Stare a osservare mentre Roma brucia?

di Chris Jackson

Il professor Peter Kwasniewski un tempo si considerava il grande polemista della tradizione cattolica. Metteva in guardia contro la rottura, il tradimento, la confusione. Analizzava le parole di Francesco con precisione, condannava con furia la “Traditionis custodes” e contribuiva a radunare un’intera generazione di cattolici affinché riconoscesse che era in corso uno smantellamento dall’interno.

Dopo i “Responsa ad dubia” del 2021, il professore non usò mezzi termini: si trattava di una “bomba atomica” contro la tradizione, elaborata da “teppisti mafiosi”, carica di “malizia, odio e crudeltà”, e i cattolici erano obbligati a resistere. In un altro saggio, mise in guardia da un “papato rinnegato” e definì il pontificato di Francesco un “collasso”. Lamentò il fatto che “quasi nessun prelato di alto rango… sia disposto a opporsi all’attuale papa… o a organizzare una resistenza attesa da tempo”.

Questo era il Kwasniewski che conoscevamo. Ora invece, di fronte all’abbraccio di Leone XIV a James Martin, alla sua conferma dei vescovi che sostengono l’ordinazione delle donne, al suo elogio di Francesco e del Documento di Abu Dhabi, alla sua silenziosa applicazione della “Traditionis custodes”, improvvisamente il professore ha scoperto la virtù della calma.

Lo stesso uomo che tuonava contro il programma di Francesco ora alza le spalle: “È il mio papa e prego per lui. Mi opporrò ai suoi errori, ma non sono a favore o contro lui”.

Ben lungi dall’essere vigilanza, questa è rassegnazione.

Secondo il nuovo schema di Kwasniewski, dovremmo farci prendere dal panico solo se il papa proclamasse solennemente un’eresia ex cathedra, solo se abolisse universalmente la messa in latino o inventasse un sacramento per le unioni sodomitiche. In caso contrario, il nostro dovere è accendere candele, rilassarci e aspettare.

Ma questo è falso. La Chiesa non ha bisogno dell’infallibilità papale per essere corrotta; si corrompe quando l’errore viene normalizzato, quando l’eresia è premiata, quando gli scismatici sono lodati e i vescovi scelti per fomentare la ribellione contro la legge di Cristo.

È proprio questo lento dilagare del marciume – ambiguità dottrinale, veleno pastorale, abuso sacramentale – che ha divorato la vita cattolica dal Concilio Vaticano II. E ora Kwasniewski, un tempo impegnato a identificarlo, condannarlo e contrastarlo, chiede di tollerarlo.

Kwasniewski si scaglia contro coloro che continuano a lanciare l’allarme, caricaturandoli come isterici che gridano “il cielo sta cadendo”. Sogghigna, dicendo che agitarsi per gli atti papali è “follia” e insiste sul fatto che dobbiamo smettere di osservare ogni mossa di Roma.

Ma questi cosiddetti allarmisti stanno semplicemente seguendo il suo vecchio copione. Stanno facendo quello che lui ha fatto durante gli anni di Francesco: sottolineano che il papato è diventato la piattaforma dell’errore, che la rivoluzione avanza non solo nei documenti, ma anche nei gesti, nelle nomine e nel simbolismo.

Rinunciare alla denuncia non è prudenza, ma ipocrisia. È come se lo studioso si rivoltasse contro i suoi discepoli per essersi rifiutati di deporre le armi mentre è lui che si è stancato di combattere.

Si può solo immaginare cosa avrebbe detto Kwasniewski se qualcuno subito dopo “Traditionis custodes” gli avesse consigliato: “Calmati. Non reagire in modo esagerato. Non fare il professore arrabbiato. Finché il papa non proibirà del tutto la messa tradizionale e non inventerà un sacramento per la sodomia, prega e goditi i paramenti”.

