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Vienna, 12 settembre 1683, una data decisiva. Nel nome di Maria

Il 12 settembre è una data decisiva nella storia dell’Europa e dell’umanità. Ci ricorda la battaglia di Vienna del 1683, che segnò la fine dell’assedio ottomano e fermò l’espansione ottomana in Europa. Dopo questa vittoria cristiana, guidata da Giovanni III Sobieski, il papa Innocenzo XI istituì la festa del Nome di Maria il 12 settembre per commemorare la vittoria ottenuta per intercessione della Vergine.

Le operazioni militari

L’8 luglio 1683 gli ottomani attaccarono il Sacro Romano Impero, muovendo dall’Ungheria e giungendo a Vienna il 13 luglio. L’esercito musulmano, guidato dal gran visir Kara Mustafà, era una compagine dai numeri eccezionali, essendo composto da circa 200 mila militari. Iniziò per i viennesi, che potevano contare solo su 11 mila combattenti, un durissimo assedio, condotto principalmente con una guerra di mine. Se l’obsoleta artiglieria turca non era, infatti, in grado di impensierire le possenti mura austriache, gli ingegneri musulmani erano tra i migliori nella progettazione di trincee d’approccio e nella guerra di mine e contromine. Questa impostazione non escludeva, tuttavia, assalti ai bastioni e scontri corpo a corpo, mentre in città divampava un’epidemia di dissenteria.

La situazione internazionale e l’ambiguità francese

L’imperatore Leopoldo I aveva lasciato la capitale, affidandone la difesa al conte Ernst Rüdiger von Starhemberg, e si era ritirato a Linz, al fine di organizzare la resistenza. Da lì tesserà una rete diplomatica, coadiuvato, a Roma, da papa Innocenzo XI. La cristianità si presentava divisa, in quanto il re di Francia, Luigi XIV, si era segretamente alleato con i musulmani, sperando di ricavare vantaggi dalla caduta del Sacro Romano Impero. Egli non fornì alcun apporto alla difesa di Vienna, limitandosi a ordinare un’inutile azione di disturbo operata da una squadra navale contro Algeri.

L’opera pontificia, tuttavia, portò importanti risultati. I religiosi inviati da Roma, tra cui Marco d’Aviano, riuscirono ad appianare molte delle discordie esistenti tra i sovrani, coda della disastrosa guerra dei trent’anni.

L’opera del padre Marco d’Aviano

Marco d’Aviano, padre cappuccino, si rivelò un diplomatico d’eccezione. Il suo capolavoro, esiziale per i musulmani, fu conciliare le rivalità esistenti tra polacchi e austriaci. Convinse l’imperatore e il duca Carlo V di Lorena a non assumere il comando dell’armata cristiana, in modo da lasciare tale incarico al re di Polonia Giovanni III Sobieski, la cui presenza nell’alleanza era imprescindibile, e andava pertanto incoraggiata anche con lusinghe di questo tipo.

La vittoria miracolosa

Vienna era allo stremo: i bastioni iniziavano a cedere e sempre più brecce si aprivano nelle mura mentre i difensori erano provati dagli assalti quotidiani. All’alba del 12 settembre Marco d’Aviano celebrò la messa al campo, avendo come chierichetto il re di Polonia. Dopo la benedizione l’armata cristiana, formata da 65 mila soldati, affrontò ben 200 mila musulmani. Tra le file cristiane vi era anche il giovane Eugenio di Savoia Soissons, al suo battesimo del fuoco. La battaglia durò tutto il giorno, terminando solo con la violentissima carica degli ussari alati polacchi, guidati da loro sovrano in persona. Gli ottomani vennero travolti, lasciando sul campo più di 20 mila morti oltre ad armi, bottino ed equipaggiamento. Le perdite cristiane furono relativamente limitate, assommando a duemila unità. Questa vittoria, sulla carta assai improbabile in generale e assolutamente impossibile in quelle dimensioni, fu subito attribuita a un miracolo.

I festeggiamenti nei documenti

La notizia della vittoria fu accolta in quasi tutta Europa con grande entusiasmo. Re Sole ebbe un travaso di bile, ma per il resto degli europei fu un tripudio.

