A proposito di libertà d’espressione
di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
lo scrittore e comico irlandese Graham Linehan è stato recentemente arrestato all’aeroporto di Londra. Fermato, interrogato e infine rilasciato con l’ingiunzione di non usare più i social. Tutto questo sembrerebbe per una battuta contro i transgender e per altre frasi in cui manifesta apertamente tutto il suo disappunto, perfino odio, per le teorie transgender e i suoi sostenitori.
Quanto alla battuta («Se un uomo transgender si trova in uno spazio riservato alle donne sta commettendo un atto violento. Fate una scenata, chiamate la polizia e se la cosa non si risolve dategli un pugno nelle palle», alludendo al fatto che le donne sono di solito più basse degli uomini e quindi un eventuale pugno sarebbe facilmente diretto alle parti intime anziché al volto), la trovo brutta e di cattivo gusto; rimane, tuttavia, pur sempre una battuta.
Siamo davvero arrivati al punto in cui l’umorismo, l’ironia, persino la provocazione devono finire sotto processo? Davvero si può arrestare qualcuno per una battuta infelice o brutta?
Quanto alle frasi d’odio, fino a quando non costituiscono istigazione a commettere reati, possono e devono essere stigmatizzate e criticate, anche pesantemente, ma non dovrebbero costituire ragione per incarcerare una persona. Un conto è dire «Odio gli eschimesi» (spero non me ne vorranno per l’esempio), un conto è dire «Odio gli eschimesi, sto preparando una spedizione al Polo Nord per eliminarli tutti dalla faccia della terra e invito tutti voi a unirmi a me per farli fuori».
La libertà di espressione non è fatta per proteggere i discorsi gentili, ma proprio quelli sgradevoli, urticanti, persino stupidi.
Il paradosso è che queste misure liberticide vengono prese in nome della tolleranza e dell’inclusione. In realtà non c’è niente di più intollerante che punire penalmente una frase. Lo Stato non ha il compito di difenderci dall’ironia (anche se idiota o becera) o dalle opinioni altrui quando non sfociano nella diffamazione, nella calunnia o nell’istigazione alla violenza: ha il compito di garantire la libertà.
Parafrasando il buon Totò, «tutti hanno il diritto di essere cretini, ma lei esagera!». Il prezzo dell’esagerazione non può essere, tuttavia, il carcere, ma la disapprovazione, il biasimo, e, per le battute infelici, il silenzio imbarazzato della sala, non certo la prigione. L’alternativa è la polizia del pensiero, la psicopolizia di orwelliana memoria. Quella, purtroppo, non fa mai ridere e può colpire ognuno di noi anche perché potrà essere sufficiente, nel nome dell’inclusione, una battuta fuori posto per essere considerati senz’appello colpevoli.