Il “vecchio” Kwasniewski avrebbe respinto tutto ciò con decisione. Avrebbe avvertito che un simile consiglio è suicida, un patto col diavolo che baratta la resistenza con il conforto.

Eppure eccoci qui. Appollaiato sulla collina, pipa in mano, il professore sorride alle nuvole mentre la basilica di San Pietro brucia in lontananza. Se per Kwasniewski le mosse di Leone XIV non necessitano di una resistenza, che cosa dovrebbe succedere ancora?

Il papa ha ricevuto in udienza padre James Martin, iniziativa ampiamente riportata dai media come segno di continuità con il programma Lgbtq di Francesco. Ha confermato Beat Grögli vescovo di San Gallo nonostante Grögli abbia dichiarato pubblicamente che l’argomentazione teologica contro l’ordinazione delle donne è “debole”, consideri il celibato facoltativo e sostenga la benedizione delle coppie omosessuali. A Charlotte, nella Carolina del Nord, il vescovo Michael Martin ha annunciato la fine delle celebrazioni parrocchiali della messa tradizionale citando la “Traditionis custodes” e Roma ha lasciato fare. Nel frattempo Francesco è stato praticamente canonizzato da papa Leone, che nei suoi primi discorsi lo ha presentato come un modello di santità. Ricordiamo poi l’elogio di Isacco di Ninive, un mistico nestoriano che negò Calcedonia e promosse l’universalismo, definito un “grande padre orientale” e trattato come un santo. Inoltre ha chiamato le comunità scismatiche “chiese cristiane sorelle”, contraddicendo direttamente la “Dominus Iesus”, secondo la quale la Chiesa è madre, non “sorella”. E che dire degli elogi per “Fratelli tutti” e il Documento di Abu Dhabi, che proseguono il programma di Francesco basato sulla sinodalità, sulla fraternità interreligiosa e sull’universalismo antropocentrico?

Questi solo alcuni esempi.

Sotto Francesco, Kwasniewski sosteneva che i comandi ingiusti non vincolano nessuno, che i cattolici a volte devono resistere all’autorità e che le pene inflitte per la fedeltà alla tradizione sono nulle e prive di valore. Ora invece, sotto Leone, sostiene che a meno che non si arrivi a un’eresia definita infallibilmente, a un divieto universale della messa tradizionale o a un rito apposito per il matrimonio sodomitico, dovremmo calmarci.

La contraddizione è lampante. Se la resistenza era un dovere morale quando il programma veniva imposto in modo sgradevole e brutale, non può essere abbandonata solo perché lo stesso programma viene promosso con il contorno di canti e pizzi e un tono più pacato.

Ciò che il professore predica ora non è prudenza, ma quietismo. È la stessa tentazione che ha sempre tormentato i cattolici tradizionali: accettare di stare in un angolo, godersi l’incenso e lasciare che Roma continui la sua rivoluzione incontrastata.

Ma questa non è la testimonianza dei santi. Atanasio non è rimasto in silenzio. Lefebvre non è rimasto in silenzio. Hanno combattuto: perché il silenzio di fronte all’errore è resa.

Il professore dice che continuerà a “resistere agli errori”. Ma la resistenza senza voce non è resistenza, è una ritirata. E ritirarsi in questo momento è tradimento.

La Chiesa non ha bisogno di ulteriore confusione. Non ha bisogno di studiosi che spieghino perché sia ​​nobile rimanere in silenzio mentre i vescovi promuovono l’ordinazione delle donne e i papi abbracciano James Martin. Ha bisogno di chiarezza, coraggio e verità senza compromessi.

Se le sentinelle si addormentano solo perché il nuovo papa è uno che sorride, le pecore saranno divorate lo stesso. Peter Kwasniewski ci ha insegnato questa lezione. E ora è tragico vedere che la sta abbandonando.

I martiri hanno donato il loro sangue per mantenere viva la fede. A noi ora viene chiesto il silenzio. Dio non voglia che accettiamo.

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!