Dibattito / Crisi nella Chiesa: uscire o stare in diocesi?

di Antonio Polazzo

Caro Aldo Maria Valli,

le considerazioni proposte dal professor Trabucco [qui] contro la tentazione di “uscire” dalla diocesi (le virgolette sono sue) sembrano non tener conto che la crisi nella Chiesa che tutti stiamo vivendo tocca direttamente la fede: la dottrina della fede e l’atto di fede che ciascuno di noi compie quotidianamente.

Dico che sembrano non tenerne conto perché non è chiaro, almeno al sottoscritto, se per il professore l’essenza della crisi riguardi la negazione/contraddizione della fede da parte dei “papi conciliari” e dei vescovi in comunione con essi (insomma da parte della “gerarchia ecclesiastica”) oppure riguardi altro.

Se il disastro che abbiamo di fronte riguardasse altro (come reputa quella parte del mondo tradizionalista – sarebbe forse meglio definirlo semi-tradizionalista o vagamente conservatore – che vuole vedere sostanziale “continuità” tra pre-concilio e post-concilio) dovremmo concludere che le considerazioni del professore sulla necessità di “stare in diocesi” sono corrette.

Ma se quella che appare essere la gerarchia cattolica contraddice realmente la fede (come constata apertamente una parte del mondo tradizionalista: sedevacantisti, lefebvriani e altri) allora le sue considerazioni risultano totalmente infondate.

Nella Chiesa tutto si fonda sulla fede. Dice san Tommaso che la Chiesa è costituita sulla fede e sui sacramenti della fede (Summa IIIa q. 64 a. 2 ad 3um).

Sulla fede si fonda lo strettissimo legame di dipendenza e sottomissione di ogni fedele all’autorità della Chiesa.

Se la Chiesa (il papa e i vescovi in comunione con lui) ci dice che una cosa è contenuta nella Rivelazione noi non possiamo non credere che ciò sia vero. La gerarchia della Chiesa, a cominciare dal suo vertice, il papa, è per la fede.

Ora, il professor Trabucco certamente riconosce che è metafisicamente impossibile credere contemporaneamente come vere due dottrine che si contraddicono. Se dunque l’essenza della crisi nella Chiesa riguarda la pubblica e istituzionalizzata negazione/contraddizione della fede da parte dei “papi conciliari” e dei vescovi in comunione con essi allora il fedele che constati la realtà di questa contraddizione e volesse “stare in diocesi”, riconoscere cioè come vere autorità della Chiesa questi “papi” e questi “vescovi”, come potrebbe compiere l’atto di fede?

Per credere a ciò che propone a credere questa “gerarchia”, egli non potrebbe credere (nemmeno se volesse: non potrebbe farlo per necessità metafisica) a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Per “stare in diocesi” dovrebbe cioè abbandonare la fede.

Qui non si tratta delle sofferenze che un’anima può avere per un vescovo di una chiesa locale debole, confuso, ambiguo o criptomodernista, o che ci impone qualcosa di buono ma meno buono di ciò che vorremmo. Qui si tratta dell’apparente gerarchia ecclesiastica che impone alla Chiesa una religione diversa da quella cattolica.

Qui si tratta della fede.

*

di Daniele Trabucco

Gentilissimo Antonio Polazzo,

mi permetto di raccogliere le sue puntuali osservazioni perché mi consentono di chiarire ulteriormente la mia posizione.

È vero che la crisi che stiamo vivendo tocca direttamente la fede: non sarebbe serio ridurla a un semplice problema disciplinare o organizzativo. È altrettanto vero che la fede, nella sua duplice dimensione di contenuto rivelato e di atto libero e soprannaturale, costituisce il fondamento stesso della Chiesa. Su questo siamo perfettamente d’accordo. Tuttavia, la questione decisiva è come valutare teologicamente questa crisi, quali siano i suoi limiti e quale debba essere la reazione dei fedeli.

Lei ritiene vi sia una contraddizione metafisica tra ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e ciò che l’autorità attuale insegna. Ora, perché tale contraddizione sia reale e non solo apparente occorre dimostrare che il papa e i vescovi in comunione con lui abbiano imposto come oggetto di fede, con atto magisteriale definitivo e universale, dottrine opposte al deposito rivelato. Questo non è avvenuto. È avvenuto invece che, nel livello non definitivo del magistero e ancor più nella prassi pastorale, sono state introdotte ambiguità, cedimenti, formulazioni equivoche o persino orientamenti difficilmente conciliabili con la tradizione. Ma un fedele cattolico è vincolato con l’atto di fede solo a ciò che la Chiesa propone infallibilmente come rivelato. Tutto ciò che non ha questo carattere richiede certamente rispetto e ossequio religioso, come prescrive il Codex iuris canonici, ma non con lo stesso grado e non a costo di contraddire il deposito. Dire che “stare in diocesi significa abbandonare la fede” è una conclusione che scivola nell’errore ecclesiologico. La comunione visibile con il vescovo e con il romano pontefice appartiene, infatti, alla forma cattolica della fede: non è un elemento accidentale, ma essenziale. Non a caso la tradizione conosce la possibilità di resistenza, di riserva, persino di rifiuto di assenso a un insegnamento non definitivo se in esso appare un pericolo per la fede, senza che questo comporti la rottura della comunione. San Tommaso stesso ammette che ai superiori, anche al papa, si possa resistere se minacciano la fede, ma sempre nella carità e nella comunione. È questa la via cattolica: fedeltà alla fede e fedeltà alla Chiesa, non in alternativa ma insieme.

Se la sua posizione fosse corretta, dovremmo concludere che l’indefettibilità della Chiesa è venuta meno, che lo Spirito Santo non assiste più il corpo ecclesiale e che il singolo credente, con il suo giudizio privato, deve decidere dove sia la vera Chiesa. Eppure, questa è la via del donatismo, non della cattolicità. La storia ci insegna che, nelle grandi crisi, basti pensare all’arianesimo, molti vescovi hanno errato e hanno introdotto confusione, ma la Chiesa non ha cessato di essere la Chiesa. I santi non si sono costituiti in contro-Chiesa, non hanno “abbandonato la diocesi”, ma hanno perseverato nella comunione, resistendo e confessando la fede.

Rimanere nella Chiesa, allora, anche quando l’autorità sembra insegnare l’opposto, non significa rinnegare la fede, ma anzi custodirla nella sua forma propria: ecclesiale, visibile, gerarchica. La vera problematica è quella di assolutizzare l’attuale crisi, pervenendo a mettere sullo stesso piano livelli diversi di magistero. Il rischio, peró, è quello di ridurre l’ecclesiologia cattolica a un giudizio soggettivo. Così facendo, si pretende di salvare la fede separandola dalla Chiesa, quando invece fede e Chiesa sono inseparabili.

Con stima fraterna.

 

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