattolico oggi? Un quesito che, almeno per il sottoscritto, trova ogni giorno di più una risposta che si perde nel deserto.

A questo punto è necessario scendere più nel concreto per meglio far comprendere il problema cui mi riferisco. Voglio quindi proporre alcuni esempi, di importanza, portata e significato diversi ma comunque chiarificatori dello scenario cui mi trovo a convivere. Chiedo anticipatamente scusa se vi troverete un insieme di situazioni che possono apparire più un “pastiche” che una analisi rigorosa e ragionata; confesso che ora è la pancia che si esprime ma non per questo è una voce che non meriti un minimo di rispetto.

Domenica d’agosto, ore 11. Sto partecipando alla Santa Messa in un paesino della provincia romana. Al momento dell’eucaristia il celebrante si posiziona dietro l’altare lasciando ad una attempata e segaligna signora il compito di distribuire le particole. Durante questo tempo il sacerdote si dedica ad un ameno canto per allietare degnamente il rito della Comunione. I buoni e ubbidienti credenti, in fila, hanno accettato senza batter ciglio di fare la comunione in quel modo. Nessuno ha protestato né chiesto conto al sacerdote di una decisione che appariva assurda, immotivata  e totalmente irrispettosa di quel sacro momento. Non l’ho fatto neppure io, scegliendo l’unica decisione che mi è parso giusto assumere: me ne sono andato via.

12 agosto 2025. A Milano quattro zingari, minorenni farabutti, alla guida di un’auto investono e uccidono una signora di 71 anni, Cecilia De Astis. Da quel giorno non ho fatto altro che registrare da parte di molti cattolici l’accusa di razzismo verso il popolo Rom. Un’accusa rivolta a tutti coloro che avevano osato manifestare la loro riprovazione per un atto che confermava, una volta di più, le ributtanti caratteristiche di una etnia che ha sempre costruito sui disvalori l’emblema della sua esistenza. La posizione più rivoltante è stata assunta dai vescovi che, mediante la loro velina giornalistica istituzionale, hanno tuonato contro chi si è indignato per quell’evento senza mai dire una parola per le migliaia di vittime di incidenti stradali che si verificano ogni anno nel nostro paese. Pazzesco! In quei frangenti non ho potuto non ripensare con disgusto alle innumerevoli prese di posizione del Gaucho argentino (ma non solo) in favore di questo popolo e di come la Chiesa cattolica lo tenga da sempre in particolare considerazione.

Le vicende familiari che ho vissuto in questi mesi mi hanno fatto prendere coscienza delle opinioni/convinzioni che molti cattolici (almeno la gran parte di quelli con i quali mi sono confrontato)hanno ormai maturato nei confronti del cosiddetto fine vita. Da una lato ho potuto registrare una totale e giusta unanimità nell’invocare la riduzione delle sofferenze di un ammalato nella fase terminale della sua esistenza; ma se per alcuni (la minoranza) ciò doveva essere declinato in un (condivisibile) approccio alle terapie contro il dolore, per moltissimi altri l’idea ormai prevalente era quella di arrivare ad una soluzione finale manu militari, condita con i più ipocriti distinguo che in questo ambito vengono proposti riguardo all’adozione delle diverse metodologie e regolamentazioni ritenute maggiormente idonee alla bisogna. Se poi passiamo al tema dei riti funerari, si può dire che la ritualità induista della cremazione – ovviamente tradotta nella nostra “cultura” occidentale – abbia ormai preso il sopravvento tra i cattolici (con approvazione ecclesiastica) rispetto alla sepoltura tradizionale. Si pensi che nel grande cimitero di Prima Porta, nella una volta cattolicissima Roma, l’80% delle salme in arrivo vengono cremate. Per molti credenti, ormai, questo è una segno di civilizzazione!

Queste le poche “pillole” che ho voluto qui proporre. Dietro a questi piccoli esempi c’è però da anni un oceano di situazioni, realtà ed eventi nei quali posso sperimentare uno iato sempre più ampio e incolmabile tra la mia visione della vita e quella di gran parte dei cattolici con cui sono chiamato a confrontarmi. Senza scendere in ulteriori particolari, posso solo elencare le principali questioni nelle quali chi scrive è in totale incompatibilità con il comune sentire dei credenti e della Chiesa temporale, così come quest’ultima si è andata manifestando dal post concilio in poi: sacralizzazione dell’ambiente e del creato (panteismo ecologico); fideismo tecno-scientifico (vedi le mostruosità catto-Covid); multietnicità e multiculturalismo (cattolici e immigrazionismo); inclusione, condivisione, ascolto e comprensione di chiunque e per ogni questione (apertura a istanze LGBTQ, sacerdozio femminile, sincretismo religioso); democratizzazione della Chiesa (sinodalità); riti sacri (massacro e assassinio della tradizione, protestantizzazione della liturgia ); sparizione progressiva dei diritti non negoziabili (aborto e eutanasia in primo luogo). Mi fermo qui ma potrei continuare.

Quale conclusione posso trarre da tutto questo? Anzitutto il fatto che sono e, ahimè, resto un peccatore. Da questo punto di vista i miei non sono giudizi ma una lettura personale di una realtà a mio avviso sconvolgente. In secondo luogo direi che vista la sproporzione a sfavore di coloro che con me condividono gli stati d’animo qui descritti dovrebbe valere il detto che se nove persone su dieci dicono che sei ubriaco è meglio che ti corichi. O forse dovrei vedermi nei panni di un folle alla guida di un’auto che sta sfrecciando allegramente contromano in autostrada? La risposta più sensata semplicemente…non c’è. Non so e non pretendo di essere io il sobrio o colui che tiene saggiamente la destra nella giusta carreggiata. Forse cè un po’ di follia e di sobrietà in tutte le posizioni che si scontrano, ma questo è uno zero a zero al quale non voglio sottostare. Non ho mai concordato con l’et-et tanto caro al pur apprezzatissimo Vittorio Messori. Per me vale il sì-sì, no-no.

Posso solo dire che se la ragione è dalla parte di coloro che debbo considerare i mei fratelli in Cristo e nella fede ma acerrimi nemici nella sostanza della sua attuazione si prepara per me un ben triste destino. Ma voglio avere ancora una speranza. Grazie a tutti per la pazienza.

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