Il deserto e l’appartenenza
di Daniele Trabucco*
Diversi sacerdoti e fedeli, travolti dalla crisi della liturgia, dalla banalizzazione della catechesi, dalla perdita del senso del sacro, dallo svuotamento della disciplina ecclesiastica e dal neomodernismo imperante, sperimentano un’inquietudine legittima e persino salutare: l’anima non si rassegna a un culto impoverito, a una predicazione che smarrisce il deposito ricevuto, a un governo pastorale che pare dimenticare la tradizione vivente, a pastori abili oramai in analisi sociologiche e organizzazioni pastorali piuttosto che nella trasmissione del mistero di Dio nella vita dei fedeli. Da qui nasce la tentazione di “uscire”, ossia di abbandonare la vita della propria diocesi, di sottrarsi al legame concreto con la Chiesa locale per rifugiarsi in comunità percepite come oasi di ortodossia e di tradizione. Questa scelta nasce il più delle volte da dolore e desiderio di autenticità. Tuttavia, pur comprendendone la radice, essa rimane un errore, perché presuppone una falsa concezione della Chiesa e della fedeltà a essa dovuta.
Il primo equivoco consiste nel pensare che la Chiesa si identifichi con la sua espressione liturgica contingente o con le forme pastorali adottate in un tempo storico. La crisi postconciliare, con l’imposizione di un rito nuovo e con le molteplici deviazioni interpretative che ne sono seguite, ha certamente generato ferite profonde e drammatiche. Tuttavia, il legame con la propria Chiesa particolare non è una scelta estetica o disciplinare: è un vincolo sacramentale ed ecclesiologico. La diocesi è il luogo in cui il fedele partecipa alla Chiesa universale, il vescovo è il principio visibile di unità e la comunione con lui, pur nella debolezza dei suoi atti e dei suoi errori, è parte integrante della comunione con Cristo. Rompere questo legame, in nome della fedeltà alla dottrina cattolica, significa sostituire al principio oggettivo dell’unità il criterio soggettivo della selezione. La verità diventa così subordinata al gusto o alla sensibilità e la fedeltà si riduce a ricerca di consolazione. Il secondo errore, di natura canonica, è quello di ritenere che si possa, sia pure con grande sofferenza e travaglio, “scegliere” la propria comunità in base a criteri di maggiore conformità alla tradizione.
Il diritto canonico insegna che il battezzato appartiene a una Chiesa particolare, con un pastore proprio, e che l’ordinamento della Ecclesia Christi non è un libero mercato di giurisdizioni, bensì un ordine sacramentale e gerarchico. È certo lecito, e talora doveroso, denunciare abusi, resistere ad errori, custodire la vera tradizione nella vita personale e familiare, ma questa fedeltà non può mai trasformarsi in abbandono della Chiesa locale, come se la grazia sacramentale potesse essere separata dall’obbedienza ecclesiale. Il sacramento e la giurisdizione non sono entità parallele: essi sono intrecciati in un ordine soprannaturale che Cristo stesso ha voluto. Si potrebbe sostenere che non tutte le comunità verso le quali alcuni fedeli o sacerdoti si orientano sono scismatiche o ereticali.
Esistono realtà che, pur custodendo la liturgia tradizionale e ponendo questioni serie e corrette circa la riforma liturgica, la catechesi e la pastorale, non hanno spezzato il vincolo della comunione con la Sede Apostolica. Rifugiarsi in tali comunità, allora, non significherebbe propriamente “abbandonare la Chiesa”, ma piuttosto cercare un contesto più idoneo a vivere la fede cattolica in pienezza. In questo senso, la scelta potrebbe apparire legittima, anzi persino doverosa, perché conforme al diritto dei fedeli a ricevere la liturgia e la dottrina nella loro integrità. Né si può negare che la bellezza del culto, la profondità della predicazione e la solidità della vita comunitaria, che spesso si sperimentano in questi luoghi, costituiscano un bene reale, capace di suscitare consolazione spirituale e di sostenere la fede. La distinzione è corretta e non va ignorata. Tuttavia, il problema non si riduce al fatto che alcune comunità siano o meno formalmente scismatiche. Anche quando non lo sono, e anzi mantengono la comunione con la Chiesa, la scelta di un fedele o di un sacerdote che abbandona stabilmente la propria diocesi per rifugiarsi altrove non è priva di rischi ecclesiologici. Essa, infatti, può alimentare un criterio selettivo e soggettivo di appartenenza, per cui il fedele non riconosce più nel vescovo diocesano il principio visibile di unità, ma si affida a una comunione parallela, percepita come più pura. In tal modo, ciò che nasce come legittima iniziativa di edificazione spirituale rischia di trasformarsi in un principio centrifugo che, di fatto, indebolisce l’unità ecclesiale.
La bellezza del culto e la ricchezza delle comunità tradizionali devono, dunque, essere accolte come un dono e vissute, ma mai come alternativa al vincolo sacramentale e gerarchico che lega il fedele o il sacerdote alla sua Chiesa particolare. La tradizione autentica non consiste nella separazione di fatto, quanto nella testimonianza fedele e spesso dolorosa all’interno della propria diocesi, là dove la grazia opera anche attraverso le oscurità. Solo così l’unità visibile con il Vescovo, principio di comunione e di cattolicità, rimane intatta e feconda e la fedeltà diventa realmente costruttiva per l’intero Corpo ecclesiale.
Il terzo aspetto, di natura filosofico-teologica, riguarda la comprensione stessa della prova. La crisi della Chiesa non è il segnale che essa abbia perduto la sua identità: è la manifestazione che il mistero della croce la percorre nel tempo. L’anima fedele, ferita dal degrado liturgico, pastorale e dottrinale che sono innegabili, è chiamata non a fuggire ma a resistere, come il chicco di grano che muore nella terra. La tentazione di sottrarsi alla comunione visibile per trovare rifugio in comunità più rassicuranti equivale, paradossalmente, a negare la forza purificatrice della prova e a non credere che la grazia possa agire anche in un deserto spirituale. È la logica della resurrezione a dare senso alla fedeltà nella notte: la Chiesa vive della promessa indefettibile del suo Signore, non della brillantezza delle sue liturgie o della santità manifesta dei suoi pastori. La fedeltà autentica non è, dunque, misurata dalla bellezza del rito o dalla rettitudine della prassi. Essa è misurata dalla permanenza nel vincolo oggettivo della comunione.
Non è la “fuga”, benché meditata e sofferta, che salva, quanto la perseveranza. Non è l’abbandono della propria Chiesa particolare che preserva la fede, ma la sua custodia interiore nella fedeltà anche dolorosa. La storia dei santi mostra questa verità: essi hanno resistito dentro la Chiesa, mai contro di essa. La tradizione si conserva non nel rifugio separato, bensì nell’obbedienza feconda e nella testimonianza coraggiosa, capaci di trasformare, dall’interno, ciò che appare ferito. L’unica via è rimanere, perché solo così si partecipa veramente alla vittoria della Sposa, che anche nelle notti più oscure rimane indissolubilmente unita al suo Sposo.
*professore stabile in Diritto costituzionale e Diritto pubblico comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario San Domenico di Roma. Dottore di ricerca in Istituzioni di Diritto pubblico



