Ritorno alla Bellezza. La mia esperienza di mamma di cantori
di Elena Martinz
Caro Aldo Maria,
faccio seguito alla mia lettera che avevi pubblicato sul “Vespro alla Vergine” di Monteverdi [qui] per far sapere a tutti gli amici di “Duc in altum” che, nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce, è stato pubblicato su YouTube il video del concerto svoltosi a Vipiteno il 12 agosto dello scorso anno.
Sapendo che alcuni lettori del tuo blog avevano accolto il mio invito a lasciarsi pervadere da questa meraviglia, ho pensato di condividerti il link.
Invito davvero tutti a fidarsi e ad ascoltare almeno qualche brano, in particolare il “Magnificat” (dal minuto 1:10:00), possibilmente nel silenzio di una stanza, davanti a un’immagine di Maria.
I miei sensi, nel corso degli ultimi quarant’anni successivi al Concilio Vaticano II, purtroppo non erano più avvezzi al bello.
Abituata a chitarre e bonghi, a gruppi rock e pop collocati accanto alla mensa, avevo perso la capacità di apprezzare la profondità della musica sacra.
Finalmente, una serie di eventi — tra cui la nascita dei miei figli e l’incontro con la tanto “temuta” liturgia preconciliare — hanno lentamente ma inesorabilmente riacceso in me il lume della ragione.
Purtroppo la chiesa post-conciliare, oltre ad avermi riempita di “psicofarmaci spirituali” che avevano ottenebrato i miei sensi e alterato il mio modo di percepire il mondo, mi aveva dolosamente privata della Bellezza.
Basta osservare molte chiese costruite dopo il Concilio: i miei figli le scambiano regolarmente per penitenziari, mentre la stragrande maggioranza dei prelati continua ostinatamente a presentarle come meravigliose cattedrali. Peccato che i turisti (cristiani e non) si ostinino a puntare i loro obiettivi fotografici verso le “vecchie” chiese trionfalistiche pre-conciliari, ignorando totalmente i cubi in cemento armato dei novatori.
La musica ha subito la stessa sorte dell’architettura e dell’arte. Non solo hanno impoverito la capacità discriminatoria dei nostri recettori cocleari, ma anche la potenzialità delle nostre corde vocali e dei nostri diaframmi. Pochissimi ragazzi ormai sanno cantare davvero, per non parlare dei bambini. I tempi sono cambiati? Una spudorata menzogna: basta ascoltare “Vespro alla Vergine” per rendersi conto di che cosa siano capaci proprio dei semplici bambini e ragazzi nati tra il 2006 e il 2015!
Ho abbondantemente descritto nella mia precedente lettera come il coro dei Wiltener Sänger Kanben di Innsbruck si prepari a eseguire questi brani liturgici. Nessuno dei cantori è stato selezionato tramite un talent show. Nessuno di loro ha dovuto superare un provino. Nessuno frequenta scuole d’elite. Si tratta di semplici bambini e ragazzi come tutti gli altri, con gli stessi interessi dei loro coetanei. La differenza? Hanno avuto la grazia di incrociare sul loro cammino un vero educatore. Non basta infatti essere musicista per dirigere un coro. Bisogna saper guidare con disciplina e amore ogni sua voce: altro che tolleranza a oltranza degli errori.
I miei figli apprezzano molto che il loro maestro li corregga fino alla perfezione: si sentono presi sul serio e sentono che lui ha fiducia in loro. E loro, spinti da tale fiducia, danno il massimo. Non saranno mai dei cantanti, non ricevono un euro per le ore trascorse in piedi a cantare davanti a un pubblico e non investono nemmeno un minuto del loro tempo per pubblicizzare i loro concerti con meme, reel e diavolerie simili. Sono concentrati unicamente sul canto, che il più delle volte è una lode a quel Dio Trino ed Uno nel cui nome sono stati battezzati e nel cui nome sperano di essere salvati.