Ne sono testimoni le coeve lettere del fondo Avvisi e notizie dall’estero di Modena, raccolta di corrispondenze dei vari ambasciatori o incaricati d’affari, i quali riferivano a Modena quello che accadeva nei Paesi in cui risiedevano (attività ancora oggi svolta dai diplomatici). Ne riportiamo qualcuna a titolo esemplificativo.

Il 21 settembre il conte della Torre scriveva da Venezia, riferendo che era giunto un corriere da Graz con la corrispondenza del giorno 14: questa riportava la «sconfitta totale dell’essercito turco», che aveva «perduto tutto il bagaglio, cannoni e stendardo regio», oltre a migliaia di uomini. Nella città lagunare, dopo un sentito Te Deum, «l’allegrezze, le feste e le dimostrazioni che si fanno dal popolo tutto per un simile successo sono inesplicabili e per nessuna vittoria di questa Repubblica in tempo della propria guerra è stato mai fatto tanto».

Il corrispondente da Roma, il 25 settembre, scriveva che l’annuncio della vittoria era giunto il giorno 21: «Il grido de gli applausi fatti dalla pietà di questo popolo la medesima notte con fuochi e luminarij fu grande, e maggiore ne sarebbe seguito il giorno appresso se gli fosse stato permesso, aspettandosi un più distinto ragguaglio di tutte quelle particolarità che si potranno ricavare degne di perpetua memoria». Verificata la notizia, dopo alcuni giorni, i festeggiamenti ripresero, così come riportato nella successiva missiva del 2 ottobre «continuarono la sera di sabbato passato le luminarie e fuochi per questa città in sì gran copia e con tante inusitate e non mai praticate allegrie che ben si conobbe l’estremo giubilo del popolo e di tutta questa corte per la liberazione di Vienna e gran vittoria ottenuta. Il papa ordinò che la medesima sera fosse fatta la solenne girandola, e fuochi a castello come seguì, e per Roma non si vidde altro tutta la notte, che varie truppe che conducevano in trionfo il gran visire, chi sopra un asinello, chi dentro una gabbia, e chi in una foggia e chi in un’altra, tirando seco tutto il popolo dietro sì curiosi spettacoli».

Da Londra, il 4 ottobre, si comunicava che «tutti li discorsi sono sopra la vittoria ottenuta contra turchi et la liberatione della città di Vienna. Da questo popolo la nuova è stata ricevuta con un generale applauso eccettuata da alcuni che seguitano il partito francese ed altri dell’istessa natione».

Anche le notizie da Genova, del 9 ottobre, riferivano di una gran festa seguita alla comunicazione della vittoria, il 2 e 3 ottobre «con fuochi, girandole et altri artificiati». Le finestre delle case vennero illuminate «e contro l’espettatione commune concorse anche in farle l’inviato di Francia mons. S. Olon con torchie non solo alle finestre fuochi artificiali, ma con dispensar pane a poveri, che vi concorsero in qualche numero, cosa che non è piacciuta, parendo ch’egli procacci studiosamente troppo l’occasione d’attrahere la plebe».

Anche se le popolazioni si limitavano a percepire solo l’immediatezza della vittoria, senza valutarne le implicazioni politiche, l’evento fu davvero uno snodo della storia. Si chiudeva l’epoca dell’espansionismo musulmano e si gettavano i presupposti per la prossima liberazione dell’Ungheria, della Transilvania e della Croazia. L’impero ottomano, da allora, divenne il “grande malato d’Europa”, tenuto in vita perché necessario per la stabilità della zona: i calcoli politici avevano definitivamente soppiantato lo spirito di crociata.

Il Santissimo Nome di Maria

L’assedio di Vienna fu un episodio importantissimo per la storia europea, i cui riflessi resistono ancora oggi nella storia del costume.

Papa Innocenzo XI, che come abbiamo visto aveva promosso quell’azione bellica, era convinto che la vittoria fosse dovuta all’intercessione della Madonna. Per questo motivo volle che il 12 settembre si festeggiasse il Santissimo Nome di Maria, che divenne anche l’intitolazione di una chiesa fatta costruire in Roma, al Foro Traiano.

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Aldo Maria Valli:
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