Spesso, per spiegare ai miei figli la Bellezza della Chiesa di Cristo, la paragono a un coro come il loro, il cui direttore è il Vicario di Cristo sulla terra, accompagnato dall’orchestra dei Santi. Lo scopo di questo coro è glorificare Dio, attirando a Lui ogni uomo attraverso la Bellezza e la perfezione della Sua armonia.
Questo obiettivo però si raggiunge solo a determinate condizioni: il direttore non può improvvisare, ma deve studiare, meditare e interiorizzare ciò che è stato scritto sullo spartito dall’autore della creazione musicale, guidando poi le voci dei cantori con gesti docili, decisi e precisi. I cantori, a loro volta, non possono distrarsi o guardare altrove: devono mantenere lo sguardo fisso sul maestro, fidandosi dei suoi ordini e limitandosi a cantare la voce loro assegnata. Un contralto non potrà cantare la parte del tenore, e un soprano non potrà tentare di fare il basso.
La disciplina e il rispetto delle regole musicali sono fondamentali. Ogni membro del coro deve seguire il carattere e la velocità di un brano, con le sue accelerazioni gioiose, le pause, o i tempi rallentati e meditativi; deve rispettare la dinamica e l’intensità del suono, con i suoi forti e piano, crescendo e decrescendo… Nonostante ognuno impari individualmente la propria parte, tutti sono chiamati a seguire il maestro e solo lui, affinché tanti timbri possano fondersi in una sola voce, proprio come tante membra formano un solo corpo… con un solo Capo.
Oggi, purtroppo, ci troviamo nella situazione in cui l’orchestra dei Santi suona una musica che il coro non è più in grado di cantare.
Ognuno prova a strillare come può, tappandosi le orecchie per non sentire quelli che sono al suo fianco. Il risultato è evidente: un’accozzaglia di suoni che fa male alle orecchie e fa fuggire tutti coloro ai quali Dio ha dato il dono di un udito sano. Solo i sordi, o al limite gli ubriachi, riuscirebbero a sopportare un tale baccano.
I direttori degli ultimi decenni hanno deciso di seguire sempre meno quello spartito che avevano davanti. Hanno iniziato a improvvisare, sostituendosi al compositore dell’opera. Hanno tollerato via via ogni tipo di errore e stonatura, permettendo a chiunque di urlare o sbraitare a piacimento, credendo di aver finalmente liberato la creatività. La rigidità precisa del pentagramma, grazie alla quale la stessa musica è rimasta vitale anche a distanza di secoli, è stata soppiantata da un foglio bianco su cui ognuno avrebbe finalmente potuto fare il suo scarabocchio illeggibile e incomprensibile anche a distanza di ore, ma puntualmente pubblicizzato come vera e autentica opera d’arte.
È così che queste guide cieche hanno ingannato e tradito il coro loro affidato, rendendolo inascoltabile e quindi imbarazzante, ridicolo.
Questi sgraziati direttori seminano confusione e disperdono invece di raccogliere, proprio nel senso di riunire insieme. Dietro a questa “liberazione” dalle regole, che comporta l’inclusione di ogni tipo di stonatura, si nasconde un’arrogante sfiducia nelle capacità vocali dei coristi, derubati della possibilità di eseguire brani celestiali.
All’interno della religione post-conciliare, la stonata dissonanza dell’idolatria e dell’ipocrisia si è sostituita all’armonia della fede e della ragione.
È diventato persino difficile distinguere i diversi registri vocali tra loro: i veri amici della fede cattolica dai suoi nemici, i veri apostoli dai traditori, i piccoli dai “sapienti e intelligenti”.
In questa polifonia goffa e scomposta non si propongono più brani che ricordano (nel senso etimologico del termine) la beatitudine eterna, ma ci si accontenta di eseguire melodie sgraziate e sregolate, capaci solo di evocare sensazioni forti, che liberino l’emotività e trasmettano la sfrenatezza di sentimenti effimeri. Marx avrebbe giustamente definito questo modo di fare musica “oppio dei popoli”.
Sarebbe bene che coloro che salgono sulla pedana del direttore, pur ignorando la musica e anzi abusando delle sue norme, dei suoi codici e dei suoi canoni, meditassero le parole che papa Clemente XIII, un conduttore di altri tempi, scrisse nell’enciclica “A quo die” del 14 settembre 1758, diretta a tutti i patriarchi, primati, arcivescovi, vescovi della Chiesa cattolica: «Vi prego: con lo Spirito del Signore siamo pieni di forza, di giustizia e di coraggio. Non lasciamo, a somiglianza di cani muti incapaci di latrare, che i Nostri greggi diventino una preda e le Nostre pecore il pasto d’ogni bestia selvatica; niente Ci trattenga dall’esporci ad ogni genere di combattimento per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Pensiamo attentamente a Colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori. Se ci arrestiamo davanti all’audacia dei malvagi, sono già crollate la forza morale dell’Episcopato e la divina e sublime potestà di governare la Chiesa; e non possiamo più continuare a considerarci, anzi non possiamo neanche più essere Cristiani, se temiamo le minacce e le insidie degli uomini perversi».
Noi, semplici cantori disorientati e perplessi, abbiamo invece il dovere di tornare a studiare quegli spartiti che i direttori hanno rigettato. Correggiamo con disciplina, sacrificio e costanza le nostre stonature, non lasciando al caso ed all’improvvisazione l’educazione delle nostre voci, ma affidandoci a maestri prudenti e preparati. Dove trovarli? Nella stragrande maggioranza saranno fuori dal coro, ricollocati “a dirigere in silenzio”.
Nutriamo e rieduchiamo i nostri sensi alla Bellezza di quella Verità che parla di potenza intrecciata alla misericordia, di lode che scaturisce dal sacrificio, di beatitudine che è intimamente unita al dolore, alla rinuncia ed alla perseveranza.
In barba alla banalità delle moderne composizioni, Monteverdi tratteggia con sfumature diverse ogni verso del “Magnificat” a seconda del suo significato. Nulla è lasciato al caso, tutto tende alla perfezione. La potenza di Dio che rovescia i potenti dai troni viene ad esempio cantata quasi fosse un sussurro, come una brezza leggera e delicata. I ragazzi me lo hanno spiegato una volta di ritorno dalle prove.
Credo che ascoltare questa musica valga più di mille parole per spiegare l’onnipotenza di Dio. Lo stesso vale per il sublime “Duo Seraphim” (dal minuto 30:46) in cui Monteverdi dischiude il mistero della Santissima Trinità grazie all’armonia delle voci: “Et in tres Unum sunt…”. O ancora, la splendida lode alla Vergine “Audi Coelum” (dal minuto 43:43; a questo link trovate il testo completo) che dalla terra si estende al cielo per poi tornare sulla terra, in un susseguirsi di echi dalle balconate alla navata.
La Vergine viene celebrata quale sacra e felice porta attraverso la quale la morte è stata bandita e che ha introdotto la vita, quale perfetta mediatrice, fra gli uomini e Dio, quale rimedio per i peccati. Mentre si viene cullati da questa dolce e profonda preghiera, all’improvviso si è inaspettatamente investiti da un grido potente: “Omnes!”… “Noi tutti seguiamola! Attraverso la di cui grazia raggiungiamo la vita eterna. Cerchiamola”. Come se tutto il cielo ci volesse scuotere dall’intorpidimento, spronandoci a cercare e seguire la Vergine!
Io credo che Lei ci restituirà quella musica scritta dallo Spirito Santo, che renderà il coro della Chiesa militante nuovamente in armonia con quello celeste, per la maggior gloria di Dio e la salvezza di ogni uomo.
Virgo potens, ora pro nobis!



